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Un'Internazionale di nome e di fatto (con marchio cinese)

Quattro campioni del passato (Altobelli, Baresi, Beccalossi, e Muraro) rievocano, con nostalgia e umorismo, una delle stagioni d’oro dei nerazzurri


28/05/2018

di Giambattista Pepi


Quando si dice il destino. Era il 1978 quando i calciatori dell’Internazionale, guidati dall’indimenticabile allenatore Eugenio Bersellini (ingaggiato nel 1977 dall’allora presidente Ivanoe Fraizzoli nel corso di cinque stagioni vinse due Coppe Italia nel 1977-78 e nel 1980-81 e uno scudetto nel 1979-80), atterrarono, con un volo Alitalia, all’aeroporto di Pechino, su una pista occupata solo da velivoli militari. Era la prima volta che una squadra di calcio dell’Occidente, per giunta blasonata, si recava in quell’antico, misterioso e affascinante Paese per giocare una partita di calcio davanti a spettatori che non sapevano ancora bene cosa fosse e rappresentasse il pallone e perché accendesse di entusiasmo milioni di persone in Europa e nell’America Latina. 
Trentotto anni dopo, il Football Club Internazionale di Milano è stata la prima società calcistica italiana ad avere una proprietà cinese: la famiglia dell’influente Zhang Jindong. Un imprenditore di Nanchino a capo di una multinazionale, la Suning Holdings Group Company Ltd, che opera nel settore della vendita di elettrodomestici e prodotti elettronici con un fatturato nel 2017 di 412,95 miliardi di renminbi (circa 55 miliardi di euro). La Suning nel giugno 2016 ha infatti acquistato il 68,55% dell’Inter diventandone l’azionista principale. 
Nel 1978 il calcio non era ancora un business com’è oggi: non c’erano i procuratori, i contratti con cui si ingaggiavano i calciatori avevano durata annuale. Il rinnovo, pertanto, non era garantito, come oggi, indipendentemente dalle prestazioni in campo: bisognava sudarselo ogni volta correndo come matti. La squadra poi era formata quasi esclusivamente da italiani, c’erano talora degli oriundi e gli stranieri si contavano sulla punta delle dita. I ruoli in campo poi erano definiti: a parte i portieri, c’erano i terzini, i mediani, le ali e i centravanti. Non si regalavano le maglie con gli autografi, perché la società dava in dotazione un completo ad ogni calciatore che, con quello, doveva farci l’intera stagione. 
I campioni che hanno contribuito (assieme a molti altri) a fare grande l’Inter degli anni Settanta e Ottanta, Alessandro Altobelli, Giuseppe Baresi, Evaristo Beccalossi e Carlo Muraro, nel libro L’Inter ha le ali (Piemme, pagg. 202, euro 15,90), a cura di Andrea Mercurio con la prefazione di Laura Bersellini, rievocano, con umorismo e nostalgia, la stagione d’oro della squadra nerazzurra, che ha fatto sognare, gioire e soffrire intere generazioni di tifosi del Biscione, uno dei simboli più ricorrenti nell’iconografia del club nerazzurro. Quando la società era come la mamma, che ti allevava e ti faceva crescere, mentre gli allenatori facevano la parte del papà: sapevano ascoltare, ti motivavano quando lo reputavano necessario, ma, quando serviva alla causa, ai risultati, a tenere unito lo spogliatoio, sapevano ammonire e punire chi infrangeva le regole. La parola poi aveva lo stesso valore di un contratto. E, con lo stesso humour e lo stesso affetto, questi ex calciatori nerazzurri fanno i raggi X alla squadra di oggi. 
La verità è che, anche se non si nasce nerazzurri, ma lo si diventa, difficilmente questi colori vanno via, quando ci si toglie la maglia della Beneamata, E, infatti, nessuno di questi ex calciatori ha mai dato l’addio all’Inter: è rimasto nell’ambiente con ruoli diversi, ma distaccarsene è stato impossibile. 
Quello che ancora oggi rimane invariato, nonostante siano trascorsi 110 anni dalla fondazione dell’Internazionale (nacque per la precisione il 9 marzo 1908 al ristorante “L’Orologio” di Milano per iniziativa di un gruppo di soci dissidenti del Milan Football and Cricket Club, contrari al divieto imposto dal club rossonero di arruolare calciatori di nazionalità straniera. Giorgio Muggiani, uno dei 44 fondatori del nuovo club, scelse i colori che ne avrebbero caratterizzato il logo societario: il nero e l’azzurro, a rappresentare anche simbolicamente la rottura rispetto al passato), e che li accomuna agli oltre quattro milioni di tifosi in Italia (senza contare quelli sparsi nei Paesi dei quattro continenti), è il grande cuore del popolo nerazzurro. E la sua eterna capacità di sognare e di amare questi colori. Anche nei periodi meno felici. Dopo aver raggiunto l’apoteosi conquistando nel 2010 il mitico Triplete (Scudetto, Coppa Italia e Champions League), con una squadra di assi formidabili, un grande allenatore (Josè Mourinho) e un presidente-tifoso (Massimo Moratti), l’Internazionale infatti non ha più vinto titoli sportivi, né calcato i palcoscenici che contano, ma i tifosi, pur soffrendo a causa delle delusioni e delle illusioni, non hanno mai cessato di amarla. Da quest’anno, con la conquista del diritto a partecipare alla Champions League 2018-19, si potrebbe voltare pagina e, chissà, dare inizio magari ad un nuovo ciclo di successi. 

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