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Torna il vicequestore Rocco Schiavone e l’omicidio in ospedale, dove lui stesso è ricoverato, è servito

Dalla mano calda di Antonio Manzini un nuovo caso legato al suo riuscito personaggio che, interpretato da Marco Giallini, ha bucato il piccolo schermo. Un protagonista ruvido e indisciplinato, cinico quanto violento, che forse si sta ammorbidendo. Che sia colpa dell’amore?


17/02/2020

di Massimo Mistero


Di Antonio Manzini abbiamo scritto e riscritto, salvo scoprire ogni volta qualche sua nuova angolatura, magari facendo breccia su quel non facile carattere che lo accompagna. E ogni volta è come se fosse la prima volta. Esattamente come succede con la lettura di una nuova storia legata al suo riuscito personaggio, il vicequestore Rocco Schiavone, al quale regala tratti nuovi quanto intriganti che si vanno a sommare a quelli vecchi. 
Così, ne Ah l’amore l’amore (Sellerio, pagg. 340, euro 15,00), ci propone un poliziotto alla soglia dei cinquant’anni che sembra aver smussato certe sue asperità. Sarà perché è finito in un ospedale dove gli hanno asportato un rene in seguito a un proiettile - lo avevamo lasciato così alla fine di Rien ne va plus - che lo aveva colpito durante un conflitto a fuoco? Sarà perché un nuovo amore, di nome Sandra, sembra essersi affacciato nella sua vita? Sarà perché, con il passare degli anni, le cose finiscono per essere viste e valutate in maniera diversa? 
In effetti, quasi senza darlo a vedere, l’autore regala - all’insegna dell’ironia - nuovi tratti al suo personaggio (un uomo burbero e geniale, spigoloso quanto intuitivo, cinico quanto violento, che era stato relegato ad Aosta per aver riempito di botte un altolocato violentatore di ragazzine), in abbinata a una maggiore presenza nelle vicende private della sua squadra. Ma anche concedendo “più spazio alla psicologia delle persone”, conscio di non essere sempre amato e ripagando quindi di conseguenza. Risultato? Una storia affilata come le lame di un bisturi che si fa leggere che è un piacere. 
Manzini, si diceva, nato a Roma il 7 agosto 1964, dove ha frequentato il liceo classico e si è iscritto a Giurisprudenza, per poi fermarsi “all’esame di Diritto privato in quanto era arrivata la chiamata da parte dell’Accademia”. Un numero uno che in gioventù suonava la batteria in un gruppo musicale, salvo poi proporsi come attore, sceneggiatore e regista, sin quando decise di dedicarsi a tempo pieno alla narrativa. Lui che da un po’ di anni si è trasferito in campagna, fra la Capitale e Viterbo, dove vive con la moglie Toni Tommasi e alcuni cani; lui che caratterialmente si definisce “un po’ orso, per niente ottimista, certamente ironico”, portatore di un debole dichiarato per gli approfondimenti; lui che non ha hobby, almeno così dice, se non un certo interesse per lo sci. 
E per quanto riguarda la sua passione per la scrittura? Complice l’Accademia, si era messo a inventarsi testi teatrali che non faceva leggere ad anima viva, per poi debuttare sugli scaffali con un racconto scritto a quattro mani con Niccolò Ammaniti per l’antologia Crimini
Successivamente, e siamo nel 2005, eccolo proporsi da solista con Sangue marcio (“A spingermi verso questa direzione fu l’editore Fazi, dopo aver letto un monologo senza nome che avevo scritto su un serial killer”), salvo poi concedere il bis due anni dopo con La giostra dei criceti (Einaudi Stile libero). A seguire, una volta accasato in Sellerio, avrebbe partorito la serie legata appunto alla figura di Rocco Schiavone dando alle stampe, nel 2013, il romanzo Pista Nera, quindi La costola di Adamo, Non è stagione, Era di maggio, Cinque indagini romane per Rocco Schiavone, 7-7-2007, Pulvis et umbra, L’anello mancante. Cinque indagini di Rocco Schiavone, Fate il vostro gioco e Rien ne va plus. 
Detto questo, spazio alla trama di Ah l’amore l’amore. In questa nuova puntata valdostana Rocco Schiavone è ricoverato in ospedale. È stato infatti colpito da un proiettile che gli ha messo fuori servizio un rene, ma non per questo è meno ansioso di darsi da fare. E l’occasione buona se la trova a portata di mano: durante un intervento chirurgico analogo al suo, un paziente perde la vita. Si tratta di Roberto Sirchia, un ricco imprenditore che era partito dal niente (oggi li chiamano self-made man) prima di assaporare le luci della ribalta. Un caso ovviamente subito adottato dalla stampa. 
Si tratta, a prima vista, di un errore medico imperdonabile. Nemmeno a dirlo la vedova e il figlio - lei una scialba arricchita, lui un concentrato di ambizione pur non avendo la tempra del padre - puntano il dito contro la malasanità. Ma una sacca da trasfusione con il gruppo sanguigno sbagliato, secondo il nostro vicequestore, è una disattenzione che non sta né in cielo né in terra. Oltre tutto sente una profonda gratitudine verso il responsabile di quell’errore, cioè il dottor Filippo Negri che è anche il primario dell’ospedale. A suo giudizio una gran brava persona, peraltro malinconica e disincantata come lui. 
Sta di fatto che, “nello stile brusco e dissacrante che è parte della sua identità”, Schiavone si mette a indagare dai corridoi dell’ospedale che, “clandestinamente, riempie di fumo di vario tipo”. E chi vuole intendere, intenda. Lui è infatti certo che, se si tratta di un delitto, deve esserci un movente, e questo movente va ricercato fuori da quella specie di centro di detenzione, vale a dire fra le pieghe della vita privata della vittima. Tenendo però sempre accesa la luce rossa dell’attenzione, sforzandosi cioè di capire le intenzioni nascoste dietro i comportamenti, focalizzandosi sulla psicologia del possibile omicida. 
Conoscendo il personaggio, non stupisce che - alle prese con i riti ospedalieri, gli odori, il cibo immangiabile, i vicini molesti - Rocco si senta come un leone in gabbia. Ma è anche un leone ferito, le cui intemperanze sono tenute sotto tiro, sia pure a fatica, dal personale che ormai lo conosce a memoria. E in questa specie di trasferta forzata è faticoso raccattare indizi, oltre tutto per via della lontananza dei suoi uomini (ma in fondo sempre presenti, come nel caso di Scipioni). Per questo si troverà costretto ad affidarsi al suo raffinato intuito, alle impressioni, al suo occhio attento al funzionamento della macchina sanitaria. Sin quando…

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