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Tutte le crudeltà dell’uomo contro la donna. Fra prostituzione giovanile e traffico di organi

Aldo Forbice ha raccolto in un libro una serie di storie vere che raccontano la violenza, il dolore e la morte di donne, ragazze e bambine di ogni età


31/05/2021

di Giambattista Pepi


Nella Repubblica Democratica del Congo c’è un uomo che da quindici anni cura le donne vittime di stupri di guerra. O, meglio, come lui sostiene, le “ripara”. Si chiama Denis Mukwege, è un chirurgo e ha fondato un ospedale a Bukavu. Sotto i suoi ferri si stima siano passate in oltre dieci anni cinquantamila donne, comprese bambine e ragazzine vittime di stupri. In Nigeria i guerriglieri di Boko Aram (che significa “l’istruzione occidentale è peccato”) sequestrano donne, le convertono con forza all’Islam, le usano come schiave sessuali o kamikaze in attentati terroristici. 
Tangail, vicino a Dacca, in Bangladesh, un paese poverissimo ai confini con l’India, è diventata una piccola capitale del sesso a pagamento con ragazzine dai 13 ai 15 anni: vengono fatte crescere in fretta in modo da sembrare adulte, facendo loro ingerire l’Oradexon, uno steroide utilizzato per i bovini. A sua volta in India, Afghanistan, Yemen, Nigeria e Ruanda sono numerosi i casi di bambine (di nove-dieci anni ma anche di età inferiore) che vengono fatte sposare con uomini anziani con la complicità dei genitori che, in cambio del loro assenso a questi mercimoni, ricevono denaro. Un business molto redditizio è poi il commercio di donne vietnamite, nordcoreane, del Laos e del Pakistan, costrette a matrimoni forzati, prostituzione e cybersesso. 
E ancora: la schiavitù sessuale coinvolge anche migliaia di donne e ragazze prelevate con l’inganno e la violenza da famiglie poverissime dell’Iran e destinate alla prostituzione. C’è poi il turpe traffico di organi di essere umani: arrivano dall’Asia (Cina, Cambogia, Indonesia, Tailandia, India, Pakistan) e dall’America Latina (dal Brasile soprattutto), ma si possono trovare anche in Italia. Organi venduti a peso d’oro: un rene diecimila euro, un cuore per cinquantamila, un fegato per centomila. Infine, una pratica disumana: l’infibulazione (mutilazione dei genitali femminile) diffusa in una trentina di paesi, ha colpito finora oltre duecento milioni di donne. 
Nel libro Comprare moglie (Marietti 1820, pagg. 160, euro 12,35) Aldo Forbice, giornalista di razza, morto nei giorni scorsi all’età di 80 anni, ha scelto storie autentiche per raccontare le turpitudini più orripilanti e disgustose: violenze efferate, sofferenze inaudite e spesso morti atroci di donne, ragazze e bambine di ogni età. 
Cronache orrende che provengono non solo dai Paesi sottosviluppati o emergenti, quelli che una volta si definivano del Quarto e del Terzo mondo, ma anche da quelli sviluppati, che sono per lo più caratterizzati da regimi liberali, pluralisti, democratici, fondati sullo Stato di diritto: Stati Uniti, Canada, Israele, e dall’Europa  “compresa quella opulenta e ricca di servizi civili d’avanguardia, che ormai utilizza largamente robot e intelligenza artificiale” scrive nell’introduzione l’autore (giornalista e scrittore, per vent’anni ha diretto e condotto il programma quotidiano Zapping su RadioRai). 
In questa hit parade dell’infamia non poteva mancare l’Italia. “Nel nostro Paese - annota il saggista - le donne vittime di violenza sono sei milioni e 788mila (fonte Istat); sempre in Italia, otto donne uccise su dieci sono state colpite da partner, ex o familiari (2018): nell’80% dei casi l’abuso avviene all’interno delle mura domestiche”. 
Cifre che sgomentano e indignano. La situazione non è diversa se si volge lo sguardo fuori dai nostri confini, anzi è decisamente peggiore. In Messico, ricorda l’autore “il pensiero va alle “croci rosa” di Ciuad Juàrez, una città al confine con la California. Da anni si scoprono, soprattutto nel deserto, tombe di giovani donne, ragazze, ragazzine e bambine violentate, torturate e poi uccise: 328 secondo le statistiche ufficiali, avvenute dal 1993 al 2004, come documenta il libro di Sergio Gonzales Rodriguez Ossa nel deserto (Adelphi, 2006). 
Secondo l’Osservatorio sulla violenza di genere, nel periodo compreso tra gennaio 2014 e agosto 2015 sono state sequestrate 1.306 donne: 755 di loro sono sopravvissute, 8 sono state trovate morte e 543 sono scomparse. Violenze aberranti contro le donne avvengono anche in altri Paesi dell’America Latina, Brasile e Colombia in particolare e in Africa. 
Ma perché avviene tutto questo? Da dove scaturisce la violenza nei confronti delle donne? Tutto questo avviene alla luce del sole o nell’oscurità? Si avvale di complicità e connivenze insospettabili? E le autorità che fanno? 
Va detto anzitutto che la discriminazione delle donne e il loro assoggettamento all’uomo risale all’antichità. Ce lo ricorda Emma Pomilio, storica e saggista, nella prefazione del volume. “Il più grande sopruso contro le donne è l’aver tolto loro la voce nel corso dei secoli e dei millenni. Sono infatti poche le donne la cui voce è giunta fino a noi”. Qualche esempio? “la vicenda di Sulplicia è emblematica. Di lei, poetessa vissuta al tempo di Augusto, possediamo in tutto quaranta versi, giunti a noi fortunosamente perché inseriti nel Corpus Tibullanium. Ci sono arrivati solo per uno sbaglio, scambiati per versi di Tibullio” (AlbioTibullio poeta romano del I secolo a. C., tra i maggiori esponenti dell’elegia erotica - ndr). 
E che dire di Saffo? “se le donne non sono presenti tra gli intellettuali, non è dovuto all’incapacità, ma all’esclusione, che le ha condannate al silenzio. Se lei emerge, come un faro, è perché non è vissuta nella “democratica” Atene, in cui le cittadine venivano tenute nell’ignoranza, ma a Mitilene, ambiente culturalmente e socialmente diverso”. 
La verità è che ancora oggi “le donne sono un male necessario come per gli antichi. Identificate da Aristotele come materia, in confronto agli uomini identificati come forma e spirito, le donne furono ritenute inferiori per la loro inferiorità di natura”. 
Eppure da allora sono trascorsi almeno venti secoli: c’è stata la Rivoluzione francese, l’Illuminismo, le innumerevoli battaglie per i Diritti civili, le lotte di classe e per l’emancipazione femminile, eppure alle donne in moltissimi Paesi sono negati i diritti e le libertà fondamentali nonostante la solenne Dichiarazione universale dei diritti umani adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 a Parigi, un caposaldo nell’uguaglianza tra uomo e donna. Un caposaldo violato, dimenticato, rimosso. 
“La violenza sulle donne è questione di potere” sostiene nella postfazione Gianfranco Pasquino, secondo il quale il potere (politico, economico, culturale) è ancora nelle mani degli uomini, che “vi ricorrono ogni qualvolta lo desiderano. A cominciare dalla famiglia e dai rapporti con le donne” e per difenderlo “contrastano qualsiasi fenomeno che possa condurre a un’effettiva parità di diritti in tutti i campi: conquista di posizioni di vertice nella società e relativi compensi, opportunità e realizzazioni sociali e politiche”. 
Che fare per sovvertire questo stato di cose? A quali strumento ricorrere per impedire la perpetuazione della violenza sistematica esercita dagli uomini contro le donne in molti paesi? L’empowerment, cioè la conquista del potere attraverso la lotta, e la solidarietà tra donne (sisterhood), sembrano non bastare. Per eliminare il potere della forza, occorre allora rendere le società più giuste, ma per farlo occorre prima renderle libere, e, in tal modo, promuovere la sensibilizzazione delle nuove generazioni attraverso l’educazione a una cultura del rispetto. Ci vuole tempo, molto tempo, per conseguire risultati apprezzabili nella lotta per l’affermazione dei diritti civili delle donne e tra questi, quello all’istruzione, di fondamentale importanza in questa battaglia di dignità e di libertà. Il solo che può consentire alle donne di ottenere un lavoro grazie al quale “potranno liberarsi dalla sottomissione e riusciranno a diventare capaci anche di agire politicamente”. 
E intanto? Libri come quello di Forbice sono naturalmente benvenuti. Perché servono a far riflettere, oltre che denunciare questa barbarie, e nello stesso tempo, si spera “possano, almeno in parte, contribuire a sconfiggere il virus dell’indifferenza che spesso circonda questo tema”.

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