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Torna sugli scaffali, luminosa e delicata, la poesia della polacca Ewa Lipska

Una voce che si addentra nella mappa della nostra individualità virtuale, prendendo posizione sui rischi del nostro modo di vivere. Oltre a mettere in guardia dalla prepotenza e preponderanza digitale


29/01/2018

di Luca Minola


Luminosa e districata, Ewa Lipska è una delle poetesse più rappresentative della poesia polacca contemporanea, direi una Szymborska digitalizzata che ritrae una quotidianità instabile e tentacolare. Dopo aver pubblicato per l’editore Armando, nel 2013, L’occhio incrinato del tempo e alcune poesie sull’Almanacco Quadernario 2016, uscito per LietoColle a cura di Maurizio Cucchi, ora Donzelli, editore sempre attento nelle proprie scelte, pubblica Il lettore di impronte digitali (pagg. 95, euro 125,00). 
Il libro è curato da Marina Ciccarini in maniera ineccepibile, mentre la poesia della Lipska rivela la mappa della nostra individualità virtuale. Il rebus di un mondo che si moltiplica in individui evanescenti e interscambiabili: “Qualcuno usciva./Qualcuno entrava./Cene cifrate./Segreti sotto il tavolo”. La nostra sicurezza come individui si basa su un continuo tentativo di difesa e offesa verso il mondo esterno, di elastica appartenenza. Valutiamo la nostra vita attraverso contatti, ragionando sulla quantità e non sulla qualità, schierandoci con il sistema. Le relazioni sono vissute in una totale assenza di personalità e l’anonimato sembra un pregio: “Siamo già/nei contatti/e nelle notifiche./ Il nostro letto/nel diario./Toccami/e tieni premuto” e ancora “Ci baciamo/con miliardi di bocche”. 
Siamo così dentro a quest’organismo autonomo che non si cura di noi, Internet (dio dinamico e complesso) che siamo soggetti a controindicazioni: “Ci abituavamo a quello./che gli altri chiamano vita./Ogni giorno lo stesso panino/imbottito con ali di foglie./Una droga pesante”. 
La deriva controllata di cui siamo parte non armonizza con nulla tranne che con se stessa, ha un movimento tutto personale, vortice e assenza in primis, ogni esistenza ne viene toccata, nella sua uniformità di essere vivente: “L’uccello/al quale/hanno cancellato il volo/sonnecchia/sulla/pista/dell’aeroporto”.Con l’isterica abitudine di accumulare ogni cosa, ogni evento, di fotografare e registrare ogni istante e sensazione, viene cancellata la nostra traccia, la memoria stessa sembra un disordine di date, un rebus infinito. La solitudine dei nostri corpi potrebbe impattarsi e rimanere intrappolata nel mondo virtuale, non solo come sfogo o bisogno d’attenzione costante, ma proprio come residenza definitiva dove ogni pensiero portante verrà voluto e assimilato da altri, dalla prepotenza e preponderanza digitale, dai suoi bisogni ulteriori. 
La progettazione del nostro futuro spetta a noi, alle nostre volontà. Le continue piattaforme di cui usufruiamo devono proiettare quello che siamo, le nostre stesse fragilità e non la finzione che vogliamo ottenere, che ragioniamo. Dovremmo investire sull’ascolto, sull’accettazione, sull’utilizzare queste macchine espansive come oltre, come visioni di prospettive diverse, di potenziamento delle grandezze umane. 
La capacità di Lipska è coinvolgere dal primo all’ultimo verso, portando il caos interattivo in poesia, in immagini irraggiungibili e reali: “Sono usciti. Non sono tornati./Sul tavolo mandarini/E’ finita la stagione della vita./Sul muro/affiorano le loro immagini”. Nelle nostre distrazioni c’è la nostra libertà, in questo c’è poesia: ”Un verso randagio vagabonda/nella materia oscura della carta./Non ha padroni. L’autore l’ha lasciato/in balìa del destino. Orfano di parole./A volte/i versi sono come cani abbandonati/che abbaiano alla poesia”.

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