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Un bizzarro documento testamentario, uno strano omicidio e un enorme carico di droga in arrivo

La canadese Louise Perry rimette in pista il commissario Armand Gamache, una delle figure più interessanti della narrativa poliziesca. Un poliziotto andato in scena in ben 17 indagini e tradotto in 25 Paesi


09/03/2020

di Massimo Mistero


Sugli scaffali italiani era arrivata per la prima volta nel 2011, quando la Piemme le aveva pubblicato L’inganno della luce. Un lavoro che non aveva però riscosso, vai a capire perché, un adeguato seguito. Successivamente, nel 2017, la stessa casa editrice le aveva editato La via di casa (“C’è una sola cosa, oltre la morte, cui nessun uomo può sfuggire: il suo passato”), per poi mollare la presa. Lo scorso anno è stata invece la Einaudi a riportarla nelle nostre librerie, con riscontri più convincenti, dando alle stampe Case di vetro. Tanto è vero che non ha mancato di rimetterla in pista in questi giorni con Il regno delle ombre (collana Stile Libero Big, pagg. 518, euro 15,00, traduzione di Letizia Sacchini). 
Di chi stiamo parlando? Della canadese Louise Penny, autrice dalle raffinate qualità narrative, che nell’arco di quindici anni ha dato voce una serie di ben diciassette storie, profonde e al tempo stesso intriganti, incentrate sulla figura del commissario Armand Gamache della Omicidi del Québec. Il quale Gamache aveva debuttato nel ruolo di ispettore capo in Still Life, guadagnandosi via via gli apprezzamenti sia del pubblico che della critica (non a caso viene considerato da molti come uno dei detective più interessanti della narrativa poliziesca). 
Un personaggio vero, intrigante quanto motivato, che strada facendo ha consentito all’autrice di portarsi a casa la bellezza di sette Agatha Award per il miglior crime dell’anno e di sei Anthony Award, oltre a incassare altri due importanti riconoscimenti: il The Order of Canada nel 2014 e l’Ordre National du Québec nel 2017. 
Per la cronaca Louise Penny è nata a Toronto, nell’Ontario, il primo luglio 1958, anche se da lungo tempo vive in un villaggio a sud di Montréal, vicino al confine americano del Vermont. Località condivisa a lungo con il marito Michael: “Un uomo premuroso e generoso, scomparso nel settembre 2016, che mi aveva ispirato la figura di Armand Gamache. E al quale devo riconoscenza per avermi permesso di lasciare il lavoro e potermi così dedicare alla scrittura”. Già, Michael, il quale “mi aveva sorretto e spalleggiato nei momenti difficili, oltre ad avermi trasmesso la sua passione per i cani - tutti golden retrivier, ovvero Bonnie, Maggie, Seamus, Trudy e Bishop - alcuni acquistati da piccoli e altri adottati da adulti”. 
Laureata presso la Ryerson University di Toronto, prima di proporsi autrice a tempo pieno Louise aveva lavorato per diciotto anni presso la Canadian Broadcast Company. 
Detto questo spazio a briciole di trama relative a Il regno delle ombre, una storia avvincente incentrata su due casi sui quali si trova a indagare il nostro commissario durante una violenta tormenta di neve abbattutasi nella regione del Québec. Casi drammaticamente neri e disperati, ambientati un contesto tratteggiato alla grande dall’autrice: quello del villaggio di Three Pines stretto nella morsa dell’inverno, con puntate allargate alle pericolose periferie di Montréal, “avvelenate dalla droga e dalla prostituzione”. 
Cosa succede è presto detto: “Convocato all’improvviso in una fattoria nei pressi del citato Three Pines, Armand Gamache, capo della Sûreté du Québec, scopre di essere stato nominato esecutore testamentario da una sconosciuta baronessa. Il documento contiene clausole tanto bizzarre da far sospettare al commissario che si tratti di uno scherzo. Ma di lí a qualche giorno, quando nella fattoria viene rinvenuto il cadavere di un uomo, la realtà dei fatti emerge in tutta la sua gravità. Nel frattempo un enorme carico di droga sta per inondare le strade di Montréal e Gamache, sospeso dal servizio sei mesi prima proprio per non essersi dato da fare come si conveniva, deve decidere al più presto come agire”. 
Tirate le somme un altro colpo vincente per la penna di Louise Penny, accasata fra i numeri uno del settore sia in Canada che negli Stati Uniti (è stata ad esempio al vertice della classifica stilata dal New York Times), oltre a essere tradotta in 25 Paesi. Un ruolo di peso, quindi, che le si addice vista la capacità di saper regalare spessore a un protagonista “emotivamente complesso, coraggioso e scaltro”. Connotati che a tratti sfumano nell’epico, capaci addirittura di generare - caso più unico che raro - una linea di merchandising.
Il tutto in abbinata, e questo è un altro merito non da poco, alla capacità di regalare alle sue storie connotazioni decisamente personali, in bilico fra immobilismo e apparenza, vero e non vero. “Non a caso - riprendiamo da una sua recente dichiarazione - sono stata influenzata da opere come Cuore di tenebra di Joseph Conrad, l’Odissea di Omero e Gilead di Marilynne Robinson, oltre a ispirarmi ai paesaggi, alla storia e alla geografia del Québec, nonché alle persone che abitano questi luoghi. Persone che mi hanno chiesto pochissimo e mi hanno dato tantissimo”.

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