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Tria: le rassicurazioni tardive sui nostri conti non hanno convinto i mercati finanziari

Eppure la congiuntura, nonostante i segnali di affievolimento, prosegue su un sentiero virtuoso. Il Def prevede infatti un deficit allo 0,8% del Pil nel 2019 e il pareggio di bilancio nel 2020, ma il debito (oltre 2.300 miliardi) continua a crescere… Insomma, basta poco per pagarne lo scotto


25/06/2018

di Giambattista Pepi


Negli ultimi mesi le variabili fondamentali della nostra economia (in crescita da cinque anni) hanno avuto tutte un segno positivo. Gli investimenti sono in ripresa. I conti con l’estero sono buoni. L’occupazione aumenta dal 2014. Le entrate fiscali risentono favorevolmente di buone performance. Il disavanzo si riduce. Nel 2017 la crescita del prodotto è stata dell’1,5 per cento, più di quanto ci si attendeva all’inizio dell’anno. La domanda ha riflesso il buon andamento dei consumi e, soprattutto, degli investimenti. Assente nei primi tempi della fase di espansione, anche l’accumulazione di capitale ha ripreso a crescere ponendo le basi per il proseguimento della positiva congiuntura. 
Gli investimenti sono stati favoriti da agevolazioni fiscali, da incentivi per l’innovazione, dalle condizioni favorevoli del finanziamento, anche bancario, sostenute a loro volta dalla politica monetaria espansiva della Banca centrale europea, ma soprattutto dalla fiducia delle imprese circa le prospettive economiche proprie e del Paese. Alla crescita dei consumi ha contribuito quella dell’occupazione, stimolata dalle misure di sostegno alla domanda di lavoro. Le migliori prospettive di impiego hanno spinto molte persone prive di lavoro a tornare a cercarlo. Risultato? La disoccupazione è scesa dal picco da quasi 13 per cento del 2014 a circa l’11. 
Anche sul fronte dei conti con l’estero le notizie sono positive: l’export nel 2017 è cresciuto del 5,4 per cento. Grazie soprattutto al continuo avanzo delle partite correnti, le passività nette sono diminuite dal 23 per cento del prodotto nel 2013 a meno del 7. Se la discesa proseguisse a questo ritmo, l’azzeramento delle passività nette sull’estero non sarebbe più un obiettivo lontano. Infine, l’espansione dell’attività produttiva ha riguardato quasi tutti i principali settori dell’economia. 
Nei primi mesi del 2018, però, si sono osservati anche in Italia alcuni segnali di rallentamento dell’attività manifatturiera, la diminuzione dell’export e un lieve calo degli indici di fiducia delle imprese. Nell’opinione prevalente si tratta di un indebolimento temporaneo. 
Attenzione, però, perché il fattore di vulnerabilità per il Paese è rappresentato, com’è risaputo, dal debito pubblico: ammonta a oltre 2.300 miliardi e dovendone rifinanziare circa 400 miliardi all’anno rivolgendosi al mercato degli investitori istituzionali o retail non può ignorare questa realtà. Negli ultimi anni, tuttavia, la sua consistenza rispetto al prodotto si è stabilizzata: è al 132 per cento del Pil. È inferiore soltanto a quello greco; ma superiore rispettivamente di 68, 35 e 34 punti percentuali a quelli della Germania, della Francia e della Spagna; del 51 per cento a quello medio dell’eurozona. 
Un debito così elevato inibisce gli investimenti aumentandone i costi di finanziamento e alimentando l’incertezza; accresce il ricorso a forme di tassazione elevate, con effetti negativi sulla capacità di generare reddito, risparmiare e investire; comprime i margini disponibili per politiche sociali e di stabilizzazione macroeconomica. È un problema grande, che deve essere affrontato con serietà, pazienza e perseveranza per risolverlo, non è insormontabile. 
Raggiungendo nell’arco di qualche anno e mantenendo un avanzo primario dell’ordine del 3,7 per cento del prodotto (il suo valore tendenziale al 2021 stimato nell’ultimo Documento di economia e finanza in assenza di interventi legislativi), ipotizzando un tasso di crescita annuo intorno all’uno per cento, l’inflazione al due per cento e un graduale ritorno dell’onere medio del debito ai livelli osservati prima della crisi (prossimi al 5 per cento, contro il 3 attuale), il rapporto tra debito pubblico e Pil potrebbe tornare sotto il 100 per cento nell’arco di una decina di anni. 
Il livello di avanzo primario ipotizzato in questo esercizio non è un obiettivo impossibile: dal 1995 al 2000, in preparazione dell’euro e nei primi anni del suo avvio, mantenemmo avanzi primari ben superiori, dell’ordine del 4,5 per cento in media. La discesa potrebbe essere più rapida se il miglioramento dell’avanzo primario e il consolidamento e la prosecuzione delle riforme strutturali sostenessero la crescita e abbattessero il premio per il rischio che grava sui rendimenti dei titoli pubblici italiani. Ma a questo fine è essenziale la credibilità dell’intento di consolidare i conti pubblici e di riformare l’economia. 
Devono ancora essere riassorbite le tensioni registrate in maggio sui mercati finanziari: il differenziale di rendimento tra i titoli pubblici italiani con scadenza decennale e gli analoghi titoli tedeschi è tuttora di circa 100 punti base superiore ai livelli registrati in media nei primi quattro mesi del 2018. Ma è importante che si inquadrino correttamente le alternative che si pongono in questo momento per la politica economica. In una fase espansiva, e con una politica monetaria ancora molto accomodante, la priorità non può essere rappresentata da interventi anticiclici. Non è utile aumentare il disavanzo. 
In particolare, sono note le vicende che a fine maggio hanno portato prima alla stipula del cosiddetto “contratto” di Governo con l’annuncio di misure a forte impatto sul bilancio pubblico e all’enunciazione di posizioni antieuropeiste fra cui l’organizzazione del cosiddetto “piano B” in previsione di un’uscita dell’Italia dalla moneta unica per fortuna poi corrette. Questo tipo di posizioni ha portato i mercati a una diversa valutazione del rischio paese, con una correzione della Borsa italiana e un aumento repentino dello spread sui rendimenti dei titoli di Stato. 
La prima fase dell’azione di Governo ha evidentemente sortito effetti sfavorevoli. I rischi non sono trascurabili: l’irrigidimento delle condizioni finanziarie interne può difatti provocare in tempi rapidi effetti negativi sulla domanda interna. Il canale principale è relativo alle perdite sopportate dalle banche italiane che detengono i titoli del nostro debito pubblico da cui può seguire una minore disponibilità di credito al settore privato. 
Da questo punto di vista sono molto confortanti (benché tardive, perché se rilasciate un mese fa si sarebbe evitata la risalita dello spread e le perdite in Borsa) le dichiarazioni del ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, in occasione della presentazione in Parlamento del Documento di economia e finanza (Def) che prevede un deficit allo 0,8% del Pil nel 2019 e il pareggio di bilancio nel 2020, con il debito che “inizierebbe un chiaro percorso discendente” e senza dover richiedere ulteriori margini di flessibilità alla Commissione per il rispetto del percorso di convergenza verso i parametri del Trattato di Maastricht. 
“Un’evoluzione che è bene non mettere a repentaglio”, perché secondo Tria “il consolidamento del bilancio è condizione necessaria per mantenere la fiducia dei mercati finanziari, imprescindibile per tutelare i risparmi italiani e ottenere una crescita stabile”. 
Equilibrio, prudenza e sobrietà stanno caratterizzando le prime mosse del ministro Tria anche per quanto attiene le misure di politica economica che, com’è noto, sono state i “cavalli di battaglia” dei partiti della maggioranza di governo (Lega e M5S). Non sono state accantonate, ma - insiste Tria - dovranno essere compatibili con il bilancio e gli indicatori macro. Nel quadro programmatico saranno indicate a settembre le “opportune coperture” per le misure di politica economica che si vorranno portare avanti. “Ogni proposta di riforma sarà articolata in considerazione degli effetti sulla crescita e sulla dinamica delle finanze pubbliche”, ha assicurato il ministro. 
È chiaro? Sì, ma queste affermazione (che dovranno essere conciliate con quelle di segno esattamente contrario dei due vice presidenti del Consiglio dei ministri Di Maio e Salvini che, invece, spingono per chiedere alla Commissione la concessione di un’ulteriore flessibilità nel rispetto della road map per raggiungere gli obiettivi di convergenza del Patto di Stabilità e Crescita) non hanno convinto molto i mercati, come si osserva sulla base della modesta riduzione dello spread e dell’instabilità dei listini azionari. 
Quello che contano sono i fatti, non le parole: i mercati attendono di vedere le carte, prima di cambiare la scommessa e questo avverrà solo con la prossima legge di Stabilità e di Bilancio 2019. Di fatto, la comunicazione al mercato nei primi giorni del nuovo Governo è stata gestita male: si sono indotte aspettative sfavorevoli, che poi è l’esatto contrario di quanto un programma di politica economica dovrebbe ambire a ottenere.

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