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Tre cavalieri, tre sorelle, una violenta pestilenza, un nemico insidioso e una corsa contro il tempo per salvare Roma caput mundi

Fra le pieghe della Storia con una guida d’eccezione, Andrea Frediani. In libreria anche Valerio Varesi con un noir fuori dagli schemi e l’ironica Chiara Moscardelli


02/11/2020

di MAURO CASTELLI


Sono due le passioni che, sin da piccolo, hanno tenuto banco nel privato di Andrea Frediani, nato nella Capitale nel 1963, città dove peraltro si è laureato, dove vive e dove ovviamente lavora. In primis l’interesse per gli avvenimenti del passato, dopo essere rimasto folgorato a soli otto anni dalla lettura de La storia di Roma di Indro Montanelli. La qual cosa non deve sorprendere in quanto questo grande giornalista (che per lavoro abbiamo avuto la fortuna di conoscere) aveva la capacità di farsi capire da tutti, ma proprio da tutti. 
Risultato? La decisione del piccolo Andrea di diventare un “divulgatore” storico; decisione maturata in abbinata alla scrittura di un libretto sui pirati (durante l’Università avrebbe dato voce anche a fumetti, racconti e premiate realizzazioni nel campo del modellismo), testo peraltro rubacchiato dall’enciclopedia Disney. D’altronde, tiene a precisare l’interessato, non è forse vero che il grande Stephen King ha sostenuto che il processo di emulazione precede quello della creazione? 
In seconda battuta va ricordato l’interesse di Frediani per la musica, che lo aveva visto batterista già all’età di 15 anni in gruppi rock e jazz. Un amore peraltro mai sopito, tanto è vero che ancora oggi milita nell’Andrea Frediani Quartert, dove suona cover pop e standard jazz. 
Fatta questa premessa, in parte legata a maglie strette agli interessi del nostro autore, spazio al suo ultimo lavoro, edito dalla Newton Compton (il suo editore di riferimento con una quarantina di romanzi storici e saggi, oltre a un fumetto intitolato Marathon). Ovvero I tre cavalieri di Roma (pagg. 314, euro 9,90), un canovaccio ancora una volta giocato sul ritmo e sulla tensione, che vede in scena un nemico insidioso, ferma restando una frenetica corsa contro il tempo per salvare Roma. 
Tutto ha inizio nel 165 dopo Cristo a Oriente, e più precisamente a Seleucia, dove l’esercito romano, sotto il principato di Marco Aurelio e Lucio Vero, è impegnato nella difficile conquista dell’impero partico. Più facile a dire che a farsi, e la storia di quegli anni lo avrebbe confermato. 
Come da sinossi integrata, tre ausiliari di origine germanica del reparto di cavalleria, che fanno parte dell’esercito imperiale, si ritrovano coinvolti nel saccheggio del Palazzo Reale della capitale, Seleucia appunto, forse non del tutto voluto dalle alte gerarchie militari. Si chiamano Tito, Bendix e Magnus i nostri eroi, impegnati nella campagna contro i Parti agli ordini dello spietato e inflessibile Avidio Cassio. Sta di fatto che, mentre si danno - per così dire - da fare, incontrano tre schiave armene, tre sorelle di nome Taline, Lucine e Yeva (le protagoniste al femminile del romanzo), e insieme a loro diventeranno testimoni scomodi di una vasta cospirazione che mira a detronizzare gli imperatori. 
In parallelo, dai sotterranei dell’edificio reale, si diffonde una minaccia capace di spezzare qualunque armata: una terribile pestilenza che costringe i romani a rinunciare alla campagna. Pestilenza che, rifacendoci alle notizie di quel periodo, si sarebbe identificata in una epidemia di peste (la cosiddetta peste antonina, descritta dal medico Galeno) mentre, secondo alcuni altri storici, si sarebbe trattato di vaiolo. Ma poco importa se non le dirette conseguenze. 
Torniamo quindi al dunque. I tre cavalieri e le tre sorelle verranno catturati dai parti e saranno costretti ad affrontare una lunga quanto avventurosa odissea per recuperare la libertà e tornare in territorio amico, così da poter avvertire Roma del pericolo. Sta di fatto che, “tra fughe rocambolesche in una terra sterminata, percorsi accidentati in territorio ostile - braccati da nemici di ogni sorta, briganti, pirati, lupi e cacciatori di taglie - i sei protagonisti si troveranno costretti a forgiare la loro tempra in un viaggio di formazione in cui, per garantirsi la sopravvivenza, dovranno mettere alla prova se stessi, i propri sentimenti e i vincoli reciproci”. 
Che dire: a fronte di uno stile che non fa una grinza, che è poi quello vincente cui ci ha abituato l’autore, un altro punto forte della narrazione è rappresentato dalla descrizione dei luoghi e delle scene d’azione. Semmai, se un peccato veniale si deve addebitare a Frediani, è il fatto di un non del tutto giustificato salto temporale - narrativamente parlando - di quattro anni, quando ritroviamo i nostri protagonisti prigionieri dei parti. Da qui la fuga, fra separazioni e ritrovamenti, a fronte di un racconto, in questa fase, peraltro avaro di riferimenti storici. Tanto da far scivolare la trama sul sentiero di una storia d’avventura. Leggibile e godibile, certo, ma il menù a questo punto non si identifica più con quello offerto in partenza. 
Detto questo torniamo ad Andrea Frediani, rapportandoci con il suo percorso narrativo. Partendo dalla collaborazione con la rivista Storia e Dossier, abbinata a occasionali articoli per diverse altre testate, sino ad arrivare nel 1997 alla pubblicazione del suo primo libro, Gli assedi di Roma, vincitore del premio Orient Express come miglior opera di Romanistica dell’anno. Un riconoscimento che lo avrebbe indotto a proseguire su questa strada con Le guerre dell’Italia unita, Gli ultimi condottieri di Roma e Le grandi battaglie di Roma antica, un lavoro, quest’ultimo, forte di un venduto di quasi centomila copie. 
A seguire Le grandi battaglie di Napoleone, I grandi condottieri di Roma antica, Guerre e battaglie del Medioriente nel XX secolo, Le grandi battaglie di Giulio Cesare, Le grandi battaglie di Alessandro Magno, Le grandi battaglie dell’antica Grecia, I grandi condottieri che hanno cambiato la storia e Le grandi battaglie del Medioevo, pubblicato nel 2006. 
L’anno successivo sarebbe stato quello della svolta, con la pubblicazione del suo primo romanzo, Trecento guerrieri. La battaglia delle Termopili, che raggiunse il settimo posto nella classifica dei libri di narrativa più venduti in Italia. Il 2008 sarebbe stato l’anno di Jerusalem e quello successivo di Un eroe per l’impero romano. A quel punto un libro dietro l’altro: la trilogia “Dictator” (L’ombra di Cesare, Il nemico di Cesare e Il trionfo di Cesare, vincitore del Premio Selezione Bancarella 2011), Marathon e poi la quadrilogia Gli invincibili, fino ad arrivare alla trilogia Roma Caput mundi. Serie peraltro inframmezzate da romanzi singoli come 300. Nascita di un impero, il thriller storico Il custode dei 99 manoscritti e Missione impossibile
Guadagnandosi in questo modo, da storico di lungo corso quale Frediani si propone, le simpatie dei lettori italiani (con oltre un milione di copie vendute), ma anche di quelli esteri: diversi suoi romanzi sono stati infatti tradotti in sette lingue. A titolo di curiosità, in Inghilterra - dove è stata proposta la serie The Invincibles - il nostro autore è conosciuto come Andrew Frediani. 


Voltiamo libro. Per i tipi della Giunti è arrivata sugli scaffali Teresa Papavero, l’azzeccato personaggio firmato da Chiara Moscardelli, rimesso in pista in Teresa Papavero e lo scheletro nell’armadio (pagg. 298, euro 16,00), in scena nella seconda puntata di una trilogia giallo-comica iniziata due anni fa, quando questa protagonista si era trovata a far di conto con la maledizione di Strangolagalli
Di fatto, tiene a precisare l’autrice, “non è stato facile scrivere un libro ironico con le sirene di ambulanza in sottofondo”. Ovvero nel periodo del lockdown da Covid-19, “quando la mia vita frenetica aveva registrato un sussulto al ribasso, segnata dalla solitudine, dai capelli di tre colori diversi”. Un periodo di “paure e incertezze” durante il quale “mi sono resa conto che più che un compagno mi è mancato un parrucchiere”; periodo che purtroppo non è ancora finito in quanto si sta nutrendo di un preoccupante quanto velenoso ritorno. 
Chiara Moscardelli, si diceva, un’autrice dai toni scanzonati segnati dal sorriso ma anche da una buona dose di amarezza, che si era guadagnata un posto al sole grazie alla pubblicazione del suo romanzo d’esordio datato 2011 e pubblicato dalla Einaudi, poi rieditato da Giunti nel 2016, ovvero Volevo essere una gatta morta (“Le gatte morte sono quelle che si circondano di maschioni ma non hanno il dono dell’ironia, al contrario delle single che ne hanno un disperato bisogno”). 
Una mezza autobiografia, questo romanzo, seguita da La vita non è un film (ma a volte ci somiglia), una specie di sequel con ancora lei (la nostra autrice) in cerca dell’uomo ideale. Quindi sarebbe stata la volta di Quando meno te lo aspetti, Volevo solo andare a letto presto, il debutto di Teresa Papavero e poi, lo scorso anno, Volevo essere una vedova ed Extravergine. 
Per la cronaca Chiara Moscardelli - a suo dire una donna schietta, contraddittoria e insicura, che cerca di essere se stessa “anche se i risultati non sono sempre dei migliori” - è nata Roma nel 1973 (“Frutto di un parto podalico, ma è pur sempre meglio di niente”), e sotto il Cupolone si sarebbe laureata all’Università La Sapienza, per poi emigrare undici anni fa a Milano dove lavora come responsabile editoriale della Baldini+Castoldi (oltre a collaborare con Tuttolibri, l’inserto culturale de La Stampa, e con le riviste Vanity Fair e Donna Moderna). 
Milano, si diceva, dove ha comprato un appartamento (peraltro gravato da “un mutuo trentennale”) che si sta arredando e che, a suo dire, si sta anche godendo pere via del parziale lavoro in smart working. Di fatto una città con la quale sino a due anni fa le sembrava avere un conto aperto, in quanto è difficile farsi degli amici. Ma conoscenti sì, e tanti. Una conferma? Le undici pagine di ringraziamenti a margine del suo ultimo romanzo, roba da Guinness dei primati. 
Come nella sua prima volta incontriamo Teresa Papavero - una protagonista segnata dall’età, benché lei non se ne crucci (“Superati i quaranta un uomo diventa interessante, una donna zitella”) in quanto ha ben altre preoccupazioni in quel di Strangolagalli. Un piccolo centro che - nella realtà - non arriva a 2.500 abitanti in provincia di Frosinone, sulle pendici dei Monti Ernici, dove non succede mai nulla. O quasi. 
Una location peraltro legata alla passione dell’autrice per Jessica Fletcher, la protagonista della serie televisiva La signora in giallo interpretata da Angela Lansbury. Le cui vicende, sia pure allargate a mezzo mondo, principalmente si svolgono a Cabot Cove, un paesotto del Maine che, narrativamente parlando, si propone come un serbatoio di omicidi. E in fatto di delitti anche Teresa (la psicologa criminale più acuta e imbranata di sempre) sembra avviata sulla buona strada. 
Ma veniamo al dunque. Da quando la nostra protagonista ha risolto ben due casi di scomparsa ed è ospite fissa del programma tv Dove sei?, il borghetto di Strangolagalli sta vivendo la sua epoca d’oro. Tanto è vero che i troppi turisti hanno messo a dura prova la capacità alberghiera del paese. Per questo sta per essere inaugurato Le Combattenti, il nuovo Bed & Breakfast voluto da Teresa e dalla della sua amica Luigia Capperi. “L’insegna è pronta, le pareti sono dipinte di un bel rosa con tanto di fenicotteri dorati e Teresa, dopo essersi improvvisata imbianchina e decoratrice d’interni, si appresta a buttare giù l’ultimo muro quando scopre nell’intercapedine delle ossa umane”. 
Ma chi vuoi che vada a Strangolagalli a nascondere uno scheletro? Teresa è pronta a scoprirlo e si affianca subito, e molto da vicino, al medico legale che si occupa del caso, tale Maurizio Tancredi. Ma se Tancredi non nasconde una certa simpatia nei suoi confronti, che fine ha fatto Leonardo Serra, il bel poliziotto che l’ha sedotta e abbandonata? E se si tratta di un vecchio caso, chi è allora che la sta seguendo? E per quale motivo? 
“Da Strangolagalli a Ventotene, da Roma allo spettrale manicomio di Aguscello, una nuova avvincente indagine che si rifà a un misterioso cold case”. Un caso che ha radici nel passato e che sembra toccare Teresa da vicino, troppo vicino. Appunto per questo… 


Il terzo e ultimo consiglio per gli acquisti è legato alla collaudata penna di Valerio Varesi che ha dato alle stampe, per i tipi della Frassinelli, “un noir fuori dagli schemi e dissacratore, nel quale affonda la sua narrazione in una realtà, la nostra, che non è mai stata tanto virtuale”. Stiamo parlando de L’ora buca (pagg. 328, euro 17,50), quella che la voce narrante della storia trascorre al bar con il collega Pampaluga. Ed è qui che i due si infervorano in un discorso che li farà deragliare
Si tratta di un libro, come ha avuto modo di annotare lo stesso autore, nato “per raccontare la nostra crisi culturale. Volevo parlare della scomparsa dall’odierno orizzonte, di qualsiasi visione prospettica di media-lunga durata. In definitiva dell’assenza di un progetto sociale e di un’idea di società. Il dominio dell’apparenza e della soddisfazione immediata è ormai totale sia in politica che nelle aziende. Ciò consente, specie in politica, l’emergere di parvenu totalmente incompetenti sia sul piano culturale che sul piano amministrativo. In questo si è innescato un processo secondo cui chiunque può fare tutto. Un principio mirabilmente riassunto nei programmi demagogici della politica di oggi che arriva a prospettare l’estrazione a sorte degli amministratori. Ecco che mi è balenata l’idea di raccontare l’ascesa e la decadenza di una di queste meteore, un insegnante che non vuole morire nell’anonimato e decide di soddisfare il proprio desiderio di notorietà”. 
E ancora: “Nel mondo massificato dove gli individui non contano niente, nel livellamento globale, l’unica salvezza è distinguersi, essere riconosciuti perché siamo sconosciuti a noi stessi. Mettendoci una maschera di notorietà possiamo coprire il vuoto che ci spaventa e avere un ruolo. Per ottenerlo siamo disposti a sacrificare anche la nostra vita. Ho voluto così rappresentare il mondo d’oggi. Il mondo in cui le sorti di molti Paesi sono in mano a personaggi così ambiziosi dall’aver iniziato il proprio percorso nei giochi a quiz televisivi o percorrendo il mondo dell’economia prescindendo da qualsiasi scrupolo”. 
Riportato il parere dell’interessato, spazio alla sinossi. Nell'aula professori di una non meglio identificata scuola superiore, con una regolarità dettata dagli orari di docenza e soprattutto dalle anelate ore buche, due insegnanti di scienze si incontrano, chiacchierano del più e del meno e disquisiscono di massimi sistemi sotto lo sguardo benevolo e forse moderatamente onnisciente dell’epicureo bidello Mario. 
Avendo una formazione scientifica, i due uomini non possono evitare di valutare la loro condizione - umana, s’intende - precariamente associata a quella di un pianeta che assomiglia molto a un arancino (con una crosta fragile e un centro incandescente) vagante nell’universo infinito. Per uno dei due, d’ora in poi il Professore, è anche diventato difficile, se non impossibile, rispettare i dettami del programma: gli pare umiliante raccontare e vendere per certezza granitica qualche legge, confutabile per sua stessa natura, a quei ragazzi che di certezze ne hanno pochissime. 
È così che, per conquistare un posto nel mondo che sia all'altezza delle sue ambizioni, il Professore si imbatte nell’Agenzia. Che dopo una serie di workshop e di test, lo arruola nelle sue fila per una missione molto particolare: distruggere la reputazione di un uomo politico diffondendo fake news. Niente di più facile, oltre che un trampolino di lancio per il Professore. Ma soddisfare le aspettative della inquietante e potentissima Agenzia, non basta. E il patto del Professore prevede un prezzo sempre più alto da pagare. 
Che dire. Varesi, un uomo tendenzialmente schivo e introverso, ci ha abituato alle sue virate narrative (“Mi piace cambiare, sperimentare”), anche se gli estimatori dei suoi lavori, quando vengono lasciati orfani del commissario buongustaio Soneri - sinora protagonista di 15 romanzi (quelli che hanno ispirato le tre serie televisive Nebbie e delitti, interpretate da Luca Barbareschi) - maturano qualche mal di pancia. Soneri che, dopo essere entrato in scena per la prima volta vent’anni fa nel giallo Bersaglio l’oblio, ha fatto proseliti anche all’estero, come in Gran Bretagna, Germania, Spagna, Olanda, Turchia, Polonia e Francia, dove Le Figaro ha etichettato il nostro autore, scusate se è poco, come il Simenon italiano. 
Lui con il chiodo fisso per la lettura, che va da Kafka e Camus per finire ai classici russi, come Dostoevskij, per poi approdare ai giallisti Malet, Gadda, Sciascia, Scerbanenco, Hammett, Chandler, Ellroy, Capote, Marquez e Simenon, ci mancherebbe, per lui importanti punti di riferimento. 
Che altro? Per la cronaca Valerio Varesi è nato a Torino l’8 agosto 1959; si è laureato in Filosofia a Bologna con una tesi su Kierkegaard; è diventato giornalista professionista nel 1990 e da molti anni lavora nella redazione del quotidiano La Repubblica del capoluogo emiliano dove si occupa di ambiente, trasporti e cultura. Lui che, visto che le origini hanno un loro perché, si è accasato a Neviano Arduini, un paese sulle basse colline parmensi, dove vive con la compagna e un figlio di venticinque anni “ogni volta che il lavoro glielo consente”.

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