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Un archeologo scomparso nel nulla, un agente segreto britannico che indaga, un Paese (la Colombia) lontanissimo dagli stereotipi

Lo storico Giulio Massobrio dà voce al romanzo conclusivo della trilogia imbastita sul personaggio di Martin Davies, di professione agente segreto. Un riuscito lavoro che ha visto la luce grazie anche ai costruttivi… battibecchi con la moglie


15/10/2018

di Mauro Castelli


Il senso e i contenuti di Tierradentro (Bompiani, pagg. 300, euro 18,00) - un lavoro firmato da Giulio Massobrio - non bisogna necessariamente andarli a cercare fra le righe del romanzo, che pure cattura e intriga il lettore per le ambientazioni e le forti tematiche trattate. A fare chiarezza ci pensa infatti lo stesso autore in una nota finale che racchiude gli spunti, gli stimoli e la collocazione di questa storia, parte conclusiva di una trilogia (preceduta da Rex e Autobus bianchi) che ha come protagonista Martin Davies, agente segreto britannico di padre inglese e madre italiana in scena fra il 1944 e il 1948, periodo segnato da una significativa svolta storica. 
“In realtà pensavamo che la terza e conclusiva avventura di questo personaggio dovesse svolgersi qualche anno dopo la fine della Seconda guerra mondiale in America Latina, dove molti suoi nemici, i nazisti appunto, avevano trovato rifugio. Dapprima avevamo puntato sull’Argentina, luogo storicamente meta dei fuggiaschi tedeschi, poi decidemmo - nell’estate del 2016 - di fare un viaggio in Colombia (poi bissato l’anno successivo) dove, al di là degli stereotipi consolidati (la coca, Pablo Escobar, le Farc e via dicendo), scoprimmo un Paese profondo e affascinante, una popolazione calda e accogliente, una natura ridondante”. 
Il lettore rimarrà colpito da queste precisazioni portate avanti al plurale, e noi ne spieghiamo subito il perché. Benché questo romanzo sia stato firmato da Giulio Massobrio, dietro questo lavoro (così come per tutti gli altri) c’è lo zampino della moglie. Come ha infatti avuto modo di raccontare tempo fa, lei non scrive, ma la sua è una presenza costante sin dalle prime fasi della stesura. E “una volta che l’ho ultimata (a fronte di una trama concordata), lei si mette a leggerlo e inizia subito a storcere il naso, a riprendermi su questo e su quello. Una battaglia dietro l’altra. Così ogni volta litighiamo mezz’ora prima di trovare un punto di incontro. Anche se devo ammettere - ironizza - che ha quasi sempre ragione lei...”. 
Il superamento degli esami domestici, che fortunatamente non vede coinvolte le due figlie ben decise a non entrare nella diatriba familiare, rappresenta il punto di arrivo per questo autore appassionato di trenini elettrici (“Da una vita sto costruendo un plastico ambientato in Inghilterra, Paese che adoro”), oltre che portatore di un debole dichiarato per Ellery Queen, il famoso nom de plume assunto dai cugini Frederick Dannay e Manfred B. Lee, scrittori a stelle e strisce di letteratura poliziesca nonché inventori del detective che porta il nome del loro pseudonimo nelle storie raccontate (e questo vorrà pur dire qualcosa). 
Un uomo piacevolmente ironico, curioso e schivo Gulio Massobrio (“Un po’ mi indigno di quel che succede e un po’ mi scappa da ridere”), oltre che entusiasta e ottimista (“Forse più del dovuto”); un personaggio a maglie larghe che ammette di parlare, e di scrivere, un po’ troppo; una specie di zingaro per la sua passione, fortunatamente condivisa dalla moglie, per i viaggi (“Starei in giro per il mondo dodici mesi all’anno”). Come dire, uno scrittore di provincia con la sindrome dell’evasione, nato ad Alessandria il 19 settembre 1947, città dove suo padre lavorava all’allora Banca Commerciale Italiana e dove lui, in seguito, si sarebbe dato da fare alla guida dei servizi culturali del Comune. 
Che altro? Un autore - repetita iuvant - deciso quanto basta, il quale, forte di una laurea in Scienze politiche supportata da un diploma in Archivistica, dopo aver dedicato una vita a saggi di estrazione militare, scritti per editori importanti come Rizzoli ed Einaudi, un bel giorno ha deciso di voltare pagina. Dando voce nel 2011 a un gradevole giallo - A occhi chiusi, ambientato ad Alessandria nel 1961 dove, alla vigilia del primo centenario dell’unità d’Italia, viene ammazzato un architetto - imbastito sulla figura del commissario Piazzi, un uomo schivo e affascinante, duro quando basta, che era stato poliziotto durante la guerra e poi partigiano. 
E il perché di questo salto della staccionata è stato lui stesso a spiegarlo. “A un certo punto mi ero stufato di scrivere cose colte, di un certo peso, ma destinate a quattro gatti e così decisi, sia pure con l’amaro in bocca, di parlare d’altro. O forse, e questa è stata la vera spinta, era giunto il momento di reinventarmi, anche perché di iniziative culturali su piazza, degne di questo nome, ce n’erano poche. Non è stata comunque una scelta facile in quanto io e mia moglie abbiamo speso una vita nel fare ricerche, in buona parte volte a realizzare un museo storico a Spinetta Marengo, la frazione di Alessandria che aveva visto lo svolgersi della famosa battaglia fra francesi e austriaci il 14 giugno 1800. E quando il museo venne inaugurato fu il giorno più bello della nostra vita. Ma dopo pochissimo tempo la Provincia decise - evidentemente la riconoscenza non è di questo mondo - che non aveva più bisogno di noi, nemmeno a titolo gratuito”. Una robusta delusione che sarebbe stata esorcizzata, appunto, attraverso la scrittura di gialli. 
Detto questo spazio alle note su Tierradentro, un lavoro di non facile collocazione: un giallo storico, una spy story o addirittura un thriller? In realtà, come lui stesso ha tenuto a precisare, “la grande Storia altro non è che un insieme di storie, quelle di tutti noi. Di tutti quelli che ci hanno preceduto e anche di quelli che ci seguiranno”. 
Ma in questo modo stiamo divagando. Meglio quindi venire al dunque di questo lavoro, ambientato nell’Amazzonia colombiana del marzo 1948. Dove incontriamo il tedesco Max Schubert mentre vola sulla Colombia, e lo fa da quasi trent’anni, benché la vista di quella selva inestricabile continui a emozionarlo come la prima volta. Oggi, però, c’è dell’altro. Oggi la selva lo riporta indietro nel tempo. Ovvero a quando la guerra era appena finita e Martin Davies era stato incaricato dai servizi segreti del suo Paese di ritrovare il professor Kant, archeologo come lui, scomparso nelle foreste colombiane mentre lavorava in un sito di straordinaria importanza. 
In realtà la ragione ufficiale della sua missione in Sudamerica è quella di indagare sulla riorganizzazione del nazismo sopravvissuto alla guerra e che sembra trovare linfa in un terreno favorevole. 
Purtroppo la copertura di Martin salterà presto lasciandolo alle prese con il clima di tensione che avvolge la Colombia: da una parte Gaitán, il candidato del partito liberale nel quale la maggior parte della popolazione si è identificata, impegnato nel riscatto delle masse mentre è in corso la Conferenza Panamericana, con tanto di violente sommosse a devastare Bogotà e a trasformane il volto (È come se un enorme serbatoio di rancore si fosse infranto, inondando vie e piazze della città); dall’altra don Enrique Montoja, emblema mellifluo e violento dei grandi ricchi per nulla disposti a cedere anche solo una parte dei loro privilegi. E mentre le strade cittadine si riempiono di sangue e la foresta regala inaspettate trappole, “antichi riti attirano l’uomo occidentale chiedendogli di sospendere l’incredulità per abbandonarsi a una magia che viene dal passato remoto”. 
Insomma, una tematica politica - calata in un contesto extraeuropeo, dove sembra prendere corpo, appunto, la pericolosa riorganizzazione dei fuoriusciti nazisti dopo la sconfitta finale - per certi versi complessa e fuori dal coro, ma raccontata attraverso la semplicità delle parole. Dando voce a contesti, ambientazioni e personaggi legati da intrighi e passioni, amarezze e delusioni, vendette e sensi di colpa che prendono corpo, quasi senza darlo a vedere, all’ombra di uno spietato regime. Un contesto che si fa ben presto strada nell’immaginario del lettore, avviluppandolo nel senso di mistero che permea l’intera storia. 
Un storia peraltro ricca di suspense, che si nutre della miseria che attanaglia il popolo a dispetto dei signorotti locali che la fanno da padrone all’ombra di una bugiarda legalità, addentrandosi fra le pieghe del romanzo di spionaggio.  Che appunto in questa angolatura trova, forse, la sua forza maggiore.

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