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Torna Aurora Scalviati, ma le ferite dell'anima sono difficili da rimarginare

Barbara Baraldi ridà voce (e guai) alla sua profiler di provincia. Con Marc Cameron rivive invece Tom Clancy mentre Jessica Fletcher rifà… coppia con Jon Land


23/09/2019

di Mauro Castelli


Barbara Baraldi, scrittrice di punta della nouvelle vague italiana, torna sugli scaffali, per i tipi della Giunti, con L’ultima notte di Aurora (pagg. 560, euro 19,00), un lavoro dove ripropone l’ormai storica Aurora Scalviati, una profiler di provincia dalle molte ferite dell’anima difficili da rimarginare, con la quale l’autrice si è voluta confrontare per la terza volta. Seppure ogni incontro con lei - tiene a precisare con una buona dose di ironia l’interessata - finisca per “assomigliare a una seduta di psicanalisi. Chi analizza chi, però, resta però da vedere…”. 
Una numero uno, se non addirittura la migliore nel suo campo, la citata Aurora. Almeno sino al giorno in cui, in un conflitto a fuoco, era stata colpita alla testa da un proiettile. Da allora, questo bel cervello investigativo, avrebbe sofferto di un disturbo bipolare tenuto a bada attraverso farmaci e sedute clandestine di elettroshock. Con il risultato che certe intemperanze sarebbero state alla base del suo trasferimento a Sparvara, una tranquilla cittadina emiliana che in realtà proprio tranquilla non è. 
Già, Sparvara, una città ovviamente immaginaria. “Eppure - annota l’autrice - c’è stato un periodo storico in cui è esistita. Si trovava sulle rive del Po, ma un’alluvione, quattro secoli fa, l’aveva spazzata via per sempre. Un luogo ricco di segreti, dove le sue nebbie sono uno stato d’animo prima che una condizione atmosferica. Come la Bassa che conosco io, quella che amo definire la mia Emilia paranoica”.  Sparvara che questa volta, pur restando in scena, viene lasciata un po’ ai margini, in quanto la storia si allarga anche altrove. 
E per quanto riguarda L’ultima notte di Aurora? Si tratta di un thriller nato da un sogno (“Quello di una ragazza che saliva i gradini di una torre, i capelli come inchiostro, lo sguardo indecifrabile e nessun nome”) e scritto nel ricordo di Andrea G. Pinkletts, l’eclettico, geniale, sbruffone autore milanese che aveva scommesso sulla nostra Barbara quando ancora non ci credeva nessuno (“Un militante della parola - fuggevole come un turchese - che ci ha lasciato troppo presto”). 
Di fatto una scrittura, quella di Barbara Baraldi (una donna dolce e sensibile, che per via della sua timidezza non ama più di tanto le luci della ribalta, anche se giocoforza ci si sta abituando), capace di soggiogare e indurre alla riflessione, pronta a dare voce, in un ambito di inquietanti ambientazioni, a personaggi forti e ingombranti, ma anche a “certe storie che non sono destinate a finire bene”. Ma ciò non significa, tiene a precisare in chiusura di romanzo, che “non valga la pena di raccontarle”. 
Ferma restando la sua idea romantica della scrittura, sebbene cerchi comunque di “raccontare la verità”, pur lasciandosi “dominare dal personaggio”. 
Come appunto nel caso di Aurora (una donna - secondo Giancarlo De Cataldo - schizzata e imprevedibile, angosciata e generosa), che “ha perso tutto come me. Sì, perché a causa del terremoto che aveva colpito l’Emilia nel 2012 mi sono trovata a far di conto con i tanti danni subìti dalla casa che avevo faticosamente acquistato con un mutuo, senza peraltro beneficiare di alcun risarcimento da parte dello Stato… E i miei lettori, sia donne che uomini diversissimi fra loro, mi mandano in brodo di giuggiole quando mi dicono di essersi identificati nel mio personaggio, ovvero - anche se non dovrei dirlo - nella sottoscritta…”.  
E già che ci siamo addentrati nel privato di questa autrice, proseguiamo con quanto lei stessa aveva avuto modo di raccontarci qualche tempo fa, sia pure con alcune fresche integrazioni. “Sono nata a Mirandola, in provincia di Modena, il 17 febbraio 1979, prima di quattro fratelli, in una famiglia modesta: i miei genitori si mantenevano infatti a fango e fatica, con papà a gestire un piccolo magazzino edile, oltre che a darsi da fare come camionista. Per questo era quasi sempre in giro”. 
Sposata con Claudio (“Il mio primo lettore, senza il quale niente sarebbe possibile”), Barbara - una donna dal carattere complicato (“Sono timida ma, pur lottando con me stessa, sono sempre in prima linea a combattere per i miei sogni oltre che per le persone e le cose che amo”) - aveva trascorso i suoi primi anni nel segno della riservatezza (“Faticavo a relazionarmi con gli altri, diventavo rossa appena mi parlavano e molti mi consideravano una ragazzina un po’ strana. E forse lo ero. Poi la vita mi sarebbe stata maestra e sarei riuscita a sconfiggere i miei demoni”). 
Riservatezza, o timidezza che dir si voglia, che strada facendo ha trovato conforto nella lettura di chissà quanti libri (“Ne divoravo anche tre in una settimana, presi in prestito dalla biblioteca comunale”), libri che le consentivano di far ulteriormente galoppare la sua fervida fantasia. A fronte di ben chiare preferenze, come quelle riservate a Marguerite Duras, John Fante, Giorgio Scerbanenco, Virginia Woolf e Daphne du Maurier. 
Che altro? Dopo aver frequentato il liceo scientifico l’ancor giovane Barbara si sarebbe data da fare - “I sacrifici non mi hanno mai spaventato”, tiene a precisare - lavorando come agente di viaggio, commessa, barista, dipendente di una fabbrica. Per questo tanto di cappello, ci mancherebbe. Lei che assicura di avere un debole dichiarato per la luna (“Come la donna il nostro satellite non è mai la stessa, e Luna sarebbe stato il nome del mio iniziale pseudonimo”), ma anche per il cinema horror, soprattutto in bianco e nero, nonché per  la fotografia (“Affascinata come sono da scorci insoliti e case abbandonate, che per me hanno spesso rappresentato una fonte di ispirazione”); lei “sognatrice quanto caparbia” che ha sempre creduto nelle privazioni e nelle rinunce (“Mi è stato maestro un nonno che lavorava nei campi e che mi ha insegnato che volere è potere”). 
E ancora: lei che tiene a ricordare come il suo primo pubblico si identificasse nei suoi fratelli, ai quali faceva da babysitter raccontando loro storie spaventose per tenerli a bada. Una qualità che avrebbe messe a frutto grazie a una persona in quel momento a lei vicina (in altre parole Claudio, il suo futuro marito) che un bel giorno le consigliò, visto che era così brava a raccontare storie, di mettersi anche a scriverle. 
“Fu così che mi comprai un computer usato e iniziai a buttare giù testi di nascosto dai miei genitori. Quindi mi licenziai dal posto che occupavo - in pratica gestivo un piccolo negozio di abbigliamento in paese, il cui proprietario era di Ferrara e spesso non era quindi presente - per dedicarmi all’artigianato artistico, la qual cosa mi consentiva di disporre a piacimento del tempo. E così per sei anni, senza un giorno di ferie”. 
In seguito Barbara avrebbe iniziato a spedire i suoi scritti a chissà quante case editrice, ricevendone sempre cortesi quanto formali rifiuti. Forse perché, a detta dell’interessata, nemmeno li leggevano. “Ma dopo aver vinto il premio Cattolica un grande editore come Mondadori avrebbe ammesso l’errore. E così mi sarei trovata a pubblicare il thriller La bambola di cristallo, che avevo già pronto, con il mio vero nome”. 
Barbara Baraldi, si diceva, che oltre a dirsi fanatica dei thriller si propone anche come autrice di romanzi per ragazzi e sceneggiature di fumetti, fra le quali quelle per la serie Dylan Dog (“A soli sei anni, con i miei primi risparmi, ne avevo voluto comprare a tutti i costi una copia”). Lei che aveva debuttato nel 2007 con La ragazza dalle ali di serpente, uscito sotto il nom de plume di Luna Lanzoni, un lavoro pubblicato da un’editrice seria ma piccola e andato esaurito grazie al passaparola dei lettori; lei che aveva fatto breccia nella letteratura poliziesca sulle pagine de “Il Giallo Mondadori Presenta” con il citato romanzo La bambola di cristallo, un lavoro ripreso tre anni dopo dall’editore inglese John Blake Publishing sotto il titolo The Girl with the Crystal Eyes e arrivato anche nelle librerie a Stelle e strisce. La qual cosa le era valsa la partecipazione al programma Italian Noir della Bbc. 
A seguire sarebbe tornata sugli scaffali con Il giardino dei bambini perduti, sempre per i Gialli Mondadori, per poi aggiudicarsi per due anni consecutivi il premio Mario Casacci con i racconti Dorothy non vuole morire e La sindrome della felicità repulsiva. In seguito avrebbe vinto, con il racconto Una storia da rubare, il XXXIII premio Gran Giallo Città di Cattolica; avrebbe debuttato nell’urban fantasy con Scarlett, primo lavoro di una trilogia venduto all’estero prima ancora della sua uscita sui nostri scaffali, per poi pubblicare Striges. La voce dell’ombra, romanzo ispirato alla fiaba La bella addormentata nel bosco. Senza dimenticarci la triennale collaborazione con la Walt Disney Company in veste di co-creatrice, nonché la consulenza con la serie a fumetti Real Life, pubblicata in tutto il mondo. 
Non bastasse, si sarebbe impegnata nella curatela della miniserie Torture garden pubblicata dalle edizioni Inkiostro (facendosi carico anche delle sceneggiature) e avrebbe dato voce Alla scoperta dei segreti perduti di Bologna. Oltre a divertirsi, a partire dal 2010, nel tenere lezioni e corsi di scrittura creativa per adulti e per ragazzi, in collaborazione con le scuole secondarie di primo e secondo grado. 
Insomma, l’abbiamo tirata per le lunghe - in quanto la figura di Barbara Baraldi lo meritava - prima di arrivare alla trama de L’ultima notte di Aurora, un lavoro ancora una volta di piacevole lettura, capace di catturare, intrigare e al tempo stesso turbare il sonno dei lettori. E non solo quelli italiani, visto che i suoi libri sono stati tradotti in undici Paesi (oltre a Inghilterra e Stati Uniti, anche in Germania, Grecia, Turchia, Polonia, Serbia, Austria, Svizzera, Olanda e persino in Thailandia). 
Come accennavamo all’inizio, le ferite dell’anima sono le più difficili da rimarginare. E questo, per esperienza personale, lo sa bene la profiler Aurora Scalviati. Così ha accettato di raccontare la sua storia alla conferenza del professor Menni, uno fra i massimi esperti di disturbi post-traumatici. Ed è proprio in tale contesto che Aurora incontra una misteriosa ragazza dai lunghi capelli neri che le rivolge una singolare domanda: “Credi che si possa davvero uscire dal buio?”. Un quesito che di lì a poco si trasforma in una specie di testamento, perché la giovane si toglie la vita gettandosi dalla torre dell’orologio di Palazzo d’Accursio, in piazza Maggiore a Bologna, sotto gli occhi terrorizzati dei presenti. 
Il caso viene archiviato come suicidio, ma Aurora vuole vederci chiaro, ossessionata com’è dalle parole della sconosciuta con tanto di interrogativi al seguito: si trattava forse di un’ultima disperata richiesta di aiuto? E lei avrebbe potuto fare qualcosa per salvarla? Sta di fatto che, mentre si perde in queste domande senza risposta, viene trovato un cadavere orrendamente sfigurato su una secca in riva al Po, dalle parti del Lago Santo, in quel di Comacchio, dove “Pupi Avati aveva girato La casa delle finestre che ridono, il thriller che più mi ha spaventato”. Un luogo un po’ “selvaggio” che fa parte dei ricordi di Barbara, in quanto la Stellata - questo il nome del luogo, dove tiene banco una splendida rocca - si trova a mezz’ora di macchina da casa sua e spesso era lì che la portavano i suoi genitori. 
Ma torniamo al dunque. Il citato omicidio costringe Aurora a rivedere le sue priorità. Ma l’unico indizio è la fotografia di una bambina, che la vittima conservava alla stregua di un sinistro quanto inquietante trofeo. Sarà questo l’inizio della caccia serrata a un feroce serial killer, inafferrabile come lo spauracchio di una leggenda popolare raccontata in quelle valli per tenere buoni i bambini più piccoli: il Grigione, che strappa il volto delle sue vittime dopo aver danzato con le loro paure. 
Aurora, in preda a una marea di dubbi, sa di non poter fare tutto da sola: ha quindi bisogno di riunire la sua vecchia squadra, i Reietti. Ma quando Bruno e Silvia le voltano le spalle, l’unico interlocutore rimane l’enigmatico Curzi che, pur rinchiuso nell’isolamento di una struttura psichiatrica, sembra conoscere la verità. Un grosso rischio per lei, perché scendere a patti con il Male può scoperchiare segreti che avrebbero dovuto restare sepolti per sempre. Ma è solo “sporcandosi le mani che si permette al resto del mondo di restare pulito…”. 


Voltiamo libro. A distanza di un anno dall’uscita italiana di Clear Shot. Colpo mortale Rizzoli ha voluto rendere nuovamente omaggio a Tom Clancy, un autore che ha lasciato il segno nella narrativa mondiale (ha conteso a Craig Thomas e Michael Crichton la corona di miglior narratore di tecno-thriller), purtroppo scomparso a soli 66 anni il primo ottobre 2013. Il quale Clancy questa volta rivive, non più attraverso la penna di Mark Greaney (già autore della serie culto The Gray Men e suo partner nella stesura de Il giorno del falco, Scontro frontale, Command Authority, Support and Defend, Comandante supremo e Sfida totale), ma di quella del cinquantottenne Marc Cameron, cresciuto in Texas dove si era laureato presso la Weatherford High School. 
Un autore, quest’ultimo, per così dire con le mani in pasta in quanto, per 29 anni, è stato al servizio delle forze dell’ordine statunitensi (fra cui Swat e Us Marshals). Un ex militare, cintura nera di secondo grado di jujitsu e grande appassionato di motociclette, che dal 2011 vive con la moglie in Alaska, dove si dedica alla scrittura a tempo pieno. Ma anche una penna intelligente e ricca di inventiva che era stata proposta all’editore Tom Colgan dallo stesso Mark Greaney quando all’inizio del 2017 aveva deciso di abbandonare il suo ruolo di… spalla operativa dello scomparso Tom Clancy. 
Clancy, si diceva, all’anagrafe Thomas Leo Clancy Jr, nato a Baltimora, nel Maryland, il 12 aprile 1947 da una famiglia cattolica, secondo di tre figli di un postino e di una impiegata di un negozio di credito. Ragazzo precoce, a soli 22 anni si era sposato con Wanda Thomas King, dalla quale aveva avuto quattro figli: Michelle Bandy, Christine Blocksidge, Kathleen e Thomas Clancy III. Storia finita nel gennaio 1999 per il suo innamoramento con la giornalista Alexandra Marie Llewellyn, sposata sei mesi dopo, che a sua volta gli avrebbe regalato un’altra figlia, Alexis. 
Di fatto un personaggio da copertina, che strada facendo sarebbe stato amico di presidenti e di chissà quanti altri numeri uno. Il quale Clancy era stato costretto ad abbandonare il sogno di una carriera militare per via di una forte miopia, la qual cosa lo aveva portato a darsi da fare come assicuratore, per poi debuttare alla grande sugli scaffali con La grande fuga dell’Ottobre Rosso, un successo internazionale travasato sul grande schermo dal regista John McTiernan, film del 1990 superbamente interpretato da Sean Connery e Alec Baldwin. 
E appunto traendo spunto dalle continue contrapposizioni russo-americane avrebbe dato alle stampe romanzi del calibro di Rainbow Six, La mossa del Drago, Nome in codice: Red Rabbit, I denti della tigre, le serie Giochi di potere, Splinter Cell, Op-Center, Net Force e via dicendo. 
Geniale e provocatore, si era spesso vantato del possesso di un carro armato M4 Sherman del 1943 (glielo aveva regalato la prima moglie) nonché del suo poligono di tiro sotterraneo dove si dilettava a sparare con una pistola “italiana”, una Beretta 92FS. Insomma, un uomo per certi versi unico, capace di mischiare fantasia e attualità, tecnologia e spionaggio, cacce all’uomo e terrorismo, dando spesso voce a storie inquadrate nel contesto delle zone di guerra medio-orientali. 
A tenere banco, nelle sue storie, un posto di rilievo se l’era guadagnato l’ex analista della Cia, John Patrick (“Jack”) Ryan, assurto alla carica di presidente degli Stati Uniti. E appunto in questo ruolo lo ritroviamo protagonista di Potere e impero (Rizzoli, pagg. 538, euro 22,00, traduzione di Andrea Russo), affiancato da altri personaggi altrettanto ben tratteggiati, come quelli di suo figlio Jack Ryan Junior, del segretario di Stato, Scott Adler, della direttrice dell’intelligence nazionale Mary Pat Foley, del segretario della Difesa, Robert Burges, o del direttore della Cia, Jay Canfield. 
Per poi allargarsi alle figure più rappresentative del Campus, della base aerea della Guardia costiera di Port Angeles, del pattugliatore Rogue o degli esponenti di punta della Repubblica popolare cinese. Per non parlare - ma in 538 pagine di spazio ce n’è per tutti - di giornalisti e giovani fanciulle vittime del mercato del sesso, prostitute e capi del Cartello della droga, agenti dell’Fbi e via di questo passo. 
La storia è inizialmente ambientata nel Mar Cinese Meridionale, dove la tensione è salita alle stelle. Anche perché, mentre il presidente Jack Ryan cerca un dialogo con Pechino, succedono alcune azioni di inaudita violenza. Dietro alle quali si potrebbe nascondere l’ombra poco rassicurante del gigante cinese. 
Come da sinossi, “in risposta alle rivendicazioni di Pechino sulle isole al largo di Taiwan, gli Stati Uniti non cedono di un miglio. Anzi, hanno intensificato la presenza delle loro navi. Come se non bastasse, mentre si cerca la strada del dialogo fra le due superpotenze, un enorme mercantile cinese affonda in seguito a un’esplosione al largo delle coste di Seattle e, in una rapida successione di eventi, un attentato terroristico a una base petrolifera in Ciad uccide un soldato statunitense”. 
Che dietro queste violente azioni si nasconda proprio l’ombra scura del gigante rosso? “Con il G20 alle porte le relazioni tra i due Paesi sono infatti al minimo storico. E il mondo assiste con il fiato sospeso. In tale pericoloso contesto il presidente americano si prepara ad affrontare un conflitto che sembra ormai inevitabile, ma suo figlio Jack Ryan Junior e gli uomini del Campus gettano una nuova luce sull’intera vicenda: il sospetto che la serie di attentati terroristici orchestrati ad arte non sia da ricondurre a Zhao Chengzhi, neo-eletto presidente della Repubblica Popolare Cinese, si fa sempre più fondato. 
Che dire: una romanzo d’azione, ricco di giravolte, che lascia con il fiato sospeso, a fronte di una storia che si nutre di tutti i crismi della credibilità. Risultato? Un lavoro che corre alla velocità delle monoposto di Formula Uno dall’inizio alla fine. E che, ne siamo certi, farà fare le ore piccole al lettore. 


In chiusura di rubrica il trentanovesimo appuntamento italiano con La signora in giallo, questa volta alle prese con un Omicidio in corsia (Sperling & Kupfer, pagg. 308, euro 17,90, traduzione di Barbara Murgia), a fronte di un romanzo che - nemmeno a ricordarlo - si rifà alla famosa serie televisiva curata da Peter S. Fischer, Richard Levinson e William Link. Un lavoro in questo caso firmato dalla solita Jessica Fletcher in abbinata a John Land. In realtà tutti, o quasi tutti, sanno come stanno realmente le cose. Chi infatti non ha visto uno dei 264 episodi usciti, nell’arco di trent’anni (e regolarmente riproposti sui più di diversi canali televisivi), della serie Murder, She Wrote, il cui primo telefilm risale al settembre 1984? 
Protagonista - è noioso ripeterlo, ma lo facciamo a beneficio delle nuove generazioni di lettori - Jessica Fletcher, scrittrice e detective per vocazione in quel di Cabot Cove, nel Maine, figura impersonata da una famosa star di Broadway, la novantaquattrenne Angela Lansbury, che ancora oggi ha il coraggio di calcare le scene teatrali. Figlia d’arte per parte di madre, mentre il padre era un noto politico londinese, questa attrice - naturalizzata americana - aveva trovato la sua strada vincente interpretando un’acuta investigatrice dilettante, capace di scovare il colpevole prima ancora che il locale sceriffo (o il poliziotto di turno quando è in giro per il mondo) riuscisse a capirci qualcosa. 
Come già ricordato più volte, a farsi carico dei testi tratti da questa famosa serie tv era stato Donald Bain (nato il 6 marzo 1935 e morto il 21 ottobre 2017), che strada facendo aveva firmato in prima persona o come ghost writer più di novanta libri (altre fonti assicurano che abbia però superato quota centoventi), molti dei quali diventati bestseller. Lui che aveva pure scritto innumerevoli articoli allargati, come i suoi volumi, ai generi più disparati: dalla commedia alla biografia, dal giallo al romanzo storico, con puntate rivolte anche all’informazione scientifica. Lui che per portare a termine la sua ultima fatica si era avvalso della collaborazione di Jon Land, un autore a sua volta di livello (con una quarantina di lavori all’attivo) che vive a Providence, nel Rhode Island, e che si è cimentato anche nel campo della sceneggiatura, firmando il film Dirty Deeds
Sta di fatto che, avendo trovato il feeling giusto con la… Fletcher, Land non ha mancato di riproporsi dapprima con Assassinio tra le pagine e, ora, con Omicidio in corsia, un giallo garbato e divertente (more solito, verrebbe da dire) che vede una cara amica di Jessica morire in circostanze sospette. Un caso ombroso dove niente è quel che sembra. E la Signora in Giallo dovrà fare del suo meglio per ristabilire ordine in corsia. 
Ma veniamo alla sinossi, incentrata - come accennato - sulla prematura fine di una delle più care amiche di Jessica, Mimi Van Dorn, che si era trasferita a Cabot Cove ben prima che la cittadina diventasse alla moda. E quando era appena arrivata, diversi anni prima, si era subito schierata contro la proposta di trasferire la sede della biblioteca per far posto all’ennesimo complesso residenziale, assicurandosi così l’affetto e la stima della famosa scrittrice.
Da allora le due donne erano rimaste legate e, sebbene parlassero raramente della loro vita privata, avevano trascorso molto tempo insieme. Discutendo animatamente di libri e divertendosi a giocare a carte. Era stata, infatti, Mimi a insegnare a Jessica il gioco del bridge, della canasta e del pinnacolo. Inevitabile, quindi, che il ricovero d’urgenza dell’amica, nel lussuoso ospedale privato appena inaugurato in città, desti in Jessica molta preoccupazione. E la situazione si aggrava ancor più alla notizia della sua tragica, e inspiegabile, morte. 
In cerca di giustizia, nel suo inimitabile stile, “Jessica intraprende pertanto la propria indagine personale. E, sulle tracce di ciò che inizialmente sembrava trattarsi soltanto di una tragica fatalità, scoprirà che l’amica è stata vittima di qualcosa di molto più sinistro. La posta in gioco è alta, il tempo corre e Jessica dovrà darsi da fare prima del prossimo... omicidio in corsia”.

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