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Torna in scena l’avvocato Guido Guerrieri in un intrigante viaggio nei meandri della Giustizia

Gianrico Carofiglio ridà voce al suo personaggio più riuscito all’insegna del trascorrere del tempo. Fra sensazioni del presente e un tuffo nel passato. A fronte di un lavoro che, ancora una volta, cattura, intriga e induce alla riflessione


09/12/2019

di Mauro Castelli


Un gradito ritorno, dopo cinque anni di attesa, sulla scena narrativa italiana: quello di Guido Guerrieri, il brillante avvocato uscito dalla penna di Gianrico Carofiglio. Un personaggio che ha già tenuto banco altre cinque volte (Testimone inconsapevole, Ad occhi chiusi, Ragionevoli dubbi, Le perfezioni provvisorie, La regola dell’equilibrio), ma che non si propone, a detta dell’autore, alla stregua di un personaggio seriale. 
“Semmai Guerrieri - riportiamo quanto ebbe a precisarci qualche tempo fa - è il protagonista di una serie a lui dedicata. In quanto ritengo, e lo ribadisco, che si tratti di una sequenza di capitoli che danno vita a una sorta di macrocosmo, attorno al quale ruota la trasformazione, il mutare dell’esistenza di questo personaggio. Che rimetto in pista soltanto quando sono certo di avere qualcosa di nuovo da raccontare”. 
Di fatto un carismatico numero uno, Carofiglio, osannato da grandi testate come il Times e tradotto - se non andiamo errati - in 26 lingue, alcune delle quali decisamente fuori target, come swahili, vietnamita, giapponese e turco. Complice la sua abilità nello spaziare fra variegate tematiche, giocando di fioretto negli approfondimenti, dando voce a storie che hanno sempre un loro perché. Qualità che gli sono state riconosciute in diverse occasioni, tanto da potarsi a casa, fra gli altri, un Bancarella, un Premio Selezione Campiello, un Lido di Camaiore, un Piero Chiara, uno Scerbanenco-La Stampa, oltre a essere stato inserito fra i finalisti di uno Strega. 
Per la cronaca Gianrico Carofiglio - magistrato e politico pugliese, oltre che romanziere e saggista (“A me piace scrivere di tutto e per di più - ironizza - sono anche pagato per farlo”) - è nato a Bari il 30 maggio 1961, figlio di Nicola, di professione ingegnere, e della scrittrice Enza Buono (“Non so quanto il lavoro di mamma abbia potuto incidere sulla mia formazione; di sicuro non ho mai concepito la mia vita senza libri”). Non bastasse il fratello Francesco si propone a sua volta autore, illustratore e regista: ed è con lui che, nel 2007, Gianrico aveva firmato il romanzo grafico Cacciatori nelle tenebre
Di sicuro - repetita iuvant - una figura fuori dagli schemi Carofiglio, portatore di una laurea in Giurisprudenza e di una giovinezza, diciamo così, vivace; un raffinato cultore della parola, segnata da “una certa dose di vanità”, pronto ad ammettere di portarsi al seguito alcuni difetti (“Sui quali cerco di lavorarci”) compensati da diversi pregi (ad esempio “non sono capace di portare rancore; tendo infatti a superare i torti, anche se non me li dimentico”). Lui pronto a stigmatizzare come un errore la violenza verbale, oltre a riconoscere come una sconfitta possa cambiare la vita (“A me successe nel 1998, quando per un solo voto non entrai nel Comitato scientifico del Csm. Così l’anno successivo mi misi a scrivere...”). 
Che altro? Un magister che a suo dire ha vissuto molte vite; che ama la lettura, il cinema, la musica e, a sorpresa, anche i giochi di prestigio (“Giocherellare con palle e clavette, in certi momenti, mi aiuta a rilassarmi”); che sin da ragazzino si era dedicato al karate (“Iniziai a praticarlo per difesa a 14 anni. Ero mingherlino e due anni dopo, quando un compagno sbruffone mi minacciò, gliele suonai di santa ragione”). 
Magistrato dal 1986 - ha lavorato prima come pretore a Prato, quindi come Pm a Foggia e infine ha rivestito il ruolo di Sostituto procuratore alla Direzione distrettuale antimafia di Bari - nelle elezioni dell’aprile 2008 entrò in Parlamento come senatore in forza al Partito Democratico (“In ogni caso nessuno ha mai potuto accusarmi di essere una toga rossa, tanto più che la mia elezione era più legata al mio ruolo di scrittore che non a quello di magistrato”). 
Accantonato il passaggio in politica e richiamato in servizio presso il tribunale di Benevento, decise però di declinare l’incarico. “Per correttezza, in quanto avevo iniziato a scrivere a tempo pieno: quello di magistrato non poteva quindi proporsi come un secondo lavoro”. Una decisione che comunque si porta ancora al seguito briciole di nostalgia, in particolare “per l’attività di investigatore”, benché tuttora ritenga di aver fatto bene a lasciare. 
Lui che nella narrativa aveva debuttato nel 2002, quando Sellerio gli pubblicò Testimone inconsapevole (“La mia prima speranza - minimizza - era che almeno qualcuno, questo romanzo, finisse per leggerlo”), in tal modo aprendo la strada - complice il debutto dell’avvocato Guerrieri - al filone dei legal thriller all’italiana. Con milioni di copie vendute al seguito. 
Guerrieri, si diceva, che ora torna in scena ne La misura del tempo (Einaudi, pagg. 284, euro 18,00), un lavoro infarcito di “sensazioni e fantasticherie del passato remoto”. A partire da Lorenza, che tanti anni prima era stata una bella quanto insopportabile ragazza, dal fascino abbagliante. Non certo la donna che in un pomeriggio di fine inverno Guido Guerrieri si trova di fronte per chiedergli aiuto. Non ha infatti più nulla della lucentezza di allora, è diventata una figura opaca, scialba, senza brio. Gli anni hanno infierito su di lei e, come se non bastasse, il figlio Iacopo è in carcere per omicidio volontario. 
Guido, pur essendo tutt’altro che convinto, accetta ugualmente il caso: forse anche “per rendere un malinconico omaggio ai fantasmi, ai privilegi perduti della giovinezza”. Comincia così, quasi controvoglia, una sfida processuale ricca di colpi di scena, un appassionante viaggio nei meandri insidiosi e a volte letali della giustizia. Con una considerazione al seguito: “Se non fosse colpevole di quell’omicidio, e non riesco a immaginare come sia possibile, sarebbe un tale concorso di circostanze sfortunate da mettere i brividi”. 
Che dire: ancora una volta Carofiglio dà voce a un lavoro che cattura, intriga e induce alla riflessione; che porta a fare i conti con la propria esistenza; che si nutre di una scrittura che brilla di luce propria e al tempo stesso infarcita di compassione; che risulta “in equilibrio fra il racconto giudiziario - distillato purissimo della vicenda umana - e le note dolenti del tempo che trascorre e si consuma”. Complice la capacità di utilizzare la verità come strumento della finzione attraverso il suo protagonista, le cui vicende personali rischiano di regalargli ancora pericolose sbandate. 
Fermi restando alcuni personaggi che abbiamo imparato a conoscere nelle precedenti puntate, come quello della bella investigatrice privata Annapaola, una donna - coraggiosa e al tempo stesso fragile - che guida una moto di grossa cilindrata, che va in giro con una mazza da baseball e che risulta ambigua quanto basta. Anche se questa volta…

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