Share |

Un brutale omicidio, nella Firenze del 1970, per il commissario Bordelli

Sarà l’ultimo caso per il riuscito personaggio uscito dalla penna di Marco Vichi? A seguire il debutto vincente di Katrine Engberg mentre Joshua Hodd reinterpreta Robert Ludlum


16/11/2020

di Mauro Castelli


Quella di Marco Vichi, è risaputo, è una delle penne più felici del poliziesco italiano. E per diversi motivi: in primis per la sua capacità di giocare a rimpiattino con le parole dando voce a personaggi di peso, oltre a diversificare in termini di tematiche e argomenti. In ogni caso sempre catturando il lettore con storie che lasciano il segno. Peraltro spaziando dai testi teatrali alle sceneggiature, ma soprattutto regalando contributi di peso alla narrativa di settore grazie a un suo azzeccato protagonista: il tormentato commissario Bordelli, una specie di eroe segnato dalle sue tante disillusioni, la cui prima apparizione risale al 2002 e in seguito rimesso in scena altre dieci volte. L’ultima delle quali, Un caso maledetto (pagg. 390, euro 19,00), è arrivato in questi giorni in libreria per i tipi della Guanda, il suo editore di riferimento. 
Marco Vichi, si diceva. Una penna che della piacevolezza narrativa ha fatto bandiera, capace come pochi altri di incantare e, allo stesso tempo, di scuotere le coscienze parlando di vicende quotidiane addentrandosi negli aspetti più critici della società. Un collezionista di riconoscimenti (dal Scerbanenco al Fedeli, dal Piero Chiara al premio “Fiorentini nel mondo” per le Arti letterarie) che aveva debuttato nella narrativa di settore nel 1999 con L’inquilino, per poi dare voce a una ventina e passa di romanzi e a una altrettanto lunga serie di racconti. 
Di fatto, lo ribadiamo, un intrigante scrittore che, dietro quella sua faccia da duro, nasconde una personalità schiva e forse anche una malcelata timidezza. Ferma restando una sua radicata passione: quella per la lettura. In quanto, a suo dire, leggere “fa bene alla salute, aiuta a vivere e a districarsi nella foresta sentimentale della vita. Inoltre consente di attingere, rielaborandole, alle idee e al vissuto altrui”. Onestà intellettuale che non è da tutti. Fermo restando che, avendolo fatto in parecchi, la differenza “sta nel come e nel perché si ruba”. Come peraltro ci aveva assicurato in una nostra vecchia intervista, saltando di palo in frasca, il geniale stilista dell’auto Giorgetto Giugiaro. 
Detto questo, spazio alla trama di Un caso maledetto, ambientato nel gennaio 1970 nella città del Giglio, dove incontriamo il commissario Bordelli - un tipo capace quanto scontroso e solitario - a quasi tre mesi della sua andata in pensione dopo quasi un quarto di secolo trascorso nella Pubblica Sicurezza. Non sapendo peraltro ancora cosa aspettarsi, non riuscendo a immaginare come potrà farsi carico di questo radicale cambiamento. Che si tratti di un messaggio dell’autore per dire che il suo protagonista verrà messo a riposo? Speriamo di no, anche perché il finale aperto di questo suo ultimo romanzo non lo lascia intendere. 
Sta di fatto che adesso Bordelli è ancora in servizio e il tempo per riflettere e farsi troppe domande non c’è, in quanto in una via del centro di Firenze è stato commesso un brutale omicidio. Allora sarà proprio questo crimine odioso il suo ultimo caso o no? Ma soprattutto, riuscirà a risolverlo? Secondo lui “non poteva subire una sconfitta proprio adesso. Un delitto del genere non doveva restare impunito, non era possibile”. 
Lasciando da parte gli interrogativi, Bordelli, affiancato dal giovane Piras, che nel frattempo è diventato vice-commissario, si dà subito da fare, spinto come al solito dal suo innato senso di giustizia, oltre che, mai come in questa occasione, dalla intollerabile inutilità di quell’omicidio. 
Passa il tempo, arriva la primavera e la data del pensionamento è alle porte. Fortuna vuole che la relazione del commissario con la bella Eleonora sia diventata, almeno in apparenza, più solida. E in tale contesto non mancherà una cena a casa di Bordelli, dove come d’abitudine ognuno racconterà una storia. Tempo di un niente, quando mancano cioè dieci giorni dalla pensione, troviamo il nostro commissario alle prese con i postumi di una notte passata a rigirarsi nel letto e a pensare sul suo domani. E sarà a questo punto che riceverà una telefonata dalla questura. Scommettiamo che si tratta di un altro omicidio? 
Per la cronaca Vichi, nato a Firenze il 20 novembre 1957, vive nel Chianti, e più precisamente all’Impruneta (è qui che nei giorni scorsi si è svolta la prima presentazione di questo suo ultimo libro), dove bene e spesso trova spunti per le sue diversificate storie. Lui che strada facendo ha seguito la curatela di alcune antologie come Città in nero, Delitti in provincia, È tutta una follia e Un inverno color noir; lui che ha realizzato, per Radio Rai Tre, alcune puntate del programma Le cento lire dedicate all’arte in carcere; lui che vanta diverse collaborazioni con riviste e quotidiani nazionali, per non parlare delle sue virate nell’ambito della graphic novel (o romanzo a fumetti che dir si voglia) con Morto due volte, in coppia con Werther Dell’Edera. Per non parlare del ruolo avuto nei laboratori di scrittura, che lo hanno visto insegnare in diverse città italiane, Università di Firenze compresa. 
Con una ulteriore curiosità al seguito, ovvero una specie di smentita dello stesso Vichi al fatto che vuole che fra gli autori raramente corra buon sangue: “Il colonnello Bruno Arcieri, che da molto tempo compare nelle storie del commissario Bordelli, è un personaggio creato dal mio amico Leonardo Gori, protagonista di una serie di romanzi - cominciata nel 2000 con Nero di maggio - attualmente in corso di pubblicazione da parte della casa editrice Tea”. Tanto di cappello, ci mancherebbe… 


Il secondo suggerimento per gli acquisti è legato alla penna dell’esordiente danese Katrine Engberg, ovvero Il guardiano dei coccodrilli (Marsilio, pagg. 376, euro 18,00, traduzione di Claudia Valeria Letizia ed Eva Valvo), un lavoro benedetto da una penna del calibro di Camilla Läckberg, che, senza mezzi termini, lo ha definito “fantastico”. Assicurando peraltro che con questa storia è nata una “star assoluta” della narrativa di settore. 
Classe 1975 e una gran bella presenza (il che non guasta), Katrine Engberg è una ex ballerina e coreografa, con un passato in televisione e in teatro, che ha deciso di dare voce alla sua città, Copenaghen (dove peraltro vive con la famiglia), in maniera invidiabile, facendo rivivere, o forse sarebbe meglio dire rinnovare, la tradizione del giallo scandinavo. A fronte di una penna capace, con tratti di profonda sensibilità, di dare voce e spessore a complessi destini. Addentrandosi, fra colpi di scena e virate improvvise, negli abissi più profondi dell’animo umano. Ma senza mai esagerare, puntando cioè su una scrittura essenziale. 
Risultato? Un thriller che già dal titolo induce la curiosità: comunemente viene definito guardiano dei coccodrilli (Pluvianus aegyptius il termine scientifico) l’uccello che tira a campare nutrendosi degli insetti e dei parassiti che trova sul dorso di questi rettili. E se si accorge dell’arrivo di un nemico emette dei cinguettii che vengono recepiti dal coccodrillo, il quale si immerge in acqua. Così, per assonanza, c’è anche un guardiano nel giallo della Engberg, anche se in questo caso si tratta di un essere umano, che peraltro si propone come la chiave di lettura della storia. 
Un thriller giocato sul “potere della scrittura e della fantasia ad alto tasso di adrenalina” - frutto di un accurato lavoro di documentazione con agenti, assistenti di polizia, dattiloscopisti (per sapere tutto o quasi sulle impronte digitali), medici legali e altri esperti - che ha scalato le classifiche di vendita nel suo Paese; un romanzo che farà da capostipite a una serie e che è già stata opzionato dai più importanti editori di 25 Paesi. 
Detto questo, spazio alla sinossi giocata su una considerazione: “Ognuno di noi ha dei segreti, ma a volte i segreti sono bugie”. Peraltro molto pericolose. E il ritrovamento del cadavere di una ragazza nel suo appartamento dà l’avvio a una vicenda che riuscirà a catturare, pagina dopo pagina, il lettore partendo da una serie di interrogativi: perché il corpo di Julie, giovane studentessa, è stato barbaramente tagliuzzato? Chi può aver commesso, e per quale motivo, una simile atrocità? Quale ruolo riveste l’anziano vicino che ha scoperto il cadavere? Chi poteva mettersi a scrivere su quella cartella se non l’assassino? 
Purtroppo la polizia di Copenaghen, cui è affidato il caso, fatica a trovare risposte. In effetti la sola traccia lasciata dall’omicida sembra essere il misterioso disegno, simile a un origami, che la lama di un coltello ha inciso sul viso della ragazza. A guidare le indagini una strana coppia con la quale ci abitueremo a convivere: l’investigatore Jeppe Kørner e la collega Anette Werner: lui - per la teoria degli opposti - reduce da un doloroso divorzio e in crisi di autostima, che sembra sempre sul punto di cedere; lei, energica e dirompente, sempre di buonumore. 
Sta di fatto che inizialmente la loro attenzione si concentrerà sulla padrona di casa, che vive al terzo piano della stessa palazzina in cui è stato rinvenuto il cadavere, nel centro storico della capitale danese. Docente di Letteratura in pensione con la tendenza ad alzare il gomito e a organizzare scintillanti cene mondano-artistiche, Esther de Laurenti si rivela infatti essere un’aspirante scrittrice di gialli. 
E, curiosamente, l’omicidio di cui si legge nel manoscritto al quale la prof sta lavorando ricalca esattamente le modalità con cui è stata uccisa la sua inquilina. Un collegamento tra finzione e realtà troppo clamoroso per poter essere ignorato. Ma questa brutta storia potrebbe riservare ben altre sorprese… 
Il tutto a fronte di quella che può essere considerata la protagonista autentica della storia, ovvero Copenaghen, una città ricca di fascino e contraddizioni, che l’autrice riesce a tratteggiare da par suo, descrivendo la vita nei quartieri della classe media e in quelli dei benestanti, ma anche giocando sui contrasti che la contraddistinguono, passando dall’eleganza trendy e piena di vita di certe vie a quelle più tristi e meno appariscenti della periferia, dove la complessa realtà del Paese stride in tutte le sue componenti. Complice la crisi da Coronavirus che anche da questa parti, come ovunque peraltro, si è fatta sentire. 


Voltiamo libro. A quasi 20 dalla sua scomparsa, Robert Ludlum (il maestro indiscusso dei romanzi di spionaggio morto il 12 marzo 2001) continua a tenere banco nelle librerie per interposta persona. Possibile? Ci mancherebbe, in quanto si tratta di un prolungato omaggio legato al fatto che la Fondazione Ludlum aveva inizialmente autorizzato Jamie Freveletti - avvocato a Chicago, esperta di arti marziali e autrice a sua volta di bestseller internazionali - di scrivere due storie utilizzando i personaggi e le idee che il maestro aveva cantierizzato nella serie Covert-One. 
Visti i risultati, gli “eredi” avevano deciso di proseguire utilizzando un’altra penna autorizzata, quella di Eric Van Lustbader (autore di una quarantina di romanzi, diversi dei quali bestseller internazionali), che anno dopo anno avrebbe fatto rivivere il riuscito personaggio di Jason Bourne in ben dodici libri. In seguito, sempre a scrivere per interposta persona, ci sarebbe stato Paul Garrison e ora Joshua Hood, che ha co-firmato Treadstone risorge (Rizzoli, pagg. 360, euro 20,00, traduzione di Rosa Prencipe) con più che buoni risultati. 
La qual cosa non deve stupire in quanto Joshua Hood è uno con le mani in pasta. Nel senso che si tratta di un veterano pluridecorato delle operazioni speciali, con all’attivo missioni in Iraq e Afghanistan, nonché prima guida di una squadra di tiratori scelti per lo Swat team di Memphis. Lui che attualmente lavora per l’organizzazione no profit American Warrior Initiative, che si occupa del reinserimento dei veterani nella società, oltre ad aver pubblicato alcuni romanzi, fra i quali Linea di fuoco e Ordine d'allerta pubblicati in Italia da Mondadori nel 2018 e nel 2019. 
Detto questo spazio alla trama di Treadstone risorge. Tanto per fare chiarezza Treadstone è un programma della Cia che utilizza la modifica comportamentale per trasformare alcune reclute in assassini quasi sovrumani, agenti dormienti in tutto il mondo che vengono misteriosamente risvegliati per adempiere alle loro missioni. E Treadstone è anche una nuova serie thriller ambientata nel mondo di Jason Bourne, interpretato sul grande schermo da Matt Damon. 
Non stupisce quindi che Treadstone abbia cambiato per sempre Adam Hayes, facendo di lui un assassino infallibile e spietato, in altre parole rovinandogli la vita. Ora che ne è fuori, l’ex agente vuole solamente riconquistare la sua famiglia: Annabelle e il piccolo Jack. Ma per chi ha fatto parte della più segreta tra le unità della Cia - affrontando addestramenti disumani, condizionamento psicologico estremo, terapie genetiche sperimentali e sanguinose operazioni in incognito - non è facile lasciarsi l’inferno alle spalle. 
Non basta infatti reinventarsi un’esistenza da anonimo carpentiere tra le foreste dello Stato di Washington. Così, quando una squadra di sicari prova a eliminarlo in un’imboscata, Hayes ha un solo modo per scoprire chi lo vuole morto: ascoltare quella voce nella testa che nemmeno i medicinali hanno zittito, contattare la sua vecchia organizzazione e tornare a essere l’uomo che era. In questo modo la sua ricerca svelerà i segreti delle alte sfere governative facendolo ripiombare nel mondo deviato che aveva cercato di dimenticare... 
Che dire: un altro omaggio postumo alla genialità di Robert Ludlum, indimenticato attore, regista, produttore e soprattutto scrittore. Un numero uno arrivato peraltro tardi sugli scaffali (aveva infatti 44 anni quando diede alle stampe L’eredità Scarlatti, mentre la consacrazione vera e propria sarebbe arrivata con The Bourne Identity), ma che ci avrebbe ugualmente regalato personaggi indimenticabili nel campo dell’avventura e dello spionaggio. Tanto da essere tradotto in 32 lingue con un venduto di oltre 200 milioni di copie.

(riproduzione riservata)