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Torna il commissario Cataldo e debutta il capitano Martinelli mentre a Torino i morti si moltiplicano

Assalto agli scaffali con i noir della Frilli, firmati dal modenese Luigi Guicciardi, dal milanese Achille Maccapani e dal mantovano Ivano Barbiero


30/04/2018

di Mauro Castelli


Una ventata di novità e di conferme, sugli scaffali delle librerie italiane, grazie all’impegno della Fratelli Frilli di Genova, una realtà ormai consolidata in campo editoriale che, da 18 anni a questa parte, si è dedicata anima e corpo alla narrativa di settore, con l’intento di dare voce a nuovi talenti, spesso caratterizzati da una forte connotazione geografica. Un impegno, tiene a precisare Carlo Frilli, che “ultimamente ci ha visto esagerare, nel senso di aver puntato su un nutrito gruppo di autori e, in contemporanea, lanciandoci nel mondo dei ragazzi con i I Frillini. Si tratta di una nuova collana di gialli-noir, con una punta di mistery, dedicata appunto ai lettori del futuro, in altre parole alle nuove generazioni”. 
Ma veniamo al dunque. Iniziando con la collaudata penna di Luigi Guicciardi, nato a Modena il 23 gennaio 1953 a fronte di lontane origini siciliane, già docente di lettere presso il liceo scientifico Alessandro Tassoni della sua città nonché critico letterario. Un personaggio dall’aria bohemienne - baffi importanti, capelli lunghi, una cantelinante parlantina tipica della zona - con una robusta inclinazione alla lettura. “I miei interessi - tiene infatti a precisare - spaziano a largo raggio. Nella narrativa di settore nutro ad esempio stima e rispetto per penne come quelle del rimpianto americano Ed MacBain, dello svedese Henning Mankell e del norvegese Jo Nesbø, fermo restando il mio affetto per Loriano Macchiavelli, cantore sublime di storie bolognesi. Ma grande affezione la riservo anche per Beppe Fenoglio e soprattutto per Luigi Pirandello che, complici le sue ambiguità e le sue maschere del doppio, rappresenta una specie di papà spirituale dei giallisti”. 
Che altro nel privato di questo autore? La passione per il jogging, per il calcio e per gli animali (possiede infatti due gatti); una netta preferenza per la montagna a scapito del mare (“L’estate la trascorro in Val di Fiemme dove, oltre a passeggiare, elaboro nuove trame poliziesche e scrivo recensioni per la mia rubrica sul web”). E per quanto riguarda il “suo” Cataldo? “È un personaggio nato per caso in un periodo in cui mi imbattevo in gialli di scarso peso. Fu così che decisi di mettermi a scrivere storie in prima persona e mi inventai appunto questo commissario dal volto umano, regalandogli una parte del mio carattere e dei miei gusti (l’origine siciliana, la pazienza, la curiosità, l’interesse per i libri e la musica), ma riplasmandolo in termini di aspetto fisico e di esperienze. Di fatto un rassicurante compagno di viaggio, che invecchia e matura con il passare degli anni (e delle indagini), tanto da proporsi ora come un modenese doc (in città si è comprato un appartamento), arrivato persino a preferire il Parmigiano al pecorino, il lambrusco al nero d’Avola…”. 
Ma torniamo all’autore. Guicciardi aveva debuttato sugli scaffali nel 1999 con La calda estate del commissario Cataldo, edito prima da Piemme e poi dieci anni dopo dalla rimpianta Hobby & Work (le sue due case di riferimento prima dell’unica esperienza romana con la Lcf nonché dell’approdo alla genovese Cordero), per poi percorrere la lunga strada del poliziesco con la bellezza di altre sedici indagini. L’ultima delle quali - ed è la prima volta con la Fratelli Frilli - è appunto intitolata Nessun posto per nascondersi (pagg. 296, euro 12,90), “un romanzo di finzione sebbene i luoghi indicati in questa storia esistano realmente a Modena, sebbene siano stati usati in modo fittizio”. 
Ma di cosa si nutre questo intrigante lavoro, che sa regalare suspense e pathos al lettore all’insegna di una costante tensione narrativa, di minuziosi dettagli e di ben caratterizzati personaggi? Intanto la storia si dipana nel mondo del calcio, ma non in quello esagerato di Maurizio de Giovanni, lo scrittore-tifoso napoletano che arriva a dichiarare: “Concordo con quanto ebbe a dire l’ex allenatore della nazionale Arrigo Sacchi sul fatto che il calcio sia la più importante delle cose non importanti, fermo restando che il tifo è una malattia necessaria”. 
Nel nostro caso, infatti, questo popolare sport rappresenta soltanto l’escomatoge per dare voce al canovaccio, in quanto la parola omicidio risulta (o almeno dovrebbe risultare) estranea alla mentalità e allo spirito di una qualunque squadra. Almeno sino a quando, a campionato appena finito, non ci scappa davvero un morto, quello del medico sociale della Modenese F.C. (squadra che milita in serie B e che, tanto per chiarezza, non è il Modena), brutalmente torturato prima di essere ucciso. Come da trama, l’indagine viene affidata al commissario capo Giovanni Cataldo, reduce dalla sua prima lezione di un corso di aggiornamento per agenti della Polizia di Stato sulla “serialità criminale nell’esperienza dell’investigatore”. Ma basterà un niente e le cose si complicheranno con un secondo omicidio: quello del brasiliano Valdir, bomber della squadra e fidanzato con la figlia del ricco sponsor della società. 
“L’opinione pubblica risulta scossa, i tifosi sconvolti e Cataldo - al culmine della maturità professionale, ma incupito da una pena segreta, che riguarda la separazione dalla moglie, andata a vivere con un avvocato di Reggio Calabria portando con sè i due figli - dovrà compiere un lungo e angoscioso viaggio attraverso un mondo a lui del tutto ignoto, dove ognuno ha qualcosa da nascondere e nessuno è quello che sembra”. In questo supportato dal suo fedele sovrintendente De Pasquale, ma anche alle prese con una nuova figura, quella della bionda e attraente Lea Ghedini, la trentaquattrenne sovrintendente che aveva fatto la sua comparsa in Una tranquilla disperazione, il precedente romanzo, e per la quale prova un sentimento contraddittorio essendo questa donna molto più giovane di lui. 
Sta di fatto che, “coadiuvato dai due giovani colleghi, spesso in competizione fra loro, il commissario penetrerà ben presto in un sordido intrigo di omertà, passioni illecite, doppie vite, ricatti, tradimenti, invidie, vendette, avidità. E mentre l’assassino continuerà a insanguinare l’ambiente calcistico di nuove vittime, Cataldo sarà costretto a impegnarsi in una corsa disperata contro il tempo - tra i segreti del passato e gli orrori del presente - e insieme a lui il lettore vivrà lo stesso tormento: quello di brancolare nel buio e, fino all’ultimo, di vedere impunita una serie di feroci delitti”.

Altro romanzo fresco di stampa quello firmato - dopo alcuni anni di silenzio - dal milanese Achille Maccapani (nato a Rho nel 1964, avrebbe vissuto fra Pregnana Milanese, Cavenago Brianza e Inzago prima di trasferirsi nell’Imperiese), ovvero Il venditore di bibite (pagg. 316, euro 12,90), un lavoro dal taglio cinematografico incentrato sulla figura del capitano dei carabinieri Roberto Martielli (il personaggio che aveva fatto la sua prima e unica apparizione nell’antologia Una finestra sul noir, dedicata al rimpianto editore Marco Frilli) in abbinata a quella del magistrato Viviana Croce. 
Un romanzo ambientato a Ventimiglia, dove la descrizione dei luoghi e delle località, dei fiumi e delle aree territoriali, corrispondono al vero, mentre i “personaggi che tengono banco nella trama, così come il contesto delle vicende nelle quali agiscono, sono puro frutto di fantasia”. Fermo restando l’attento controllo dei contenuti in termini giuridico-legali da parte degli avvocati Caterina Malavenda e Massimiliano Rocca, nonché i suggerimenti dell’Arma alla quale va il ringraziamento dell’autore “per il quotidiano e costante impegno nelle lotte contro le mafie nel territorio italiano e, specialmente, in Liguria”. 
Detto questo spazio a poche note di sinossi, benché la trama risulti ricca di fatti, personaggi, colpi di scena e misteriosi incastri. “Uscito dal coma dopo un attentato nelle campagne della piana di Gioia Tauro, il capitano dei carabinieri Roberto Martielli viene trasferito a Imperia. Dove, assieme alla sua compagna, ovvero il sostituto procuratore antimafia Viviana Croce, inizia una lunga indagine nel territorio costiero ai confini con la Costa Azzurra per cercare di ricostruire il funzionamento di un sodalizio criminale con base a Ventimiglia che gestisce un fiorente commercio legato all’usura, alla prostituzione e alla droga, in un clima di calma apparente”. Sta di fatto che, a fronte di diversi imprevisti, Martielli si troverà, solo contro tutti, a dover smascherare e sconfiggere una lunga trafila di connivenze. D’altra parte quella di indagare era la missione che i suoi superiori gli avevano assegnato. E lui l’avrebbe svolta, scrupolosamente, sino in fondo. 
Che dire: una storia ben raccontata, che induce alla riflessione sullo stato dell’arte della malavita e dei relativi maneggi nel nostro Paese, condita di una serie di personaggi ben tratteggiati che - nel bene e nel male - finiscono per lasciare il segno quasi senza darlo a vedere. Caratteristica che ben si addice a chi sa maneggiare come si conviene la penna. 
Il tutto a fronte di una considerazione finale, messa in bocca al capitano Martielli, che induce il lettore a una amara riflessione: “Mi hanno mandato qui, in questa terra di Liguria, a indagare, a scoprire i mafiosi, a cercare le infiltrazioni fra mafia e politica. Come carabiniere è mio dovere impegnarmi con tutta l’energia possibile. Ma siamo sicuri - a indagine conclusa - che tutte le prove mancanti arriveranno? Che tutta questa fatica sia stata inutile, e giudicata come tale, tra una manciata di anni?”. Come dire, visto che nel tempo si finirà per blaterare su tutto e il contrario di tutto, tanto rumore per nulla?  
A titolo di cronaca ricordiamo che Achille Maccapani è dipendente della pubblica amministrazione dal 1991, oltre che giornalista pubblicista e naturalmente scrittore. “Una passione coltivata sin da giovanissimo in abbinata alla lettura, avendo avuto la fortuna di abitare vicino a una grande biblioteca civica”. Sta di fatto che “sarei cresciuto all’insegna dell’opera omnia di Ignazio Silone, per poi passare a Balzac, Flaubert e Grossman. Infine l’approdo alle più recenti tendenze della narrativa: da Alan D. Altieri a Giancarlo De Cataldo, da Bruno Morchio a Tullio Avoledo, da Gianfranco Nerozzi a Valeria Parrella, da Giorgio Vasta a Ferruccio Parazzoli”, oltre a riservare grande attenzione per Francesco Biamonti, al quale deve peraltro molto: “Fu infatti lui a incoraggiarmi a scrivere. E scrivere per me rappresenta un modo per riflettere e trasmettere emozioni…”. 
Eccolo quindi, il Maccapani scrittore (“Lavoro di notte, quando mia moglie e mio figlio sono andati a dormire, e i problemi della giornata spariscono mentre in cuffia mi coccola la musica di Mahler, Bruckner o Bach”), pubblicare saggi di storia locale e manuali di diritto della pubblica amministrazione. Dando anche voce a interessanti romanzi: Taci, e suona la chitarra - Milano rock Ottanta (Premio Città di Cava de’ Tirreni), un lavoro di formazione del 1985, riscritto nel 2004, che risente delle esperienze giovanili nella Milano degli anni Ottanta; Delitto all’Aquila nera; Confessioni di un evirato cantore (Fiorino d’argento del Premio Firenze), un libro storico articolato in stile moderno, e Bacchetta in levare.

La terza proposta di casa Frilli, Torino. Il Guardiano dei Cavalieri (pagg. 220, euro 12,90), risulta invece firmata dal mantovano Ivano Barbiero, nato San Benedetto Po il 2 maggio 1952, anche se in realtà vive nel capoluogo piemontese da quando aveva soltanto tre anni. Una mano calda della narrativa che, come giornalista professionista, ha lavorato 35 anni per l’Editrice La Stampa (Stampa Sera, La Stampa e Torinosette) occupandosi di spettacoli, teatro, arte e soprattutto cronaca nera. 
In tale ambito, “avendo avuto a che fare con migliaia di storie impregnate di sentimenti contrastanti - come l’amore e la generosità, ma anche la cattiveria e la malvagità - a un certo punto ho deciso di raccontarne l’essenza. E mi sono messo a scrivere questo romanzo prevalentemente di notte, quando i silenzi e le paure si amplificano”. Peraltro rifacendosi a fatti risalenti alla fine degli anni Sessanta, periodo nel quale si era occupato dello scandalo del manicomio di Collegno. Un luogo sinistro, circondato da un muro imponente, che gli aveva provocato una profonda inquietudine. E lì aveva incontrato anche diversi ricoverati (come Sereno, uno dei protagonisti della storia), alcuni dei quali erano entrati sani nella struttura finendo “per ammalarsi della malattia degli altri”. 
Fermo restando, ha tenuto comunque a precisare Barbiero in alcune interviste, che si tratta di un luogo sorretto da una storia ricca e intrigante. Un luogo che peraltro all’estero ci invidiano. Non a caso la Certosa di Collegno si propone tuttora alla stregua di un complesso carico di storia, di suggestioni e di misteri, a cominciare “dalle tombe dei Cavalieri della Santissima Annunciata ancora sepolte in un locale che in origine era la cella di un priore dei certosini”. 
Da qui un noir d’azione, ricco di inaspettati intrecci, ambientato nel mondo dell’esoterismo (“Me ne sono occupato come giornalista, anche se non posso considerarmi un esperto della materia. Semmai posso ritenermi un curioso del paranormale, ma con i piedi ben piantati per terra”). Di fatto un romanzo impregnato di misteri e colpi di scena, ambientato - come accennato -  nella Torino della fine degli anni Sessanta, una città alle prese con una eccezionale nevicata durata cinque giorni (“In realtà questo straordinario evento meteorologico va riportato indietro di almeno dodici anni, ovvero al 1955, peraltro documentato - e qui ci scappa il ricordo familiare - da una foto di mia madre davanti alla Fontana Angelica di piazza Solferino completamente ghiacciata”.Una nevicata che, secondo le intenzioni dell’autore, è volta a nascondere, se non addirittura a evidenziare, le tracce di una serie di personaggi che possono essere sia vittime che carnefici. 
Tutto ha inizio con un killer, Stella (o Stella Maris, come l’aveva chiamato sua madre pensando al ruolo della Stella Polare), appostato sul cavalcavia di corso Sommellier, pronto a eliminare un passeggero in arrivo alla stazione di Porta Nuova: un professore di lettere appassionato di scienze occulte. Qualcosa però va subito storto e le vittime diventeranno due… Ma non solo: Stella finirà addirittura nel mirino di un altro killer, un uomo solitario e anaffettivo che uccide per sentirsi vivo. Inoltre, quella stessa notte, qualcun altro morirà in circostanze strane e, alle prime luci dell’alba, in un prato attiguo al Cimitero Monumentale, verranno rinvenute, sepolte dalle neve, cinque piccole bare bianche disposte a pentacolo. 
Incaricato delle indagini è il commissario Aldo Piacentini, un uomo coscienzioso che rispetta gli altri ma che a sua volta pretende rispetto; che ama la lettura e l’ascolto di buona musica; che sa benissimo quanto la sua vita di poliziotto gli rubi in termini di vita e di affetti. Che altro? Un “mammone con il vizio di ripetere mentalmente i sinonimi delle parole pronunciate dagli altri”. Sicuramente un bravo segugio. Così, affiancato dalla sua squadra, eccolo scendere in pista per cercare di dipanare l’intricata matassa. 
Passo dopo passo una svolta alle indagini si rifarà al ritrovamento di una strana statuetta raffigurante un monaco che “potrebbe a far risalire al movente di almeno una parte delle morti. Ma questo frate esiste realmente? Di fatto nei sotterranei del manicomio di Collegno - particolarmente affollati nella notte risolutiva - si svelerà l’identità del Guardiano dei Cavalieri. Mentre Elisa e Gianna, due donne a dir poco particolari, saranno determinanti nell’aiutare Stella a capire chi lo voleva uccidere e per quale motivo, mentre Piacentini - turbato da una conoscenza femminile - crederà di aver portato a termine l’indagine”. 
Tirate le somme un lavoro che si legge con piacere e che si nutre, oltre che di una città intrigante e ricca di fascino come Torino, di una serie di personaggi ben caratterizzati: oltre ai citati Stella, Aldo, Elisa, Gianna e Sereno, anche Antonio, Beppe, Sergio, Furio, Elena… E, in senso figurato, anche il manicomio di Collegno, dove la storia approda e dove bisognerà cercare la verità. 
E questo è quanto. Anzi no, visto che risulta stuzzicante - a beneficio dei lettori - attingere dal curioso privato del suo autore, appunto Ivano Barbiero. A fronte di interessi che vanno dalla gastronomia alla coltivazione di peperoncini piccanti, da una preziosa raccolta di orchidee e piante grasse a una collezione di elefantini in miniatura (ne possiede più di 300). Passioni che strada facendo hanno rimpiazzato il grande sogno di quand’era bambino: quello di riparare gli orologi dei campanili.

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