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Torna a indagare la Squadra speciale Minestrina in brodo

Dalla collaudata penna di Roberto Centazzo il quinto episodio della serie che ha intrigato e divertito chissà quanti lettori. Nel quale l'autore gioca vincente attraverso due temi forti: quelli legati alla sindrome da burnout e allo strapotere dei magistrati che fanno politica attraverso la toga


08/02/2021

di MAURO CASTELLI


Una persona garbata, tranquilla, Roberto Centazzo. Caratterialmente aperta e certamente determinata, che nel pre-pandemia (“Ho sempre amato il contatto con il pubblico”) collezionava presentazioni a ritmi frenetici. Una penna che si era inventato, quasi per caso, la sua sgangherata “Squadra speciale Minestrina in brodo”, che ora rimette in pista per la quinta volta giocando sui piacevoli quanto garbati toni della commedia gialla, ma puntando su due temi forti, dei quali “nessuno vuole parlare. Ma io non mi sono fatto remore, in quanto mi ritengo libero di dire ciò che penso”. 
In primis quello della “sindrome da burnout”, il degrado psicologico che interessa diverse categorie impegnate quotidianamente in attività che implicano relazioni interpersonali. “Nel nostro caso il malessere che colpisce le Forze dell’Ordine, del quale non si parla affatto, ma che viene pagato con una cinquantina di suicidi all’anno, in pratica uno a settimana”. Fermo restando un secondo argomento caldo, del quale - anche in questo caso - sono in pochi a volerne parlare. Ovvero “lo strapotere dei magistrati che fanno politica attraverso la toga”. 
E appunto L’ombra della perduta felicità (Tea, pagg. 308, euro 14,00) è il titolo - preso in prestito da un verso della canzone E se domani scritta da Giorgio Calabrese e cantata da Mina - di una storia fantasiosa, e a al tempo stesso credibile, che si dipana fra la Liguria e il Piemonte, fra Genova e le Langhe. Dove risulta attiva una squadra composta da tre ex poliziotti, ora in pensione in quanto congedati per raggiunti limiti di età. 
Tre tipi che non le mandano a dire e che hanno ancora un bel po’ di conti in sospeso con delinquenti e farabutti sfuggiti alle maglie della Giustizia. Si tratta di Ferruccio Pammattone (ex sostituto commissario e vice dirigente della Squadra mobile), Eugenio Mignogna (ex sovrintendente della Scientifica) e Luc Santoro (già assistente capo all’Immigrazione). 
I loro nomi in codice sono però, rispettivamente, Semolino (per il fatto che se mangia pesante si riempie di macchie rosse e, per questo, il dottore gli ha suggerito di…), Kukident (a causa della mal sopportata dentiera) nonché Maalox (per via dei continui bruciori di stomaco). 
Una squadra di successo nata peraltro dal caso: “Dovevo scrivere un racconto per una antologia, ma non ne venivo a capo. Sin quando mi frullò per la testa l’idea di mettere in pista tre pensionati, seri e onesti, che erano entrati in Polizia a 18 anni e che, una volta fuori servizio, non sapevano cosa fare. A quel punto, anziché un racconto, ne venne fuori un romanzo di 250 pagine, che proposi all’editore e venne accettato”. 
E per quanto riguarda i contenuti del suo ultimo libro, appunto L’ombra della perduta felicità? Intanto l’ambientazione, che è quella malinconica di fine settembre a Genova, stranamente segnata da giornate fredde e ventose. Una tristezza che accomuna i tre amici della Squadra speciale Minestrina in brodo - appunto Santoro, Mignogna e Pammattone - che, in preda alla noia, cercano pretesti per tornare a essere padroni del loro tempo. E forse un viaggio potrebbe rappresentare la soluzione. 
Così, quando un amico del Sindacato autonomo di Polizia telefona a Santoro per una consulenza su uno spinoso caso di provvedimenti disciplinari ai danni di un collega, Giacomo Dotta, che gestisce con la madre un agriturismo nelle Langhe e che si è scontrato con un magistrato che ha insabbiato alcune pratiche finendo per essere abbandonato da tutti, ecco che si delinea la scusa perfetta per un bel giro sulle colline piemontesi. 
Di fatto, giunti sul posto, i tre amici si accorgono ben presto che la situazione è molto più grave di quanto avessero immaginato: Giacomo si ritiene infatti vittima di una gigantesca frode inerente prodotti agricoli contaminati spacciati per biologici e insiste nelle sue accuse, rivolte anche a pezzi grossi della Procura. 
A questo punto, preoccupati per il collega chiuso e isolato nel suo risentimento, il nostro scalcagnato terzetto decide di vederci chiaro: cosa c’è di vero nelle pesanti accuse di Giacomo, che è arrivato con i suoi esposti, senza peraltro ottenere riscontri, persino all’Antimafia? Riusciranno a riabilitarlo e a restituirgli un po’' di fiducia nella giustizia e, soprattutto, nella vita? 
Per la cronaca Roberto Centazzo abita con la moglie Eliana in località Santuario, sulle colline a ridosso di Savona, città dove è nato il 23 maggio 1961. Dopo la laurea in Giurisprudenza conseguita a pieni voti, per un po’ Centazzo aveva fatto pratica presso lo studio di un avvocato per poi insegnare due anni alle superiori di Finale Ligure. Sin quando nel 1987 decise di entrare in Polizia per il servizio di leva e da lì non si sarebbe più mosso. Con dodici anni in forza alla Procura della Repubblica (“Esperienza che mi avrebbe consentito di entrare nei meccanismi delle procedure e delle tecniche investigative”) sino a diventare ispettore superiore presso la Polizia Ferroviaria di Savona, incarico lasciato il febbraio dello scorso anno per pensionamento. 
Lui che ama ricordare come - dopo “una lunga gavetta nei bassifondi maleodoranti e truffaldini della microeditoria” - fosse stato presentato dallo scrittore Armando d’Amaro, all’epoca editor, alla Fratelli Frilli, casa editrice di stanza a Genova, con la quale - a partire dal 2010 - ha pubblicato Giudice Toccalossi, indagine all’ombra della Torretta, Toccalossi e il fascicolo del ‘44, Toccalossi e il Boss Cardellino, Toccalossi cerca casa, Toccalossi e l’impicciona
Lui che, sempre con lo stesso protagonista, avrebbe scritto, a quattro mani con il giornalista Fabio Pozzo, il romanzo Signor Giudice, basta un pareggio pubblicato da Tea. Per i cui tipi è iniziato un nuovo percorso editoriale. Sino ad arrivare a pubblicare un “divertimento gattofilo”, ovvero Il libretto rosso dei pensieri di Miao. Lui che, per non farsi mancare nulla, ha anche scritto i testi delle canzoni dell’album Mendicante di Enrico Santacatterina. 
Detto questo, un passo indietro: ma com’era nata la sua passione per la scrittura? Una storia di vecchia data, come ha avuto modo di raccontarci. In effetti “già a 14 anni mi inventavo raccontini e a 22 sfornai il mio primo romanzo: robaccia, con il senno di poi. Tuttavia avrei proseguito a scrivere e ancora a scrivere, cercando invano un editore che fosse disposto a pubblicarmi i libri. Anche perché i miei - ironizza - non erano romanzi da premio Nobel”. 
Sta di fatto che a 46 anni, grazie a un concorso, “riuscii finalmente ad arrivare sugli scaffali delle librerie con il mio primo libro, seguito da un altro a distanza di due anni. Entrambi pubblicati sotto pseudonimo ed entrambi premiati. La qual cosa mi regalò gli stimoli giusti per proseguire e soprattutto migliorare. Fu a quel punto che decisi di passare al noir…”. 
Ma c’è dell’altro nel suo curriculum. Roberto Centazzo ha infatti ideato, con l’amico Marco Pivari, il programma Noir is Rock (un contenitore, a suon di musica, di interviste a noti giallisti italiani andato in onda su otto diverse emittenti radiofoniche. Programma da lui lasciato due anni fa in quanto richiedeva “troppa energia”). Ferma restando, ovviamente, la passione per la scrittura, che condivide con quella dell’orto (1.500 metri quadrati dove coltiva un po’ di tutto), dei gatti (che vanno a vengono a scroccare un pasto) e un occhio di riguardo per la lettura. Peraltro a fronte di preferenze allargate. 
Così si va da un debole dichiarato per due scrittori di fantascienza (“Ray Bradbury, autore di Fahrenheit 451, e Philip K. Dick, reso celebre da diversi adattamenti cinematografici, come Blade Runner di Ritdley Scott o Minority Report diretto da Steven Spielberg) a due penne di punta del nostro panorama narrativo: quelle di Italo Calvino e Dino Buzzati. Ma con una sorpresa al seguito: “Anche se ne scrivo, non vado matto per i gialli. Un nome comunque lo posso fare: quello di Maurizio de Giovanni”. 
E questo è quanto, anzi no, visto che arriva l’anticipazione. “Sono alle prese con la terza puntata, dopo Tutti i giorni è così e Bevande incluse, delle Storie di Cala Marina”. I suoi fan l’aspettano.

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