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Tutte le colpe dei petrolieri (e non solo) per i cambiamenti climatici

Marco Grasso e Stefano Vergine raccontano fatti e misfatti dell’industria del greggio concentrandosi sulle responsabilità e sui possibili risarcimenti di cui dovrebbe farsi carico


18/01/2021

di Giambattista Pepi


L’economia contemporanea, si sa, è basata sull’energia generata dallo sfruttamento di risorse fossili (petrolio e gas) estratte dal sottosuolo. Le industrie che, a monte, esplorano e producono queste risorse (upstream) e quelle che li raffinano e li trasportano (downstream), generano ricchezza e assicurano milioni di posti di lavoro in tutto il mondo. 
Con una capitalizzazione di sedicimila miliardi di dollari, un fatturato di tremila miliardi di dollari e circa dieci milioni di posti di lavoro, l’oil& gasè un settore molto redditizio. Questo lascia capire perché le compagnie sia private (Bp, Chevron, Exxon Mobile, Shell, Eni per citarne alcune tra le maggiori) sia controllate dagli Stati che dispongono di giacimenti petroliferi e metaniferi (Petrochina, Gazprom, Saudi Aramco e molte altre ancora), siano da decenni arroccate nei loro fortilizi dorati a difendere le rendite garantite dallo sfruttamento degli idrocarburi nel pianeta con mezzi leciti e talora se non illeciti sicuramente sleali e non ortodossi: finanziare ricerche e campagne stampa di disinformazione sistematica sugli effetti che lo sfruttamento sistematico degli idrocarburi procura sull’ambiente e sul clima, oggi divenuta un’emergenza planetaria. 
Possiamo porci molte domande, ma due, secondo noi, sono a dir poco cruciali: possiamo accettare che continuino indisturbate a lavorare come hanno fatto nell’ultimo secolo senza assumersi le loro responsabilità per i guasti ambientali che hanno generato e i danni che hanno provocato con la loro dissennata politica alle popolazioni? L’economia mondiale potrebbe rinunciare all’uso delle fonti energetiche fossili per produrre energia sostituite da quelle rinnovabili, per intenderci quella eolica, solare, fotovoltaica, senza conseguenze notevoli e durature nei sistemi economici e sull’occupazione? 
Sembra di sì stando almeno a quanto sostengono, e non da ora, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e l’Organizzazione internazionale del lavoro che hanno approfondito la materia elaborando studi di alto valore scientifico e attuariale. Questi organismi sono convinti che la green economy basata sulle energie rinnovabili non farebbe rimpiangere quella tradizionale basata sull’energia fossile. Tutt’altro. 
Marco Grasso e Stefano Vergine, nel libro intitolato Tutte le colpe dei petrolieri. Come le grandi compagnie ci hanno portato sull’orlo del collasso climatico (Piemme, 159 pagine, euro 17,50), ci raccontano, dati e report alla mano, cosa sia oggi e come funzioni l’industria petrolifera globale; come agisca sullo scacchiere internazionale e nella politica nazionale di ciascun paese. Per poi concentrarsi sulle responsabilità accertate e sui possibili risarcimenti di cui dovrebbe farsi carico. 
Esiste una grande quantità di studi scientifici che dimostrano in maniera inoppugnabile l’impatto devastante che le industrie petrolifere, metanifere e carbonifere (sì, avete letto bene, quelle che estraggono il carbone che, se possibile, è ancora più inquinante, e se non lo sapete vi diciamo inoltre che in Italia esistono 12 centrali per la produzione di energia elettrica alimentate da questo combustibile fossile, anche se il nostro Paese non ha carbone!) hanno sul clima della Terra. 
In particolare recenti ricerche scientifiche hanno dimostrato che il 75% delle emissioni cumulate di gas serra dal 1988 al 1917 dipende proprio dal consumo del petrolio e dei suoi derivati. Eppure, nonostante questa amara e tragica verità, quasi nessuno sembra voler combattere la “madre” di tutte le battaglie. Perché l’industria dell’oil& gas non paga per i danni commessi? Quanti soldi e interessi stanno dietro il mantenimento dello status quo
Gli autori (Grasso è docente di geografia economica e politica all’Università di Milano Bicocca; Vergine è un giornalista d’inchiesta) in questo saggio forte e intenso, ci dicono che modificare l’intero sistema economico e industriale su cui si è retto il pianeta fino a oggi e avviare un processo di ristrutturazione che progressivamente porti all’abbandono dei combustibili fossili in favore delle energie rinnovabili non sarà indolore, ma è tecnicamente possibile e auspicabile. Esso non comporterà necessariamente un impoverimento, ma anzi potrà rappresentare uno stimolo importante per l’economia mondiale del futuro. 
La pandemia e gli eventi climatici e naturali (incendi, acqua alta, uragani, terremoti, eruzioni) ci ha fatto comprendere che quando la Natura si scatena non c’è forza umana in grado di contrastarla.  E negli ultimi anni – come constatiamo con allarmante frequenza - sono aumentati considerevolmente i fenomeni meteo-climatici estremi che, con la loro carica distruttiva, alterano gli ambienti, cambiano la fisionomia dei territori colpiti, erodono le coste e allagano le città costiere, accrescono la desertificazione, riducono la piovosità. I danni sono incalcolabili. Ma in ogni caso parliamo di centinaia di miliardi di dollari e decine di migliaia di vite umane sacrificate sull’altare degli interessi economici e finanziari imponenti delle major del petrolio e del gas, e di coloro che, a monte e a valle, lavorano e si avvantaggiano dalla loro presenza e dalla loro attività: gli investitori, le banche d’affari e commerciali, i fondi pensione,  i consulenti a vario titolo, ma anche sindacati, associazioni di categoria, e consumatori non ancora sufficientemente consci del pericolo rappresentato dal surriscaldamento climatico. 
Tutto questo nonostante il famoso Accordo di Parigi (convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici giuridicamente vincolante su scala universale firmato il 22 aprile 2016 e ratificato dall’Unione europea il 5 ottobre 2016) persegua l’obiettivo di limitare entro il 2030 il riscaldamento medio globale rispetto al periodo preindustriale, puntando a un aumento massimo della temperatura pari a 1,5 gradi Celsius e a orientare i flussi finanziari privati e statali verso uno sviluppo a basse emissioni di gas serra e a migliorare la capacità di adattamento ai cambiamenti climatici. 
Obiettivo che, sia detto per inciso, in tanti, tra scienziati, ambientalisti, e diverse organizzazioni intergovernative, temono fortemente possa essere raggiunto. Anche perché chi potrebbe fare non fa. Non solo tra le compagnie che fanno annunci roboanti su improbabili riconversioni energetiche degli impianti, dietro i quali non c’è niente o quasi, anzi si scopre che ci sono progetti in cantiere e già finanziati per la prospezione e la ricerca di giacimenti di idrocarburi in altre zone del mondo sia in mare, sia sulla terra ferma. Ma anche tra le autorità politiche non c’è univocità di comportamenti. 
 Si pensi che sotto la presidenza Trump gli Stati Uniti sono usciti dall’Accordo di Parigi (il nuovo presidente, Joe Biden per fortuna ha detto che gli Usa vi rientreranno), la Cina sta investendo sulla riconversione energetica, ma gran parte della sua economia è ancora fortemente dipendente dall’utilizzo di fonti energetiche fossili e, infine, c’è l’Unione europea, che h tanti limiti, ma almeno in tema di riduzione del carbonio in atmosfera e riduzione dell’inquinamento, non sta a guardare. 
Prova ne sia che la Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen, ha imboccato decisamente la strada della transizione verso un’economia sostenibile varando il Green Deal (Piano Verde) da mille miliardi di euro, in coerenza con la dichiarazione finale e gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. E anche di tutto questo si parla in questo libro. 
La conclusione? La crisi epocale generata dal virus Sars-CoV-2 ci offre dunque il destro per agire senza indugi nel tentativo di arrestare la caduta nel baratro del cambiamento climatico e nel promuovere la rivoluzione verde abbandonando senza rimpianti le fonti energetiche tradizionali in favore di quelle rinnovabili. Del resto, se non ora quando?

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