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Tre cadaveri pietrificati e la Milano del Seicento precipita nel terrore

Ancora una volta il romanzo storico, con Marcello Simoni, abbraccia la genialità. A seguire l’irriverenza di Irvine Welsh e la satira sociale di Amanda Craig


25/02/2019

di Mauro Castelli


Ogni volta che sbarca sugli scaffali con i suoi romanzi Marcello Simoni non manca di sorprendere per la sua capacità di reinterpretare la Storia a uso e costume del lettore. Frutto di una piacevolezza narrativa che non è da tutti, ma anche di un approfondito lavoro di ricerca. Magari, come nel caso de La prigione della monaca senza volto (Einaudi, pagg. 384, euro 17,00), traendo spunto dal presente (il ritrovamento nel 2016, a bordo della sua imbarcazione alla deriva, del corpo di uno skipper tedesco salpato in solitaria sette anni prima) per poi regalarci un passato pronto a nutrirsi di analogie. 
Ben spiegando, in quanto nella storia ci imbatteremo in tre cadaveri di donne pietrificate, che nei processi di mummificazione non c’è nulla di soprannaturale. Semmai un processo spontaneo dovuto - come nel caso del citato skipper, che si chiamava Manfred Fritz Bajorat ed era morto per infarto - all’alta temperatura, alla salsedine e ai venti oceanici. Un processo spontaneo peraltro simile a quello attestato in corpi reperiti in alcune torbiere dell’Età del Bronzo, sia nel Nord Europa che in aree desertiche. E via di questo passo a parlare della rava e la fava, in quanto il lettore deve in ogni caso essere rispettato. 
Ad esempio facendo riferimento agli esperimenti di Gerolamo Segato che, dopo aver appreso le tecniche di mummificazione egiziane, riuscì a trattare delle parti anatomiche in modo da renderle solide e incorruttibili; oppure richiamando gli esperimenti dell’abate Francesco Baldacconi da Siena, sino ad addentrarsi nei processi di conservazione messi a punto da Efisio Marini alla fine dell’Ottocento, oltre a rifarsi alle intuizioni di Plinio il Vecchio e via dicendo. 
E per quanto riguarda la veridicità dei suoi personaggi? Documentate sono le imprese di Pietro della Valle, il pellegrino che fra le pagine di questo romanzo risponde al nome di Brutus, mentre frutto di invenzione sono quelle di Kitab e Marduk. Autentico, benché romanzato, è anche il profilo di Federigo Borromeo, così come Mamurio Lancillotti (o Lancillotto) ha una sua reale consistenza storica. E reali sono pure l’Arciconfraternita di San Giovanni Decollato e la Confraternita di San Pietro Martire, così come imprestate dalla Storia risultano le figure di Francesco Capiferro, Niccolò Ridolfi e Margherita Basile. Figure già messe in Scena da Marcello Simoni nei precedenti romanzi che hanno visto come protagonista Girolamo Svampa. L’inquisitore che, in questa sua nuova indagine, si troverà a far di conto con una vicenda che metterà a dura prova sia le sue capacità investigative che le sue certezze. Lui curiosamente frate non per vocazione ma per vendetta, che predilige la ragione alla superstizione e che, in questo nuovo capitolo della sua vita, si trova ad avere a che fare con la Milano manzoniana, in piena dominazione spagnola, caratterizzata dalla clausura femminile. 
In effetti, come da sinossi, siamo nell’anno del Signore 1625. A Roma governa Urbano VIII, Milano è invece alle prese con il dominio spagnolo. E, sotto la Madonnina, Girolamo Svampa - sempre più deciso a chiudere i conti con il suo nemico mortale, Gabriele da Saluzzo - viene coinvolto nell’indagine più pericolosa della sua vita: il rapimento di una benedettina, figlia del fedele bravo Cagnolo Alfieri, che lo porta nella città ambrosiana, dove si imbatte in due enigmi. Il primo riguarda il cadavere pietrificato di una religiosa. Il secondo una monaca murata in una cripta per aver commesso crimini innominabili: ovvero suor Virginia de Leyva, la celebre Monaca di Monza. 
Quest’ultima sembra informata su particolari che potrebbero svelare il mistero della pietrificazione, e inizia a esercitare sull’inquisitore un pericoloso ascendente. Vittima dopo vittima, incalzato dal cardinale Federigo Borromeo - e aiutato da Cagnolo, dall’enciclopedico padre Capiferro, ma soprattutto dalla bella e audace Margherita Basile - Svampa scoprirà che il segreto della trasmutazione in pietra risale alle avventure occorse a un pellegrino in Egitto. E ritroverà sulla sua strada un rivale abilissimo che potrebbe risultare impossibile da sconfiggere. 
Che dire: un’altra storia geniale e intrigante, che proietta il lettore in una ambientazione milanese tutta da gustare: quella delle porte di entrata in città, della darsena, dei bacini, dei Navigli, dell’oppressione straniera e anche della decadenza. Un lavoro in merito al quale lo stesso Simoni tiene a precisare: “È forse il romanzo in cui mi sono messo più in gioco, e questo perché siamo nel Seicento milanese, in pieno clima manzoniano. La qual cosa mi ha costretto a fare i conti con personaggi in auge nei Promessi sposi”. 
Simoni, si diceva. Una delle voci più interessanti della nostra narrativa di settore. Sia per l’abilità nell’attualizzare tematiche datate, sia per la semplicità con la quale riesce a trattare argomenti di spessore. Pronto a scavare nel suo amato Medioevo, che ogni volta finisce per riservare qualche nuova sorpresa al lettore. 
Per la cronaca Simoni è nato a Comacchio (in provincia di Ferrara) il 27 giugno 1975, una cittadina che lo vede tuttora vivere in una frazione a due passi dal mare (dove si diverte a coltivare un orticello e un giardino) con la moglie Giorgia (colei che, sposata dopo una lunghissima convivenza, ha seguìto i passi più importanti della sua vita e alla quale è dedicato questo libro). Ed è qui che, in compagnia di tre cani chiamati Stinco, D’Artagnan e Aramis, trova le atmosfere giuste per la sua creatività. 
Lui che si ritiene - come ha avuto modo di raccontarci qualche tempo fa - un artigiano della penna capace di lavorare su uno specifico tema per renderlo più bello e gradevole: un’attitudine peraltro ereditata dal nonno paterno, falegname, e da quello materno, elettricista; lui che si definisce estroverso sul lavoro e poco intimo dei salotti; lui che si dedica alla scrittura su base oraria impiegatizia, con qualche puntata anche al sabato e alla domenica; lui che confessa un debole per scrittori come Valerio Evangelisti, Jean-Christophe Grangé e Fred Vargas, ma con input importanti legati anche ai nomi di Giulio Verne, Arthur Conan Doyle, Emilio Salgari e Edgar Allan Poe. 
Lui pronto ad assicurare che scrivere è il mestiere più bello del mondo; lui che detesta i personaggi positivi, quelli che fanno sempre la cosa giusta; lui pronto a parlare con soddisfazione dei suoi genitori (Rosaura, al cui occhio clinico - da brava maestra qual è stata - sfugge poco o nulla, e Luigi, impiegato all’anagrafe), ma anche dei suoi trascorsi da malpagato archeologo, nonché come bibliotecario presso il Seminario arcivescovile di Ferrara; lui autore di otto saggi storici, ma soprattutto di una quindicina di romanzi tradotti in una ventina di Paesi. 
E ancora: lui che nel 2011 - con il suo libro d’esordio, Il mercante dei libri maledetti edito dalla Newton Compton - aveva vinto il Bancarella ed era rimasto per oltre un anno protagonista delle classifiche dei libri più venduti. Un lavoro che, curiosamente, era stato in precedenza pubblicato a pagamento per i tipi dell’editrice Il Filo, come L’enigma dei quattro angeli, senza che nessuno lo degnasse di un cenno. E questo la dice lunga sulle strane vie da percorrere prima di arrivare al successo…

A questo punto spazio a una piacevole quanto controversa penna che gioca sui sentimenti e i risentimenti, colpendo al cuore e allo stomaco il lettore: quella di Irvine Welsh che, nel suo modo di portare avanti le storie, abbina la ruvidezza scozzese, la leggerezza interpretativa del Vecchio continente e quella più raffinata e viscerale a stelle a strisce. La qual cosa non deve stupire in quanto Welsh in Scozia, e più precisamente a Edimburgo, ci è nato per poi fare esperienze di vita anche ad Amsterdam, Dublino (ancora oggi un suo punto di riferimento) e Londra prima di trasferirsi negli Stati Uniti, dove ama trascorrere le stagioni invernali in quel di Miami. 
Lui che aveva abbandonato gli studi a sedici anni per dedicarsi a lavoretti di variegata natura, arrivando a darsi da fare per il consiglio comunale della sua città, per poi riprendere gli studi e portarsi a casa un Mba presso la Heriot Watt University. Nel frattempo avrebbe messo a punto la bozza di Trainspotting, sulla quale avrebbe imbastito la contestata storia che nel 1993 aveva fatto parlare, a voci alterne, i critici (storia sulla quale lui stesso non ci avrebbe scommesso un penny, quando invece avrebbe venduto oltre un milione di copie solo nel Regno Unito), peraltro travasata tre anni dopo sul grande schermo da Danny Boyle. 
Sta di fatto che nel 1995 avrebbe lasciato il lavoro per dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. Dando vita a una lunga serie di romanzi, sceneggiature, testi di drammaturgia e racconti, quasi sempre più amati dal pubblico dei lettori (che sono poi quelli che comprano i libri) che dai recensori. Lui che, dopo essere stato “il capofila della chemical generation”, sarebbe diventato uno degli autori più amati dal pubblico europeo, grazie alle sue doti che si possono così riassumere: “intelligenza, inventiva linguistica, spregiudicatezza, humour nero, gusto per l’eccesso, oscenità, nichilismo spietato”. Ingredienti che questo autore sa mescolare con sapienza, rendendo assolutamente unico “l’estremismo narrativo dei suoi formidabili romanzi”. Fra i quali ricordiamo Tolleranza Zero, Colla, I segreti erotici dei grandi chef, Skagaboys, La vita sessuale delle gemelle siamesi, L'artista del coltello
Per la cronaca in Italia il suo editore di riferimento è Guanda con 17 lavori pubblicati, l’ultimo dei quali è arrivato proprio in questi giorni sui nostri scaffali, ovvero Morto che cammina (pagg. 424, euro 19,50, traduzione di Massimo Bocchiola). Un canovaccio che riporta in scena - sboccati, violenti e maledetti in un contesto brutale, comico e commovente - i ragazzi della banda che avevamo imparato a conoscere in Trainspotting. Pronti a stupirci con il loro crudo quanto scurrile linguaggio giovanile. Così le parole cazzo, merda, culo e derivati, casino, stronzo e variazioni sul tema le trovate in ogni dove. Ma, curiosamente, ci si renderà presto conto che non stonano più di tanto nel crudo contesto narrativo. Semmai lo rafforzano. 
Ma veniamo al dunque. A tenere la scena in Morto che cammina, come detto, sono le nostre litigiose, vecchie conoscenze che hanno fatto carriera. Così, andando in ordine sparso, Sick Boy ha aperto un’agenzia di escort; Franco Begbie è diventato un artista di un certo livello; Spud è rimasto a galleggiare nella sua pochezza, mentre Mark Renton ha fatto bingo: “infatti i deejay della sua agenzia fanno ballare i ragazzi sulle due sponde dell’oceano e un bel po’ di soldi entrano in cassa”. La qual cosa non lo fa sentire davvero appagato, stressato com’è da una vita passata fra sale d’attesa e stanze d’albergo. 
Non a caso lo incontriamo “seduto a bordo di un volo che lo riporta a casa, dove butta giù un tranquillante dietro l’altro per smaltire i postumi della serata precedente”. E lì incrocia un paio d’occhi impossibili da dimenticare: quelli appunto di Frank Begbie. Fortuna vuole che “l’ex psicopatico di Leith non sembra più nutrire alcun proposito di vendetta per quella brutta storia della truffa sulla vendita di una partita di eroina. Sono passati tanti anni, ma Renton non si fida, vorrebbe saldare il suo debito e teme che Begbie stia tramando qualcosa”. 
Nel frattempo alle orecchie di Sick Boy e Spud giunge voce che i vecchi amici bazzicano di nuovo in quel di Edimburgo: che prospettiva stuzzicante sarebbe riunire il quartetto come ai bei tempi... “Ma quando i due si avvicinano all’oscuro mondo del traffico di organi, le cose prendono rapidamente una brutta piega per tutti. In balìa ognuno delle proprie dipendenze, costretti alla resa dei conti con un passato che non può più aspettare, Renton, Begbie, Sick Boy e Spud saranno travolti da un fiume in piena di assurdi imprevisti. Fermo restando che uno di loro rischia di non vedere l’ultima pagina del romanzo”. Ma chi sarà, come da titolo, il morto che cammina? 
Come Welsh ci ha abituato, anche questa volta la sua scrittura trascina il lettore in un viaggio - irriverente, isterico e carico di tensione - fra Edimburgo, Miami, Los Angeles, Amsterdam e via dicendo all’insegna di un susseguirsi di situazioni al limite, graffianti quanto imprevedibili. Con un interrogativo al seguito: sarà questo l’ultimo capitolo della saga di Trainspotting? Sinceramente ne dubitiamo.

In chiusura di rubrica un bellissimo ed efficace affresco dell’Inghilterra (e dell’Europa) di oggi, con un focus sulle implicazioni e complicazioni relative al fallimento della vita matrimoniale, alla crisi economica, all’integrazione e via dicendo. A fronte di un contesto narrativo che fa da sfondo alla trama de Le circostanze (Astoria, pagg. 501, euro 20,00, traduzione di Valentina Ricci), l’ultimo romanzo firmato da Amanda Craig, la scrittrice inglese che è nata in Sudafrica nel 1959, è cresciuta in Italia, ha studiato alla Bedales School, si è laureata a Cambridge e attualmente vive a Londra. Un lavoro peraltro benedetto come libro dell’anno 2017 da diverse autorevoli testate (Guardian, Observer, New Statesman, Telegraph, Irish Times e Financial Times), oltre a essere tradotto, con buoni riscontri, in diversi Paesi. 
Sposata e madre di due bambini, prima di diventare scrittrice a tempo pieno, Amanda aveva collaborato (ma lo fa ancora per l’Observer, il Guadian e Bbc Radio 4) con testate del calibro di The Indipendent on Sunday e The Times come critica della letteratura per l’infanzia, intuendo in anticipo sugli altri le potenzialità di Harry Potter, Philip Pullman, Twilight e Hunger Games. 
Paragonata dalla critica inglese, sia pure con una buona dose di esagerazione, a Charles Dickens, Anthony Trollope, Honoré de Balzac, Angela Carter ed Evelyn Waugh (autori che, per un verso o per l’altro, hanno certamente influenzato il suo approccio alla narrativa e alla sua visione della vita), la Craig (che sbandiera un debole dichiarato per Ian McEwans in abbinata a un certo interesse per “il grande talento” di Elena Ferrante) ha sinora dato alle stampe sette romanzi. Libri che, seppure possono essere letti separatamente, hanno alcune figure in comune: nel senso che un personaggio secondario di una storia, “ovviamente cresciuto o invecchiato”, può diventare il protagonista di un’altra. Sempre cavalcando una filigrana impregnata di satira sociale, vicende d’amore, problemi economici e, ci mancherebbe, anche di fatti di sangue. 
A tenere la scena ne Le circostanze è un’Inghilterra alle prese con i problemi legati all’uscita dall’Unione europea, segnata da una crisi che ha inciso sul quotidiano di molti. Con una coppia ai ferri corti che, non potendo divorziare per il semplice fatto di non potersi permettersi due case, decide di trasferirsi in campagna. Si chiamano Quentin e Lottie (“Qualcuno li avrà conosciuti in Anime invisibili”) i nostri due protagonisti, giornalista lui e architetto lei, che da un giorno all’altro si sono trovati entrambi a spasso: il giornale ha chiuso e a sua volta anche lei ha perso il lavoro. Non bastasse, la casa in cui vivono non si riesce a vendere a un prezzo accettabile: l’unica soluzione sembra essere quindi quella di affittarla e con i soldi del canone andare a vivere in un posto decisamente più economico, in una località remota del Devon (“Una contea e una campagna che amo sin da quando c’ero andata la prima volta quand’ero ancora bambina”). 
Da qui il trasferimento con i tre figli al seguito. Ma anche abitare in campagna non saranno tutte rose e fiori, in quanto la povertà imperversa e gli immigrati, pagati una miseria, rubano il lavoro ai locali, peraltro nella maggioranza favorevoli alla Brexit. Un contesto quindi “molto distante da quello che nella realtà pensano i londinesi - annota l’interessata - molti dei quali ritengono che la campagna rappresenti una sorta di città dei giocattoli, quando invece i problemi reali si fanno sentire, eccome”. 
Fortuna vuole che la casa, a Quentin e Lottie, sia stata offerta a un prezzo ridicolmente basso. Evidentemente c’è sotto qualcosa di poco chiaro, che ben presto verrà a galla: il precedente affittuario era infatti stato ammazzato proprio fra quelle mura (“Ammetto - ironizza l’autrice - di essere affascinata, narrativamente parlando, dagli omicidi”). E partirà proprio da questo fattaccio l’approfondimento della vicenda (“In periodi di crisi il crimine - ci va giù duro la Craig - può rappresentare una alternativa, fermo restando che tutti siamo capaci di uccidere”). 
Vicenda in parte segnata dall’ombra di quella morte, contrassegnata da una certa dose di suspense psicologica, a tratti giocata in stile black comedy. Il tutto insaporito da spruzzate di satira sociale, pronta a rapportarsi con i drastici cambiamenti economici in atto, che finiscono per incidere, e non poco, sulle tradizionali nozioni di identità.

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