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Un antieroe in viaggio fra i sentieri della vita: l'adolescenza, l'amicizia, la famiglia, la salute, la precarietà, l'ansia per il domani

Dalla penna di Flavio Soriga un lavoro, Nelle mie vene, infarcito di sogni e di amarezze, leggero e profondo al tempo stesso. Un coraggioso reportage noir sulla sua Sardegna, ma anche uno spaccato del mondo televisivo raccontato - come tiene a precisarci - sul crinale rappresentato da una brutta malattia, la talassemia, con la quale ha che fare…


20/05/2019

di Mauro Castelli


Geniale, ironico e furbescamente incantatore: quello che per certi versi rende unica la scrittura di Flavio Soriga è la sua camaleontica capacità di cambiare toni e registri, di saper essere profondo e al tempo stesso leggero. Ma anche di giocare, a fronte di storie lontanissime l’una dall’altra, a rimpiattino con i nostri mali quotidiani: come la precarietà del lavoro, il difficile rapporto con i colleghi, le malattie che non perdonano, la certezza della morte (un appuntamento per tutti che, sia pure spalmato nel tempo, non ha vie di uscita). 
Ma c’è dell’altro: ad addolcire la storia va sottolineata la sua capacità di farsi carico dei sogni, di affondare la penna - quasi con svagata indifferenza - su una adolescenza bella e sofferta al tempo stesso, vissuta fra le maglie di una vita familiare che incide sulla crescita di chiunque di noi. Senza tralasciare il ruolo delle amicizie e l’importanza dei luoghi. Come Uta, un paese di 8.700 abitanti a 18 chilometri da Cagliari, dove Soriga è nato l’11 agosto 1975, l’unico posto al mondo - lo dice fra le pagine per interposta persona, ma lo dice - in cui si sente completamente a casa. Anche se i giovani proprio a Uta devono sopportare noiosi inverni in attesa dell’arrivo estivo del flusso turistico. 
Già, la Sardegna, dalle spiagge incontaminate, dal mare limpido, dai bicchierini di mirto bevuti sul fiorire della notte, da certe sere infinite d’estate, dalle rocce della Gallura a strapiombo sul mare, dai tramonti sulla torre spagnola, dall’alba al porto turistico dopo una notte trascorsa in discoteca… Accattivanti acquarelli che tengono banco nel suo ultimo lavoro, Nelle mie vene (Bompiani, pagg. 282, euro 18,00), una vicenda amara e al tempo stesso intrigante che si propone alla stregua di “un sorprendente noir isolano, un reportage coraggioso” su una terra certamente lontana dall’immaginario comune. 
Tematiche che l’autore - una fra le penne più interessanti del nostro panorama narrativo che, in questo suo ultimo lavoro, sembra aver ritrovato lo smalto dei giorni migliori - tratta come si conviene. Lui personaggio fuori dalle righe, estroverso e puntuto, caratterialmente non facile, pronto a definirsi “una persona normale, timida anche se non del tutto riservata” che a lungo, prima di esporsi alle luci della ribalta, è stato anche stronzo (testuale)”. Lui che “si era annoiato molto a scuola” per poi iscriversi di malavoglia a Scienze politiche “perdendosi per strada”… 
Un autore con un debole dichiarato per John le Carré, Javier Marías Franco e Leonardo Sciascia (“Leggo per il piacere di farlo, ma anche per professione”), pronto a farsi carco di una scrittura a suo dire “ritmata”. Quella stessa che affiora nelle storie dei suoi libri tradotti (“A spizzichi e bocconi e senza grandi risultati”, ironizza) in tedesco, francese, croato, galiziano e catalano. 
Lui che - un ripasso al riguardo non guasta - nel 2000 (quindi giovanissimo) aveva vinto il premio Italo Calvino per inediti con l’antologia di racconti Diavoli di Nuraiò, a fronte di un curioso percorso iniziale: “Un giorno ero finito in una libreria di Cagliari, dove - taglia corto - un giovane addetto gli aveva suggerito di scrivere un racconto…”. 
Quel giovane commesso era Stefano Salis, diventato una brillante penna del Sole 24 Ore, dapprima in carico al culturale della domenica e ora responsabile della pagina dei “Commenti”. Il quale ci ricostruisce con precisione quell’episodio che avrebbe inciso sul futuro di Soriga: “Ricordo bene quel ragazzino di allora in quanto mi chiese un libro di Antonio Cossu, Il riscatto. Strana richiesta per un giovane, giustificata dall’interesse per gli scrittori sardi. A quel punto gli chiesi se anche lui scriveva, e mi rispose che ci stava provando. E allora gli dissi che se mi portava qualcosa di suo l’avrei letto. Un mese dopo si presentò con due racconti, uno dei quali era appunto intitolato Diavoli di Nuraiò”. 
Siccome “in quel periodo - prosegue Salis - lavoravo anche per La Grotta della Vipera, una rivista nata nel 1975 su iniziativa del citato Cossu e volta a favorire il dibattito culturale in Sardegna (rivista che peraltro godeva di ottima reputazione), andai dal condirettore Giuseppe Marci proponendone la pubblicazione. E così sarebbe stato. Con al seguito l’arrivo in libreria di una antologia di racconti pubblicati dalla editrice Il Maestrale con lo stesso titolo”. 
Benedetto dal successo, nel 2003 sarebbe stata la volta di Neropioggia (Premio Grazia Deledda giovani) e nel 2008 di Sardinia Blues (Premio Mondello). L’anno successivo Soriga avrebbe fatto nuovamente centro con il libro di racconti L’amore a Londra e in altri luoghi (Premio Letterario Piero Chiara), mentre nel 2010 Il cuore dei briganti sarebbe stato finalista al Premio Rieti. Senza dimenticarci di Metropolis (un intrigante noir imbastito sull’omicidio di una bella donna, sul quale indaga un capitano dei carabinieri laureato in antropologia, Martino Crissanti) nonché una divagazione territoriale datata 2011, ovvero Nuraghe Beach, la Sardegna che non visiterete mai
Da ricordare, inoltre, le sue ambizioni giornalistiche che si sarebbero perse per strada, tanto è vero che oggi si sta dedicando ad altro. In effetti, ricorda ancora Salis, “ci trovammo per caso a San Donato Milanese per affrontare il test di ammissione alla Scuola di giornalismo dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia. Lui mi sembrava davvero interessato, io invece non ne ero del tutto convinto. Successe invece - guarda i casi della vita - esattamente il contrario: io venni ammesso, lui no”. 
Ma non per questo avrebbe mollato, proponendosi come valido autore televisivo: attualmente lavora infatti al programma di Rai3 Per un pugno di libri condotto da Geppi Cucciari. Lui che aveva iniziato a darsi da fare al Tg dei Ragazzi su Sardegna Uno per poi approdare, strada facendo, sui paludati canali di Rai 1, Rai 2 e La7. Senza trascurare altre divagazioni, come l’organizzazione di festival (ad esempio quello sulla leggerezza fra Sassari e l’Argentiera) e alcuni incontri letterari (nel 2002 aveva ad esempio contribuito - con alcuni amici scrittori, critici e animatori culturali - alla nascita del primo Festival letterario della Sardegna). 
Detto questo, spazio al canovaccio del libro Nelle mie vene, nelle cui pagine Soriga parla del piacere e delle difficoltà di essere figlio e di essere padre. Lui stesso ha infatti una compagna e una figlia di sei anni di nome Anita, per la quale ha creato una piccola fattoria “didattico-ricreativa” composta da un’oca, due papere, una gallina padovana e un coniglio, animali peraltro “rifilati con l’inganno” alla cura dei suoi genitori. 
Magari nel ricordo amaro di quel nonno contadino che era morto schiacciato da una motozappa. Perché per lui la famiglia è importante. Tanto è vero che alla fine del libro racconta anche di suo padre Aurelio, un “servitore dello stato che lavorava con entusiasmo e orgoglio in prefettura e che ogni tanto, nel cuore della notte, veniva svegliato per coordinare le operazioni del trasporto aereo di organi destinati ai trapianti. Esperienze, quelle di papà che oggi è in pensione, belle e terribili al tempo stesso”. 
Ma torniamo al dunque. Un libro - Nelle mie vene - dove si parla “del sangue che si dona e di quello che si riceve”. E nel quale l’autore racconta, oltre che di un mondo che conosce bene (quello appunto della televisione), della Sardegna d’inverno, dei paesi contadini e della sua più grande città di mare, del bisogno di scappare e della poesia dell’arrangiarsi, di giovani vite al confine tra il crimine e la noia, di romanzi mai scritti. E poi di bambine da crescere, di donne da amare, di caffè-libreria, di stazioni, di aeroporti e molto altro. 
Il protagonista di questa storia è Aurelio Cossu, 44 anni o poco più, una compagna e una figlia che vivono in una palazzina a Cagliari mentre lui - che lavora per il piccolo schermo - trascorre le sue settimane in giro per l’Italia, con la malefica ansia (oltre a pagare molte tasse spende troppo in pranzi e cene che consuma spesso di corsa e in solitudine) di cadere in povertà, di non riuscire più a tirare avanti. Complice una malattia, la talassemia, che ha messo alle corde anche suo cugino Alessandro, un giovane sconsiderato, violento ma generoso, che la sua vita sembra volerla buttare via, mentre lui per sopravvivere (“Avrei dovuto morire a dieci anni, ma ogni tanto me ne dimentico, anzi me ne dimentico quasi sempre”) deve far di conto con la generosità altrui. 
Parole accorate, queste appena riportate, che arrivano dal profondo e centrano il bersaglio. In quanto lo stesso Soriga è talassemico (“I miei genitori se ne accorsero nei miei primi mesi di vita, anche se in me non avrebbe provocato traumi. Quando nasci in un certo modo si tratta quasi di una normalità, con una trasfusione ogni venti giorni e pastiglie per contrastare il formarsi del ferro nel cuore”). Una malattia della quale aveva già parlato in Sardinia Blues e che ora ripropone da protagonista nel suo ultimo libro ampliandone il ruolo, le connotazioni, i risvolti e i contenuti. 
Fortuna ha voluto, come lui stesso annota fra le righe, che questa malattia oggi si possa affrontare attraverso “le donazioni di sangue da parte di perfetti sconosciuti”. Una cura che funziona, che consente di “smettere di morire subito” anche ai pastori, ai contadini, ai figli di nessuno. Un giusto riscontro a una “malattia democratica, interclassista, socialmente cieca”. 
Gli altri contenuti della trama? Nonostante i problemi di salute Aurelio, il protagonista, è un uomo iperattivo, che non si ferma un istante, “guidato da un sentimento di mai completa appartenenza, dal bisogno di trovare un senso ai molti destini che scorrono nelle sue vene”. Soprattutto dopo la notizia, che gli è stata anticapata dalla vicedirettrice di rete, della chiusura della trasmissione settimanale Ginseng (un programma che, guarda caso, strizza l’occhio al citato Per un pugno di libri) a causa degli scarsi ascolti. 
“Partiranno altri progetti”, gli viene detto. Sì, partiranno, ma lui intanto pensa alla sua bambina, e anche a sua madre che pure ha un lavoro sicuro. Così eccolo guardarsi intorno, con l’ex fidanzato di un’amica a procurargli un colloquio con Maria De Filippi che sta organizzando una nuova trasmissione volta a rendere popolari - alla stregua di quanto successo per gli chef - anche gli scrittori. Il suo ruolo? Quello ben pagato di procacciatore di firme. 
Partirà da qui il suo divagare nel ramificato sentiero dei sentimenti e non solo: l’amore per la propria terra, la voglia di rinascere oltre oceano, il richiamo della famiglia e delle amicizie (come quella con un libraio, sardo come lui, che si dà da fare in quel di Roma). 
Intellettuale sui generis, lavoratore precario e scettico nel competitivo mondo della televisione, Aurelio Cossu assume la grandezza di un antieroe mite e tenace per il modo in cui sa abbandonarsi pienamente ai momenti più improbabili dell’esistenza, come quando si trova alle prese con un misterioso latitante còrso, ai confini della legalità, al quale da ragazzo aveva dato una mano. E visto che con lui era “stato bravo, di lui poteva fidarsi”. 
Che dire: un lavoro autoironico che, a fronte di una scrittura leggera e avvolgente al tempo stesso (unico neo i chilometrici capoversi che fanno perdere concentrazione al lettore, fermo restando il suo divagante, e riteniamo voluto, giocare con la punteggiatura), si propone alla stregua di un “sorprendente noir isolano, un reportage coraggioso sulla Sardegna, quella più lontana dall’immaginario comune, nonché un sorridente spaccato del ruolo degli intellettuali nel nostro mondo distratto”. 
E per quanto riguarda il domani narrativo di Soriga? “Incerto. Anche se in realtà ho un romanzo già scritto a metà che vorrei finire”. Insomma, è difficile che questo autore - sempre sulla difensiva - se le canti e se le suoni. Perché non è nel suo carattere. Salvo comunque lasciarsi andare per un attimo assicurando che scrivere è “un privilegio che non va sottovalutato”.

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