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Un barbaro duplice omicidio, una vecchia storia di deportazioni, una possibile vendetta

Il dietro le quinte di Mariani e le ferite del passato firmato dall’autrice. La quale ironizza sul fatto che i romanzi non devono essere raccontati, ma letti


16/11/2020

di MARIA MASELLA


Sono in difficoltà quando mi chiedono di presentare un mio romanzo perché temo sempre di scrivere troppo o troppo poco. Del resto, cosa dovrei aggiungere a una storia già pubblicata? Un romanzo dovrebbe soltanto essere letto. Però lettrici e lettori vengono alle presentazioni e desiderano sentire l’autore che parla del proprio libro. 
Parlare di un mio romanzo mi è difficile perché scrivendo non seguo uno schema, non decido “scriverò questo e quest’altro che vorrà dire questo e quest’altro”, no, accendo il portatile e scrivo d’istinto. Quindi molto di quanto dirò su Mariani e le ferite del passato (Fratelli Frilli, pagg. 234, euro 14,90) è qualcosa che ho trovato a posteriori, cioè dopo averlo scritto, e ho scoperto mio. 
Un altro motivo di difficoltà nasce dalla consapevolezza che nel mio noir non ci sia tutto quanto volevo comunicare ai lettori, lettori molto diversi perché in un “giallo” alcuni cercano un enigma da risolvere e altri qualcosa di più. Accontentare tutti è impossibile.  
Per presentare questo romanzo devo riallacciarmi al precedente, “Mariani e le giuste scelte”. Il commissario doveva morire durante l’esondazione del Cerusa, tutto il romanzo era stato pensato indirizzandolo verso quella conclusione: il corpo di Habanera, martoriato dalla mareggiata, era un preludio a quello, disperso, di Antonio. I numerosi incontri con persone del periodo più oscuro del suo passato dovevano essere un “tirare le somme”, come la soluzione del problema Iachino inserito in un breve inciso. 
Volevo che Antonio Mariani morisse per mano di uno dei suoi amori, ucciso da Genova, la città che aveva condiviso con lui il ruolo di protagonista in venti romanzi e in vari racconti, ma le proteste di chi aveva avuto l’onere di leggere la prima stesura mi avevano spinto a ripensarci e ad aggiungere poche righe possibiliste. 
Quindi dovevo salvarlo. Quindi dovevo scrivere di un uomo che, ancora una volta, aveva visto la morte. Dovevo mettere in scena un uomo di cinquant’anni abbondanti, stanco e provato, perché a ogni indagine provava nuovo dolore scoprendo quanto male gli esseri umani riuscissero a infliggersi. 
Cominciavo ad accettare la possibilità che Antonio fosse sopravvissuto, quando ero andata a Nizza Monferrato per presentare un noir; c’ero già stata tanti anni prima, ma quel giorno la cittadina mi aveva colpita: ero in anticipo e avevo percorso lentamente e più volte gli antichi portici fermandomi davanti alle numerose macellerie. Poi in una piazza avevo notato una targa che ricordava le persecuzioni contro la comunità ebraica. 
Ritornata a Genova avevo cominciato a raccogliere documentazioni, ma senza impegno... In sincerità, non volevo scrivere un altro Mariani e pensavo di utilizzare quelle informazioni per l’altra mia serie noir, quella di Teresa Maritano. 
Poi, a gennaio, era capitato l’imprevisto: un pranzo fra parenti in un ristorante abbastanza noto sulle alture di Genova, nell’alta Val Polcevera, a Cremeno, sulle alture di Bolzaneto, valletta verde e bellissima, piena di pace. Ed era arrivata la tentazione di usarlo come seconda location per un sanguinoso delitto. Le suggestioni di Nizza Monferrato, con macellerie sotto i portici e targa in piazza, si erano intrecciate all’apparente pace di Cremeno che, quel giorno, sembrava fuori dal tempo. 
Avevo provato a vedere Teresa Maritano in quei luoghi, ma Mariani continuava a rubarle la scena. E la madre di Antonio, Emma, era stata staffetta partigiana... E il Monferrato era terra di lotta partigiana... No, il mio commissario era il protagonista giusto e avevo consentito a una nuova storia Mariani di prendere forma. Avevo aperto una nuova cartella “mariani2020” e file “1.docx”, avendo come unici punti di riferimento quelle minime suggestioni. 
E, a fatica, Antonio era rinato. Come in un lungo travaglio. 
Come farlo rinascere? Con l’aiuto di sua madre Emma che lo conosceva, perché tanto si somigliavano. E sarebbe stata lei a spingerlo a rinascere occupandosi di una “ferita del passato” che stava diventando “ferita del presente”: mentre lui era ancora in congedo, gli aveva consegnato una lettera ricevuta mesi prima da Noemi, un’amica di quando era ragazza e staffetta partigiana in Monferrato. Era una lettera dolorosa perché ricordava le leggi raziali e la deportazione di una famiglia ebrea, ma era resa più inquietante dal timore manifestato da Noemi che il nipote delle vittime si vendicasse uccidendo i discendenti dell’uomo che aveva indicato dove la famiglia, una donna e i suoi due bambini, erano nascosti. 
Ma Noemi era morta ed erano stati uccisi la nipote e il giovanissimo pronipote del delatore; erano stati uccisi imitando la macellazione ebraica. 
Il timore di Emma, e di Antonio, era che un innocente, per vendicarsi, si fosse macchiato di un delitto atroce. O che qualcuno cercasse di addossargli la colpa. No, non posso raccontare altro sulla storia, ma portarvi ancora dietro le quinte e il modo migliore è citare un brano del romanzo. 
“Una cosa è certa, per me: le colpe dei padri non devono ricadere sui figli. Neppure le colpe delle madri. Ogni essere umano ne ha abbastanza di proprie, non ha bisogno di ereditarne altre. Ma le ferite del passato possono guarire soltanto nella verità”. Perché proprio questo brano?

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