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Tutta l’Italia messa in quarantena: niente panico, ma bisogna rispettare le regole

Coprifuoco da Coronavirus nell’intero Paese: scuole e musei chiusi; serrande abbassate per tutti gli esercizi, esclusi quelli alimentari in abbinata a farmacie, tabaccai, benzinai, poste e banche; niente manifestazioni pubbliche e sportive (stop anche ai campionati di calcio). Vietati inoltre assembramenti e movide, oltre a essere stati sospesi matrimoni e funerali. Una decisione di buon senso, che purtroppo si rifletterà pesantemente sulla nostra economia. Ma non si poteva fare altrimenti. A fronte di un’epidemia che si sta purtroppo trasformando in pandemia


09/03/2020

di Mauro Castelli


Purtroppo è successo quel che forse non ci si aspettava, ma che il buon senso suggeriva: dopo un assaggio di messa in quarantena della Lombardia e si altre quattordici province, una prima stretta a livello nazionale, è arrivato il blocco valido per l’intero Paese. In altre parole tutti gli italiani - all’insegna dello slogan state tutti a casa - sono stati messi sotto attenta osservazione visto il dilagare dei contagi, con regole restrittive che dovranno essere rispettate per il bene comune, pena robuste sanzioni per i furbetti, quelli che purtroppo non mancano mai, quelli cioè che si sentono al di sopra di tutto e di tutti. 
In altre parole dovremo abituarci, almeno sino al 3 aprile, a far di conto con divieti importanti: scuole, università e musei chiusi, serrande abbassate per tutti gli esercizi (esclusi quelli alimentari, con rifornimenti garantiti, in abbinata a farmacie, tabaccai, benzinai, poste e banche). Inoltre niente manifestazioni pubbliche e sportive (stop anche ai campionati di calcio), vietati assembramenti e movide, sospesi matrimoni e funerali, limiti stringenti anche alle visite ospedaliere ai pazienti. Fermo restando il divieto di lasciare i propri luoghi di residenza se non per documentate esigenze. 
Un regime restrittivo abbinato alle raccomandazioni suggerite dal buon senso: lavarsi le mani spesso, evitare luoghi affollati, mantenere un certo spazio di sicurezza fra una persona e l’altra, non intasare i pronti soccorso limitandosi a chiedere informazioni ai numeri adibiti a tale scopo (in particolare il 112 e il 1500).  Tanto più che, come ha avuto modo di rilevare l’Organizzazione mondiale della sanità, l’epidemia si sta trasformando in pandemia. 
D’altra parte, a mali estremi, estremi rimedi. E anche noi abbiamo cominciato a dare il buon esempio. Tanto è vero che una testata importante come il New York Times ha approvato le decisioni adottate dal nostro Governo (peraltro condivise dalle opposizioni, sia pure a fronte di alcuni distinguo e di qualche mugugno) tese a fermare il dilagare del virus, mettendo però in questo modo “coscientemente” a rischio la nostra economia. 
Un rischio che ha allarmato il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, il quale ha chiesto al premier Conte (che in questo periodo, non passandosela troppo bene, è stato costretto ad abbassare la cresta, come peraltro hanno fatto Salvini e la Meloni) un adeguato sostegno per il lavoro e per il trasporto delle merci. E che ha trovato subito una sponda nel Governo che ha stanziato altri 25 miliardi di euro in deficit per sostenere questa inaspettata emergenza. 
Come dire, e non certo per creare inutili allarmismi tanto sappiamo tutti come stanno le cose, che le nostre già boccheggianti imprese ne potrebbero pagare duramente lo scotto. E se siamo al limite della zona recessione, con le Borse in caduta libera e i nostri risparmi in affanno, il peggio purtroppo deve ancora arrivare. Con la speranza che l’emergenza risulti limitata nel tempo e che quindi - come la storia insegna - l’Italia e gli italiani abbiano la forza di rialzare la testa. 
Di fatto non tira una buona aria, in quanto questo maledetto Covid-19 non sembra fare sconti di sorta, dilagando in tutto il mondo. E guai se dovesse pagarne lo scotto anche nel nostro Meridione. Se infatti sono state messe sotto pressione le strutture ospedaliere del Nord, quelle più interessate al contagio - ma anche le più attrezzate, sebbene già alle prese con una carenza di personale impressionante per le emergenze, tanto che si sta correndo ai ripari con nuove assunzioni - cosa succederebbe a quelle del Sud? Non vogliano nemmeno pensarci. Da qui l’importanza delle dolorose decisioni del Governo, con la speranza che il senso di responsabilità delle persone, o meglio ancora il singolo buonsenso, faccia la sua parte. 
Quanto detto lo vogliamo supportare con alcune motivate considerazioni: le regole sono fatte per essere rispettate, in quanto viviamo in un mondo più fragile di quanto pensassimo; la scienza non è infallibile, ma progredisce (in altre parole si sta lavorando con impegno a un vaccino e a cure adeguate al nuovo virus); gli anziani non sono cittadini di serie B, in quanto non solo rappresentano un bastone economico per tante famiglie, ma anche la memoria storica dei nostri errori; non esiste più - cerchiamo di mettercelo in testa - un Nord e un Sud dell’Italia, e nemmeno un Nord e un Sud del pianeta; infine prepariamoci a nuovi modi per affrontare la vita operativa. Ci riferiamo ad esempio al lavoro da casa (il cosiddetto smart working), una sfida che - purtroppo - ci vede ancora fanalino di coda in Europa. 
Già, l’Europa. Per noi, sinora, una matrigna più che una mamma. Come peraltro hanno avuto modo di dimostrare, se mai ce ne fosse stato bisogno, i comportamenti tenuti sino a ieri. Con Bruxelles a ignorare il nostro ruolo e soprattutto il nostro contributo economico, largamente in passivo fra il dare e l’avere. Fortuna vuole che, in emergenza, qualcosa sembra stare cambiando. 
Fermo restando che dell’Europa non possiamo fare a meno, ma nemmeno l’Europa può fare a meno dell’Italia. Ecco perché il dilagare del Coronavirus (che ci ha messi alla berlina come gli untori dell’Unione, quando invece era stato un tedesco il “nostro” paziente zero, e in Spagna c’era stato un morto un mese fa, passato rigorosamente sotto silenzio) richiede non solo benevolenza a parole, ma interventi concreti. Perché con questo virus c’è poco da scherzare. 
Detto questo ci sia concessa un’ultima divagazione. Il grave contesto in cui ci troviamo impegolati - anche se il Covid-19 non ha niente a che spartire con la peste bubbonica - richiama alla mente i contenuti dell’osannato romanzo di Albert Camus, La peste, in quel caso una metafora del Male in generale e del Nazismo nello specifico. 
La vicenda era ambientata a Orano in Algeria, dove una donna gravemente malata veniva accompagnata in una non meglio precisata località per curarsi. Chiamiamola la “paziente zero”. Subito dopo era scoppiata un’improvvisa morìa di ratti, della quale nessuno si sarebbe fatto carico se non in termini di ragionevole stupore. Ma era, in realtà, la prima avvisaglia del terribile flagello che stava per abbattersi sulla città… 
Con i dovuti distinguo, l’atmosfera e la situazione di questa brutta storia evocano i nostri giorni, e gli abitanti di Orano - che erano stati a loro volta isolati dal resto del mondo - non sono poi tanto diversi da noi. Meditate gente, meditate. Sui nostri errori, ovviamente.

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