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Un artigliere ingiustamente fucilato nel 1917 e la misteriosa morte del generale che ne aveva ordinato l'esecuzione

Paolo Malaguti, all’insegna del giallo, dà voce a una concatenazione di eventi ancora avvolta nel mistero. Picchiando duro sul mito della Grande Guerra


02/10/2017

di Maddalena Dalli


La Prima guerra mondiale è stata costellata da tanti fatti di sangue e da milioni di morti. Ed è in questo contesto che il padovano Paolo Malaguti (che con La reliquia di Costantinopoli è stato finalista all’ultimo Premio Strega) ha ambientato il suo nuovo lavoro, Prima dell’alba (Neri Pozza, pagg. 300, euro 17,00), dove riporta alla luce uno dei tanti fattacci che hanno segnato la storia della Grande Guerra. Partendo da un quesito: che valore poteva avere in quel periodo una vita? Poco, stando alla dedica dell’autore: In memoria dell’artigliere Alessandro Ruffini, fucilato a ventiquattro anni a Noventa Padovana, il 3 novembre 1917, per un sigaro. Su ordine del generale Andrea Graziani.
Un ufficiale che si era distinto per la brutalità verso i sottoposti, con esecuzioni, decimazioni e vergognose punizioni. Un ufficiale di cui fu vittima, appunto, anche Alessandro Ruffini, colpevole di averlo salutato militarmente senza prima essersi levato di bocca il sigaro che stava fumando. E che per questo venne prima bastonato brutalmente e poi fucilato. «Per dare un esempio terribile, atto a persuadere tutti i duecentomila sbandati che da quel momento vi era una forza superiore alla loro anarchia», come affermò lo stesso Graziani in risposta ad alcune proteste e interrogazioni parlamentari sollevate a seguito della pubblicazione della notizia della morte di quel giovane soldato sul quotidiano Avanti! del 28 luglio 1919.
Sta di fatto che, nel centenario della disfatta di Caporetto, l’autore - che è nato a Monselice, in provincia di Padova, il 6 settembre 1978 e che nella città del Santo si è laureato in Filologia italiana, mentre oggi vive ad Asolo e insegna Lettere al liceo Brocchi di Bassano del Grappa - dimostra una straordinaria abilità nel rinverdire un periodo drammatico della nostra storia, regalando voce nuova (e più attendibile) alle «scelte di memoria e celebrazione, di oblio e censura, fatte dall’Italia intorno al mito della Grande Guerra e al destino dei troppi caduti di quella inutile strage che, a parere di molti, segnò la vera fine della civiltà europea».    
Che altro? Malaguti imbastisce una indagine, intrigante quanto realistica, sulla misteriosa morte di Graziani, avvenuta all’alba del 27 febbraio 1931; una indagine a metà strada fra il racconto giallo e il romanzo storico, frutto di una attenta ricostruzione di luoghi, fatti e personaggi. Ovvero quei poveri soldati, spesso analfabeti o semianalfabeti, che tenevano la scena sul fronte dell’Isonzo e che furono testimoni delle brutalità del conflitto e, nel nostro caso, del fattaccio narrato.
La storia si dipana su due piani temporali. Il primo è quello citato del fronte di guerra, mentre il secondo risale a quattordici anni dopo, a ridosso dei binari dove transita il treno che porta da Prato a Firenze e dove, sulla massicciata, viene trovato il cadavere di Graziani, classe 1864, luogotenente della Milizia volontaria, generale pluridecorato della Grande Guerra, importante esponente del partito fascista. Ma come è morto Graziani? È stato un suicidio o una caduta accidentale dal treno? Oppure si è trattato di un furto finito male?
Il trentaduenne ispettore Ottaviano Malossi, incaricato delle indagini, inizia così a «scavare con prudenza, tra resistenze, false piste e pressioni dall’alto: perché bisogna fare presto, trovare gli eventuali colpevoli, ma soprattutto consegnare quanto prima il corpo dell’eroe della Patria per gli onori che il regime vuole tributargli». Il viaggio alla ricerca della verità sarà tuttavia più lungo del previsto, in quanto dai binari della linea Prato-Firenze il giovane ispettore dovrà viaggiare a ritroso nel tempo, lungo le strade fangose del Friuli e del Veneto, percorse da un esercito in rotta o, per dirla con le parole dei dispacci ufficiali, in “ripiegamento strategico” dalle trincee pietrose dell’Isonzo al Piave e al Monte Grappa.
Capitolo dopo capitolo, «alle indagini dell’ispettore Malossi si alterna l’esperienza del Vecio, il fante che era stato testimone silenzioso del disastro di Caporetto e, prima ancora, di una vita di trincea resa intollerabile da mille difficoltà materiali, cui si aggiungeva il rigore insensato di una gerarchia pronta a far pagare con la fucilazione anche la più banale infrazione del regolamento. Il racconto ci conduce così, attraverso la censura occhiuta delle lettere dal fronte, al massacro dei Ragazzi del ’99 mandati al macello senza il tempo di ricevere una adeguata preparazione». Pagando con fucilazioni sommarie la disubbidienza a ordini assurdi, o soltanto la mancanza di coraggio di fronte a quel sanguinoso orrore.
Il tutto supportato da un’accurata ricerca storica da parte dell'autore, che è riuscito a recuperare anche il “gergo di trincea”, ovvero il codice, espressivo e talvolta imprevedibile, con il quale gli italiani, per la prima volta nella storia, tentarono di superare le differenze linguistiche in una situazione in cui non capirsi poteva significare la morte.
Ma quale nesso lega la fucilazione di Alessandro Ruffini alla morte di Andrea Graziani? La causa della brutta fine del generale non fu mai accertata, anche se le autorità dell’epoca archiviarono il caso come una caduta accidentale dal treno. Ma di fatto un uomo che cade per errore da una carrozza non va a finire sulla scarpata opposta a quella di marcia del treno... Un caso, quindi, caldo del quale si vollero chiudere in fretta le indagini, per celebrare il funerale e mettere la sordina alla stampa, che dal giorno dopo, guarda caso, non ne parlò più.
Ma il mistero e i dubbi restano...

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