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Torna a indagare, dopo cinque anni, Sarti Antonio. In una Bologna che non è più la stessa e in cui la gente non sorride più

Loriano Macchiavelli, con un romanzo divagante quanto ben costruito (condito di personaggi, divinità e luoghi di ieri e di oggi), fa di nuovo centro. E giura che per il suo mitico sergente potrebbe essere l’ultima volta. Potrebbe. In quanto nei polizieschi il condizionale è d’obbligo. E poi, in un ormai lontano passato, non ci aveva già provato?


28/07/2017

di Massimo Mistero


Un romanzo complesso, maturo, ben congegnato e al tempo stesso di piacevole leggibilità (la qual cosa, conoscendo l’autore, non può certo sorprendere). A fronte di una storia che si inerpica su sentieri narrativi insoliti. In altre parole giocando a rimpiattino - in una Bologna che non è più la stessa e in cui la gente non sorride più, specchio dei tempi che stiamo attraversando - con un caso nuovo e al tempo stesso antichissimo. D’altra parte Loriano Macchiavelli, il grande vecchio della narrativa di settore, non finisce mai di sorprendere. Vuoi per la sua giovanile vivacità intellettuale, vuoi per quel mestiere che lo porta a centrare il bersaglio da qualsiasi angolatura decida di affrontarlo.
A tenere la scena di Uno sterminio di stelle. Sarti Antonio e il mondo disotto (Mondadori, pagg. 316, euro 19,00), dopo cinque anni di silenzio, è il suo collaudato quanto longevo sergente. «E potrebbe essere l’ultima volta che lo faccio indagare», sorride sornione il Macchia, come lo chiama la moglie Franca. In realtà credergli risulta difficile, in quanto far sparire dalla scena uno dei più azzeccati personaggi della nostra letteratura - un uomo qualunque alle prese con una colite spastica di origine nervosa che lo tormenta di giorno e di notte, oltre tutto privo di quelle caratteristiche culturali e fisiche necessarie per darsi quanto meno un tono - scatenerebbe un mezzo putiferio nei suoi tanti fan. Un azzeccato personaggio peraltro benedetto alla grande dall’interpretazione televisiva, indolente e sorniona, di quel geniaccio di Gianni Cavina.
Un protagonista, Sarti Antonio, che alla lunga aveva stancato il suo creatore, il quale un bel giorno decise di farlo fuori. Un po’ per stanchezza, un po’ per le poco gradite insistenze degli editori: «Ogni volta che proponevo un libro, tutti mi chiedevano infatti di vederlo in scena. E dover scrivere sempre dello stesso personaggio - ha avuto modo di raccontarci alcuni anni fa - era diventata quasi una sofferenza. Così nel 1987 decisi di eliminarlo in Stop per Sarti Antonio. La qual cosa finì per rappresentare una specie di boomerang in quanto proprio in quel periodo si dilatò il successo legato alle sue trasposizioni televisive (che ancora oggi vengono trasmesse, benché non mi fruttino il becco di un quattrino dal momento che allora, ingenuamente, avevo firmato un contratto con la Rai che non prevedeva clausole in tal senso). E poi, quando hai creato un personaggio azzeccato e lo vuoi togliere di mezzo, finisci prima o poi per farti prendere dalla nostalgia».
In seguito «lo avrei quindi riportato in vita senza tuttavia spiegarne il perché, tanto più che nessuno si era posto il problema. In effetti quando Sarti Antonio tornò a indagare, mi limitai a fargli domandare da Rosas, altro mio vecchio personaggio: Ma tu non eri morto? E lui di rimando: Sì, è una lunga storia che poi ti spiegherò. In realtà non l’avrei mai fatto, anche se potrei spiegarlo nell’eventualità che qualcuno me lo chiedesse. Perché la soluzione all’interrogativo - visto che nessuno aveva assistito alla sua morte - me l’ero già preparata…».
Ma veniamo al dunque, ovvero a Uno sterminio di stelle, nel quale - le tradizioni vanno rispettate - lo stesso Macchiavelli tiene banco come figura di deus ex machina, con un piede dentro e uno fuori dal romanzo. «In effetti come al solito - ammette - questa figura veleggia sopra la storia, sopra i personaggi e sopra gli avvenimenti. In altre parole non si propone come il narratore tradizionale del romanzo: lui entra in gioco quando la situazione lo richiede, poi sparisce. E fra l’altro colloquia solo con Sarti Antonio. Un escamotage, se vogliamo, preso in prestito da Bertold Brecht (che ritengo sia uno dei più grandi drammaturghi della modernità), anche se prima di lui era già stato utilizzato da Pirandello. Lo scopo? Quello di far entrare in scena questo non personaggio per far capire al lettore, in un momento di grande tensione, che le cose non stanno magari proprio così, per indurre Sarti Antonio a certe riflessioni».
Anche questa nuova storia, ci mancherebbe, vede Sarti Antonio attivo su Bologna. «Una città costruita per il mistero, architettonicamente strutturata per nascondersi, che si concede a pochi». Ed è appunto sotto le due torri che il nostro sergente - mentre si sta occupando della scomparsa di Nanni Rolandina, una bella ragazza di diciannove anni dagli occhi turchini - quando viene chiamato d’urgenza nel cantiere del nuovo stadio del Bologna che sorgerà nella località archeologica di Villanova, dove Rosas ha fatto una scoperta interessante. Dagli scavi - per la gioia degli addetti che dovranno sospendere i lavori - sono emerse, una dopo l’altra, tredici mummie di epoca etrusca, perfettamente conservate. Alcuni particolari risultano subito inquietanti. Intanto i corpi superano i due metri di altezza, hanno il cranio enorme e dodici di loro hanno i femori spezzati come se fossero stati sottoposti a un antico rito funebre. Ai piedi di una delle mummie c’è un omphalos, una pietra con l’incisione di un demone che impugna una mazza.
Il mattino seguente Sarti Antonio è convocato di nuovo al cantiere per una macabra novità: nella notte i cadaveri sono diventati quattordici. Accanto alle mummie c’è infatti il corpo dell'architetto Bonanno, progettista dello stadio e direttore dei lavori. Anche lui ha i femori spezzati. E anche ai suoi piedi c’è una pietra ricoperta di segni enigmatici.
Chi odiava così tanto l'architetto da inscenare una cerimonia ancestrale? E Rolandina, la ragazza sparita nel nulla, ha qualcosa a che fare con il mistero? In soccorso di Sarti giungono il talpone Rosas e le sue conoscenze archeologiche. I due avranno modo di rifletterci, come al solito, davanti a un buon caffè sotto i portici, ma per l’occasione proseguiranno le ricerche anche di fronte a un bel cestino di tigelle e crescentine sull’Appennino. Ed è appunto sui monti, attorno all’antico centro oracolare di Montovolo (segnato da misteriose grotte e gallerie, «il mondo disotto», come da sottotitolo, dove si nasconde Charu), che affondano le radici del mistero del demone etrusco e quello, ancora più intricato, di una portantina che viene da un passato di stragi e delitti.
Per la cronaca Loriano Macchiavelli è nato il 12 marzo 1934 a Vergato, in provincia di Bologna. Lui che a 83 anni suonati si porta ancora al seguito una esuberante carica giovanile, che lo fa viaggiare in continuazione per l’Italia a presentare i suoi libri. E, non bastasse, a divertirsi coltivando l’orto di casa in quel piacevole angolo di terra che si è ritagliato, in abbinata a un altro gruppetto di artisti, sulle colline modenesi di Monteombraro. Un vecchio borgo che dall’alto strizza l’occhio alla suggestiva basilica bolognese di San Luca. Ed è qui che, da diversi anni a questa parte, spreme il suo computer (ve lo immaginavate forse, per ragioni anagrafiche, ancora alla macchina per scrivere? Niente di più sbagliato, in quanto la tecnologia l’ha contagiato da un pezzo, anche se della schiavitù del telefonino non vuole sentirne parlare) per dare vita a chicche da biblioteca pubblicate in una dozzina di Paesi, Giappone compreso.
Lui che, dopo essersi diplomato perito edile, aveva iniziato a lavorare come tecnico presso la Certosa di Bologna. Un’esperienza a suo dire drammatica - repetita iuvant - in quanto a contatto con la sofferenza. Ma anche portatrice di qualche curiosità al seguito: come la scoperta di armi nei sottotetti di questo immenso cimitero, oltre che di nascondigli utilizzati dai partigiani durante la guerra. Materiale che in seguito gli sarebbe servito dal punto di vista narrativo. Insomma, quasi una predestinazione, la sua, visto che strada facendo la sua fantasia si sarebbe nutrita di chissà quanti morti (ammazzati). Ma molto ha regalato, Macchiavelli, anche al teatro. Dapprima come organizzatore e poi, udite-udite, anche come attore. «Ma lasciai perdere - taglia corto - visto che stare in scena non faceva per me. Così, anziché recitare, mi misi a scrivere per il palcoscenico (l’ultima pièce, delle quasi 40 firmate, risale al 2010), approdando soltanto in seguito alla narrativa gialla per far contenta mia moglie Franca».
Come successe è presto detto. «Mentre nel 1973 eravamo in vacanza in Spagna, in un villaggio della Costa Brava chiamato Roses, scrissi a mano, rubacchiando pezzi di carta qua e là, il mio primo romanzo con protagonista Sarti Antonio, poliziotto della questura di Bologna. Tornata a casa Franca, di nascosto, lo batté a macchina e lo propose alla Mondadori. Così quando Alberto Tedeschi, allora responsabile della collana dei gialli, si fece vivo, io ne rimasi sorpreso. E altrettanto sorpreso rimasi, forse perché di gente come quella non ne esiste più, quando mi suggerì di inviare il testo, che non aveva ancora letto, al Premio Cattolica che lo vedeva in giuria».
Risultato? «Non vinsi, ma ne uscì un prezioso riconoscimento. Anche per questo venni segnalato dal critico de La Stampa Claudio Savonuzzi, purtroppo scomparso, a quel bel cervello di Raffaele Crovi, che me lo fece pubblicare dalla Campironi». Debuttò così il sergente Sarti Antonio, una luce nel mondo dell'investigazione che, in abbinata al suo aiutante Rosas, extraparlamentare di sinistra, nel tempo ha regalato ai lettori una vivace dialettica sociale e politica.

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