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Trevi, la "città chiocciola" regina degli ulivi


28/07/2017

di Valentina Zirpoli

Arroccata su un colle a dominio della piana spoletina sorge Trevi (Perugia), città di antichissime origini che presenta un singolare impianto urbanistico che le è valso il soprannome di “città-chiocciola”. Trevi è conosciuta anche come la “Regina degli ulivi”: se ne contano circa 200 mila, da cui si produce un tipico olio, e proprio qui è nata l’“Associazione città dell’olio”.


La città si trova sull’estrema propaggine del monte Serano ed è uno dei comuni più vivaci dell’Umbria dal punto di vista dei modelli di sviluppo compatibili con le tradizioni e la cultura del luogo. È un autentico “museo diffuso” per le mille espressioni d’arte, di natura e di paesaggio che si trovano in ogni sua parte. Trevi propone trekking naturalistici tra la cittadina e le sue coste, fino ad arrivare a soste presso le strutture ricettive e gli agriturismi nella collina olivata. Suggestive sono le passeggiate lungo il sentiero degli ulivi o il sentiero francescano alla scoperta delle erbe della collina e dei luoghi che le preservano. Lungo la collina degli olivi si possono ancora vedere le “case sparse olivate”, insediamenti rurali risalenti al 1400-1500 che testimoniano la cultura dell’olivo e la storia del posto, sia contadina che borghese-nobiliare, ma anche affascinanti chiesette rurali.

Le origini
Citata già da Plinio come Trebiae, il suo nome potrebbe riferirsi alla dea Diana, chiamata Trivia, o nascondere un ancor più arcaico significato d’origine tosco-umbra. La sua esistenza prima della dominazione romana è infatti testimoniata dalla "stele di Bovara", rinvenuta di recente, ma anche da ritrovamenti del Paleolitico.
Trevi acquistò grande rilevanza quando, in età imperiale, fu ripristinato l'antico corso della Flaminia che permise lo sviluppo, in pianura, in località Pietrarossa, di una vera civitas con edifici monumentali di cui rimangono numerosi resti, mentre sul colle seguitò a sussistere l'arce fortificata con robuste mura del I secolo a.C., tuttora visibili. In passato ebbe giurisdizione anche su "ville" di montagna situate a est e su gran parte della valle sottostante, attraversata dalla Flaminia e solcata dal Clitunno, allora navigabile. Inoltre, fu sede vescovile fino all'XI secolo.
Con il dominio dei Longobardi, che istituirono il potente ducato di Spoleto, Trevi fu assegnata a un gastaldo. Agli inizi del XIII secolo si costituì in libero comune e, alleatasi con Perugia per difendersi da Spoleto, fu, con alterne vicende, in lotta con i comuni vicini, ottenendo il libero governo soltanto nel 1389. In seguito, subì il dominio di vari capitani e il funesto vicariato dei Trinci di Foligno fino al 1438 quando, tornata al diretto dominio della Chiesa sotto la legazione di Perugia, seguì le sorti dello Stato Pontificio fino all'unificazione. Nel 1784, da Pio VI, fu reintegrata al titolo di città.

La cattedrale di San Emiliano
Ciò che caratterizza il profilo di Trevi sono il campanile e la cupola della chiesa di Sant’Emiliano, che sorge in cima a un colle. È dedicata al primo vescovo che fu assegnato a Trevi e che morì martire nel 304. La storia narra che, in seguito all'editto di Diocleziano, Emiliano fu martirizzato e ucciso per decapitazione legato a un olivo novello. Per la tradizione quell’ulivo, che è ritenuto essere il più antico dell'Umbria, esiste ancora nella zona di Bovara ed è venerato appunto come "l'Ulivo di San Emiliano".


La chiesa fu costruita dove molto probabilmente in epoca romana era eretto un tempio a Diana Trivia, che fu demolito nel 199 per ordine del vescovo di Foligno, Feliciano, il quale fece erigere al suo posto una chiesa al culto trinitario, che poi nel XII secolo fu sostituita dalla chiesa dedicata a Sant'Emiliano.
All'interno, in stile neoclassico, ci sono affreschi del XVI secolo (abside minore e parete sud), l’Altare della Trinità (1585), il magnifico Altare del Sacramento di Rocco da Vicenza (1521) con statue di Mattia di Gaspare da Como, statue lignee del Crocifisso e Cristo deposto (15° secolo), due di San Emiliano (15° e 18° secolo) e una statua in travertino del Redentore di Cesare Aureli (1921). Oltre a varie tele, tra cui una deposizione del 17° secolo in sacrestia, meritano attenzione il cippo in cui furono rinvenute le spoglie del martire e la cantoria dell'organo su cui sono raffigurati vari episodi del martirio del Santo titolare.

Il complesso di San Francesco
Il complesso museale di San Francesco ha sede nell'omonimo convento, sviluppatosi a Trevi a partire dal XIII secolo. L'intera struttura, in stile gotico, fu eretta per onorare il Santo che aveva predicato a Trevi nel 1213. Abbandonata dopo le soppressioni napoleoniche, subì varie destinazioni d'uso e dal 1997, dopo lavori di restauro e adattamento, accoglie il Museo civico costituito da: Antiquarium, Pinacoteca, chiesa di San Francesco e Museo della Civiltà dell'Ulivo.
La facciata della chiesa presenta sopra il portale una lunetta con un affresco trecentesco, mentre l’interno custodisce il sepolcro del XIV secolo di Giacomo Valenti. Qui è possibile ammirare anche resti di affreschi del XIV e XV secolo, un organo monumentale del 1509 ed un Crocifisso del XIV secolo, opera del Maestro del Crocifisso di Trevi.
La struttura ruota intorno ad un chiostro centrale, costituito da un portico a pilastri di base ottagonale ed un loggiato superiore; la decorazione pittorica delle lunette con Storie della vita di San Francesco venne realizzata nel 1645 da Bernardino Gagliardi (1609-1660) durante il suo soggiorno a Trevi nel 1645.


Il museo ha sede dal 1997 al piano terra del convento di San Francesco. Interamente dedicato al prodotto principe di Trevi, l'olio extra vergine d'oliva DOP, il museo documenta i diversi aspetti legati alla produzione dell'olio e alla cultura dell'ulivo, che così fortemente caratterizza il paesaggio delle colline circostanti. Il nuovo allestimento del 2007 ha visto l'impiego di pannelli e strumenti multimediali e ha organizzato lo spazio espositivo in quattro sezioni che permettono di indagare l'argomento sul piano scientifico-naturalistico, ma anche storico-artistico e sociale.


Il santuario della Madonna delle Lacrime
Lungo il percorso che sale verso il centro storico del borgo si trova il santuario della Madonna delle Lacrime. Secondo la tradizione, il santuario ebbe il nome dalla lacrimazione di un dipinto raffigurante la Madonna, al quale seguirono numerosissimi miracoli.
La struttura è a croce latina irregolare con un’unica navata slanciata verso l’alto con ampie volte a crociera, e rappresenta un significativo esempio del Rinascimento in Umbria.
Tra le varie cappelle affrescate, meritano particolare attenzione l’Adorazione dei Magi del Perugino (1522), secondo altare a destra, e la Deposizione di Giovanni di Pietro detto lo Spagna (1520). La costruzione della chiesa segnò per Trevi un periodo di grandi trasformazioni urbanistiche che, a partire della seconda metà del Quattrocento, videro la realizzazione di una consistente edilizia civile e palazzi nobiliari che hanno cambiato il volto medievale della città.


Il Tempietto di Clitunno
Ad 1 chilometro da Trevi, nel comune di Campello sul Clitunno, si trova un piccolo sacello a forma di tempio. Considerato uno tra i più interessanti monumenti altomedievali dell’Umbria, è tra i sette gioielli dell’arte e dell’architettura longobarda in Italia che, riuniti in un unico seriale, sono stati di recente inseriti nella prestigiosa lista del Patrimonio mondiale dell’Unesco.
Costruito sopra una delle tante sorgenti del fiume Clitunno ricordate da Plinio il Giovane, sorge lungo il declivio del colle di San Benedetto dominante la valle spoletina.
L’edificio, la cui architettura ricalca la forma di un tempietto corinzio, è stato oggetto di numerose interpretazioni riguardo le sue fasi costruttive. Una prima proposta di datazione lo vede innalzato nel IV–V secolo d.C., come chiesa intitolata a San Salvatore, dove convivono raffinato linguaggio classico e simbolismo dei primi secoli del cristianesimo. La presenza di una croce monogrammatica al centro del timpano, coerente e integrata al resto della decorazione scolpita, ne sarebbe testimonianza. Recenti studi, invece, hanno permesso di circoscrivere la cronologia dell’edificio all’età longobarda, con un’oscillazione tra gli inizi del VII e il pieno VIII secolo. Sempre all’VIII secolo sono attribuiti gli affreschi dell’abside raffiguranti Pantocreator, San Pietro, San Paolo, Angeli con Croce Gemmata.
Il monumento, costruito in buona parte con materiali di recupero romani prelevati nell’area dove sorgevano, lungo il corso del Clitunno, numerose ville, terme e templi eretti in onore del dio Clitunno, presenta almeno due fasi costruttive ravvicinate. In origine doveva trattarsi di un vano unico coperto da volta a botte, corrispondente alla cella dell’attuale costruzione. Sulla parete ovest si apriva una porta sormontata da una cornice di spolio in stile ionico. Cinque finestre centinate si impostavano lungo i muri laterali, mentre una esigua terrazza assicurava l’accesso all’aula. Successivamente la terrazza venne ampliata per realizzare il vestibolo e furono costruiti due portici laterali, costituiti da un alto podio con zoccolo e cornice, un’apertura al centro del podio, un colonnato corinzio in antis sormontato da una trabeazione ionica e soprastante frontone, il quale cela lo stupendo timpano scolpito a bassorilievo con volute racemate e fogliate che incorniciano la centrale croce latina. L’accesso alla terrazza avveniva per mezzo di due scalinate laterali con protiri, in origine precedute da un proprio pronao, che venne demolito nel XVIII secolo per riutilizzarne i blocchi. A questa seconda fase va anche attribuita la costruzione dell’abside, che comportò la demolizione dell’originaria parete di fondo e la costruzione della nuova con l’aggetto dell’abside e l’apposizione di un frontone iconograficamente vicino a quello che sormonta la facciata. La presenza di una trabeazione continua che abbraccia tutto il monumento ha l’evidente intento di ricucire formalmente le parti nuove alla primigenia struttura. Una copertura a tetto ricopriva corpo principale e portici d’ingresso. Tutti i sostegni utilizzati sono di reimpiego, così come numerosi spolia entrano nella tessitura muraria, nella pavimentazione, nelle cornici, nella decorazione architettonica della cella. Sull’architrave si trovano, rispettivamente sui lati ovest, sud e nord, iscrizioni riconducibili al tipo epigrafico della capitale longobarda, raro esempio di epigrafia monumentale altomedievale. Al di sotto del timpano corre l’iscrizione dedicatoria al “Dio degli Angeli”. All’interno della cella, circoscritta dall’abside, si apre un’edicola marmorea, formata con il reimpiego di elementi scultorei del I secolo d.C. Al centro, sono presenti affreschi dell’VIII secolo (Pantocreator tra gli apostoli Pietro e Paolo) che hanno somiglianze con quelli di Santa Maria Antiqua in foro a Roma. Tali dipinti sono ritenuti i più antichi dell’Umbria.
Lo stile generale con cui è concepito il tempietto e il linguaggio classicheggiante che emerge sia dai reimpieghi che dagli ornamenti appositamente disegnati ed eseguiti, suggeriscono che i committenti furono probabilmente membri della famiglia ducale longobarda che, attraverso l’evocazione della grandezza di Roma, proclamavano il loro status e il loro prestigio.


Giacomo Leopardi e Trevi
La forma unica e inconfondibile di Trevi che, assecondando la conformazione del colle su cui sorge e costruita a cerchi concentrici sembra una chiocciola, ha suscitato lo stupore dei viaggiatori del passato, tra cui Giacomo Leopardi.


Nel 3° canto del poemetto satirico politico Paralipomeni della Batracomiomachia, per descrivere il castello di Topaia, Leopardi fa una lunghissima similitudine con l’abitato di Trevi. Sembra che sia l'unica descrizione di una città in tutta la sua opera.

Come chi d’Appennin varcato il dorso
Presso Fuligno, per la culta valle
Cui rompe il monte di Spoleto il corso,
prende l’aperto e dilettoso calle,
se il guardo lieto in su la manca scorso
leva d’un sasso alle scoscese spalle,
bianco, nudato d’ogni fior, d’ogni erba,
vede cosa onde poi memoria serba

di Trevi la città, che con iscena
d’aerei tetti la ventosa cima
tien sì che a cerchio con l’estrema schiena
degli estremi edifizi il pié s’adima;
pur siede in vista limpida e serena
e quasi incanto il viator l’estima,
brillan templi e palagi al chiaro giorno
e sfavillan finestre intorno intorno;

cotal, ma privo del diurno lume
veduto avreste quel di ch’io favello,
del pulito macigno in sul cacume
fondato solidissimo castello,
ch’al margine affacciato oltre il costume
quasi precipitar parea con quello.
Da un lato sol per un’angusta via
Con ansia e con sudor vi si salìa.

Il sedano nero
Il sedano nero di Trevi è un Presidio Slow Food.
L’utilizzo del sedano selvatico, da cui deriva quello coltivato, è documentato fin dal V secolo a.C., ma si pensa che l'uso domestico risalga al Medioevo. La pianta, ricca di vitamine e di sali minerali, ha caratteristiche diuretiche e digestive.
La varietà "nera" del sedano viene coltivata alle Canapine (una zona vicina al Clitunno) fin dal XVII secolo. Secondo la tradizione, il sedano nero viene seminato il Venerdì Santo e viene fatto germogliare fino a quando il fusto non raggiunge i trenta centimetri di altezza. In seguito, viene effettuato manualmente un rincalzo progressivo al fine di ottenere larghe coste e consentirne lo sbiancamento per l'inizio dell'autunno.


Fonti:
http://www.comune.trevi.pg.it/
www.protrevi.com
www.treviturismo.it
www.bellaumbria.net

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