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Un “Paese Annegato”, una bambina strana che ha il superpotere di guardare oltre e un Professore che la sa lunga

Fra le pieghe di un romanzo, poeticamente intrigante, firmato da Loriano e Sabina Macchiavelli. Un lavoro dedicato a chi crede - chiariscono gli autori - in certi fenomeni inspiegabili e ogni tanto si concede il lusso di passeggiare nei prati verdi della fantasia


14/10/2019

di Mauro Castelli


C’è qualcosa di nuovo, anzi, di antico, nell’ultimo lavoro che Loriano Macchiavelli ha scritto a quattro mani con la figlia Sabina, ovvero La bambina del lago (Mondadori, pagg. 296, euro 19,00). Un romanzo che piacevolmente attinge dalle impostazioni narrative del passato, anche perché la storia è ambientata nel 1930. Quindi una specie di introduzione rappresentata da un lungo elenco (cinque pagine o giù di lì) di personaggi, animali, piante ed esseri strani che entrano, a vario titolo, nella storia. E poi un illuminante corollario narrativo che accompagna i 45 capitoli del canovaccio dove si spiega, in poche parole, la rava e la fava. 
Il perché, naturalmente, ce lo chiarisce il papà del sergente Sarti Antonio (il protagonista seriale più longevo della storia della narrativa noir italiana): “Ho ancora vivo il ricordo dei libri che leggevo nella mia giovinezza (a partire dalla saga di Emilio Salgari e dal Giornalino di Gian Burrasca), nei quali gli autori proponevano pillole iniziali di curiosità. Insomma, briciole di contenuti che ho sempre ritenuto stimolanti. Non a caso nella piccola prefazione che avevo inviato all’editore, come è mia consuetudine, ringraziavo proprio quegli autori che mi avevano insegnato a leggere. Prefazione peraltro saltata in quanto era legata a una scrittura al singolare. Poi è arrivata Sabina e, insieme, ci eravamo ripromessi di riscriverla. In realtà non se ne è più fatto nulla”.
Ma veniamo al canovaccio di questa storia - che “non è un noir, anche se a tenere banco ci sono misteri, e nemmeno un fantasy, seppure ricco di effetti” - nata, tiene a precisare Sabina, da “un’idea di papà che forse voleva riprendersi la sua infanzia. In effetti aveva scritto alcuni capitoli e me li aveva fatti leggere”. Il perché lo spiega Loriano: “Avendo fatto esperienza con i bambini ritenevo che mia figlia fosse la persona giusta per trattarli con mano leggera e affetto. Tanto è vero che, al momento, mi aveva bacchettato, accusandomi di averli fatti parlare come se fossero fuori dal mondo”. 
Insomma, dopo averne discusso a lungo, “alla fine - la parola torna a Sabina - papà mi ha proposto di portare avanti il racconto a quattro mani (“Ma inizialmente - tiene a ribadire il Macchia - non aveva accettato, salvo poi acconsentire dopo aver letto la scheda che avevo inviato alla Mondadori”). E come già succede con Guccini, io e Loriano ci siamo divisi i compiti, per poi confrontarci a tutto campo. Di certo una bella esperienza che consiglierei ad altri, in quanto il confronto mette a nudo certe debolezze o certe imprecisioni che altrimenti passerebbero inosservate. E questo vale anche per il magister, perché niente e nessuno - picchia duro la signora - è intoccabile”. 
Tornando al dunque, la storia de La bambina del lago è ambientata nell’estate del 1930 sull’Appennino emiliano dove, dall’alto di uno sperone di roccia, Paese Nuovo sovrasta un lago. Sotto le sue acque si intravedono la chiesa e il campanile di un altro villaggio, Paese Annegato, che venne sommerso quando fu costruita la diga per imbrigliare le acque del fiume Cigolo. 
Ed è qui che il dottor Astorre si trasferisce come medico condotto. Lo accompagna la figlia Aladina, dieci anni, molto provata dalla perdita della madre, che è nata e cresciuta proprio a Paese Nuovo. E lì alcuni abitanti li accolgono con affetto come Cleonice, che si occupa della grande casa in cui vanno ad abitare, Tina, la rude ostessa, il Podestà, giovane socialista nominato nonostante il fascismo, e il Professore, che conosce i segreti del paese e non svela a nessuno i suoi. 
Il primo impatto della bambina con la montagna è traumatico: si chiude in se stessa e la madre le manca sempre più. Inoltre dialoga con gli animali domestici; osserva il mondo impenetrabile della quercia secolare che svetta di fronte alla sua finestra; pare sia la sola in grado di aprire la porta della soffitta che custodisce gli oggetti della madre bambina. Fino a quando, di ritorno da una passeggiata, racconta di un concerto di campane sgorgato misteriosamente dalle acque del lago. Il padre, temendo per la sua salute, pensa di tornare in città. A dissuaderlo è però il Professore, assicurando che Aladina non è la prima a sostenere di aver sentito le campane e, come riporta una storia popolare, potrebbe essere una delle poche privilegiate a possedere “il seme della magìa”. 
Un passo avanti: tutto cambia quando Aladina incontra Gufo, un bambino solitario come lei che ama scorrazzare per i boschi. Guidata da Gufo e dal Professore, la bambina imparerà a conoscere la montagna e i suoi misteri, nonché gli animali veri e leggendari che la abitano. E grazie al suo sguardo infantile farà scoprire al lettore alcuni dei segreti protetti dal lago o tenuti nascosti da secoli di superstizione. 
Come da note editoriali confermate dai due autori, La bambina del lago “è una piccola gemma letteraria che celebra l’immaginazione dei bambini e di tutti coloro che crescendo sono riusciti a conservare il superpotere di guardare oltre la superficie delle cose, di chi crede che al mondo ci sia posto anche per i fenomeni inspiegabili e di chi ogni tanto si concede il lusso di evadere dalle gabbie della razionalità e fare una passeggiata nei territori liberi della fantasia”. 
Che dire: una passeggiata nella fantasia che si legge che è un piacere, con Loriano e Sabina capaci di proporre personaggi, umani e non, garbatamente tratteggiati, pronti a catturare e intrigare. Gente, animali e cose di campagna: come Tina, la padrona dell’osteria dove si beve il bicchiere del benvenuto; Gilberto, il meccanico; Frederico, l’anziano campanaro con una erre di troppo; Milcare del Podetto, l’uomo con il calesse, una specie di taxi degli anni Trenta; il parroco don Gaudenzio; i Goldonci, la famiglia più ricca del paese; Melania Bonagiunta, che voleva fare la pittrice; Zagolin Corrado, un giovanotto grande e grosso che in divisa fa la sua bella figura. Ma anche la puledrina Morella; Codanera, un ghiro troppo grande per essere un ghiro; e poi Argentina, Tintinnabula e Gravona, le tre campane di Paese Nuovo... 
In buona sostanza un racconto senza tempo destinato a conquistare un variegato pubblico di lettori, giocando sulla magìa dei luoghi nonché su fantasiose vicende che troveranno posto nel cuore dei lettori, grandi o piccoli che siano. Storie di vita e di sopravvivenza, di sogni ad occhi aperti, di perdite difficili da superare, di rapporti di amicizia, di segreti scoperti sui quali i grandi si limitano a una scrollata di spalle, di fatti e leggende che si intrecciano e inducono alla riflessione… 
Detto del libro, note vecchie e nuove su quella che possiamo definire come la nuova coppia del giallo italiano. Di Loriano, fra i numeri uno della narrativa gialla, sappiamo quasi tutto: che è nato a Vergato, un paesotto nel bolognese, il 12 marzo 1934; che ha un debole dichiarato per autori come Raymond Chandler, Dashiell Hammett e soprattutto Mickey Spillane per la sua durezza narrativa (“Al suo confronto il nostro linguaggio era da educande”), debole peraltro allargato ai capolavori di Pavese, Fenoglio e Calvino.  Lui una penna prolifica che ha firmato quasi un centinaio di lavori. A fronte, in primis, di una robusta presenza nell’ambito del poliziesco e del noir, presenza che ha peraltro segnato la letteratura di genere. Ma dalla sua abilità narrativa sono usciti anche saggi romanzati sul terrorismo nostrano, oltre a variegate antologie di racconti e a una quarantina di pièces teatrali. 
Sì, perché Macchiavelli - una folta criniera bianca e occhi penetranti a fronte di uno sguardo che la dice lunga - nei tempi andati era stato catturato dalle luci della ribalta, proponendosi dapprima come organizzatore teatrale e attore (“Ma quest’ultimo, da cagnaccio quale mi proponevo, non era certo il mio mestiere”), per poi inventarsi scrittore di livello. Lui che in gioventù aveva lavorato come tecnico (in quanto perito edile) presso la Certosa di Bologna. Un’esperienza a suo dire drammatica, in quanto a contatto con la sofferenza e con il dolore. Insomma, quasi una predestinazione, una luce che si apriva. Un destino segnato visto che la sua fantasia letteraria, strada facendo, si sarebbe nutrita di chissà quanti… morti ammazzati. 
Lui che - apprezzato autore anche per la radio e la televisione, oltre che compagno di penna di Francesco Guccini, con il quale ha già scritto otto libri - a un certo punto della vita si sarebbe trasferito, ferma restando la sua base d’appoggio a Bologna (e più precisamente a San Lazzaro di Savena), nel buen retiro di Zocca, sulle colline modenesi, dove vive buona parte del suo tempo in un borgo antico attorniato da amici, tutti imparentati - per un verso o per l’altro - con il mondo artistico e dello spettacolo. 
Loriano, si diceva, una brava persona (“Mi illudo di avere un carattere comprensivo, anche se a volte mi scappa la pazienza”), cui l’ironia non manca, tanto è vero che dei sette peccati capitali se ne imputa soltanto uno: l’invidia. Gli altri, tiene a precisare nel suo sito, “non mi appartengono per inclinazione naturale, per tradizioni familiari e soprattutto per problemi finanziari. Troppo costosa la lussuria, la superbia, l’ira e tutto il resto. Più che vizi capitali, li definirei privilegi da ricchi. Dunque, sono invidioso. Invidio gli scrittori che possono permettersi la fascetta sul volume con la dicitura centomila copie vendute in tre giorni oppure sei edizioni in due ore e mezza o, ancora, il romanzo che ha conquistato milioni di persone in tutto il mondo”. Anche se l’interessato, a guardar bene, non si può certo lamentare, visto che è stato tradotto in chissà quanti Paesi, Giappone compreso.  
E Sabina? È la figlia che, arrivata a una certa età, ha deciso di seguire le orme paterne, non prima di aver allargato le sue esperienze di vita e di lavoro. Per la cronaca Sabina è nata a Bologna il 19 luglio 1964, città dove si è laureata in Lingue e Letteratura straniera, anche se oggi si è a sua volta accasata sull’Appennino modenese; lei accanita lettrice con una robusta passione per la letteratura inglese (“Recentemente ho letto un libro di Charles Dickens, salvo poi virare - per non restare ingabbiata in un unico filone narrativo - su uno del francese Marcel Proust. Confesso invece una certa ritrosia per la narrativa gialla per un semplice motivo: ho difficoltà nel memorizzare nomi e connessioni logiche…). 
E ancora: lei portatrice di un carattere determinato per le cose che la interessano (“Il mio rapporto con Loriano? Normale, ferme restando le difficoltà che separano genitori e figli”), ma anche capace di abbattersi quando i risultati non arrivano; lei amante dei viaggi e dell’insegnamento (un piacere, quest’ultimo, accantonato nel momento stesso in cui si era trovata a far di conto più con la burocrazia che con la vera attività didattica); lei che oggi si offre come autrice di audio-documentari nonché studiosa di docufiction radiofonica, materia per la quale ha recentemente ottenuto un dottorato presso la University of South Wakes di Cardiff; lei che si offre anche come prima guida, unitamente al compagno Franco Insalaco, del “Giardino filosofico e Inventificio poetico”. Un luogo di incontro tra amici, e non solo, in cui la filosofia è di casa. 
Lei che a un certo punto, come accennato, ha deciso di seguire le orme paterne. Dapprima affiancandolo nella scrittura di una antologia di racconti, E a chi resta, arrivederci, per poi giocare da solista (è successo quest’anno) con Più di così si muore, un apprezzabile lavoro edito da Giraldi. Mentre ora sta già lavorando a un nuovo romanzo, questa volta giocato sulla sua esperienza londinese. Senza peraltro trascurare il piacere di potersi confrontare con articoli e racconti pubblicati su riviste, quotidiani e antologie. E questo è quanto.

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