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Un "cold case" per i quattro vecchietti del BarLume

Torna sugli scaffali, e siamo a quota otto, la banda dei Magliadilana inventata da Marco Malvaldi e giocata nel segno del sorriso


10/09/2018

di Massimo Mistero


Da buon toscano doc (è infatti nato a Pisa il 27 gennaio 1974 e ancora abita in zona) a Marco Malvaldi la lingua non difetta. Alla stregua della penna. Ed è piacevole starlo a sentire quando parla a ruota libera. Basta infatti regalargli un’imbeccata e lui via a tenere banco sugli argomenti più diversi: in primis su quel rapporto speciale con il figlio Leonardo e la moglie Samantha, sua musa ispiratrice sia in termini di storie che di rapporto con l’arte (e qui eccolo blaterare sulla sua finta ignoranza, salvo non finire più di addentrarsi fra tematiche da intenditore). 
E poi eccolo raccontare della sua giovinezza, nonché dei suoi complicati trascorsi nel mondo del lavoro che lo hanno visto, dopo la laurea in Chimica, darsi da fare come ricercatore in attesa di contratto. Conscio peraltro dei trascorsi paterni, un immunologo “in prestito” dalla chirurgia plastica al quale, quando si diede alla ricerca, venne chiesto, tanto per fargli capire l’antifona: “Lei è ricco di famiglia?”. E che dire, saltando di palo in frasca, del rapporto conflittuale che lega i pisani come lui agli amici-nemici di Livorno? Ironia a palate all’insegna della schiettezza (“Un valore che stiamo perdendo in quanto in troppi cercano soltanto l’approvazione”). Ricordando che al proverbio “Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio” i pisani erano (sono?) soliti ribattere con “Provare per credere” o con un ancor più graffiante “Che Dio ti accontenti”. 
Insomma, la parlantina a Marco Malvaldi non manca. Logico quindi che il passaggio dal linguaggio verbale alla parola scritta abbia rappresentato per lui una semplice formalità. “Avevo iniziato a occuparmi di ecologia per un giornale liberale. Così libero da far scrivere uno come me”. 
Peraltro con qualche precedente al seguito: “Ai tempi dell’università ero il rappresentante degli studenti, e in quanto tale mi toccava stilare i verbali.  E visto che ero convinto che nessuno li leggesse, li infiocchettavo a dovere. Invece li leggevano, eccome, quei verbali. Così cominciarono a circolare. Non bastasse, in seguito - come succede a qualsiasi chimico - dovevo scrivere relazioni sulle mie ricerche in modo chiaro e conciso. E visto che i tempi morti non mancavano, potevo anche fantasticare e inventare storie”. 
Da lì eccolo giocare carte diversificate, come quella dei saggi. È il caso de Le regole del gioco. Storie di sport e di altre scienze inesatte, un lavoro nel quale ha analizzato varie discipline sportive applicando princìpi di matematica, fisica, aerodinamica e via dicendo. Un lavoro che ha preso spunto dalle “punizioni maledette” del grande calciatore Andrea Pirlo, ma forse anche dalla sua passione per il ping pong, sport che pratica a livello agonistico in una squadra di serie C, con sede in una vecchia chiesa sconsacrata, con la scusa di “mantenersi in forma”. 
Ma la sua scelta vincente sarebbe risultata quella di dedicarsi alla scrittura di libri gialli, una scelta legata al fatto che, al contrario di quanto succedeva in passato, “oggi questo tipo di letteratura si propone alla stregua di una non impegnativa operazione culturale”. Anche se, controbattiamo noi, la narrativa di settore si rapporta con non poche difficoltà in quanto implica il saper amalgamare una buona storia con personaggi che dicano qualcosa e risultino legate alla quotidianità, oltre a tratteggiare ambientazioni credibili costellate di piccoli-grandi intrighi e colpi di scena. 
Se poi si vuole catturare il lettore con il sorriso, e questo è il nostro caso, la faccenda diventa indubbiamente più complessa, in quanto occorre essere portatori del dono dell’ironia in abbinata a una intrigante freschezza inventiva. Fermo restando il ruolo vincente del sorriso, il cui scopo è quello togliere spazio alle angosce quotidiane. “C’è infatti chi focalizza la sua attenzione sul dolore e chi sul mistero; io ho puntato quasi tutto sulla risata”. 
Ed è in quest’ottica che rientra appunto la scrittura di Malvaldi, “un giocoliere delle parole che aveva anche studiato al Conservatorio per dieci anni in quanto, da “basso profondo”, voleva fare il cantante lirico. Salvo poi rendersi conto che forse non era il caso. 
Che altro? Un uomo che ama andare a letto presto in quanto ritiene di dare il meglio soltanto al mattino; un perfezionista dal carattere permaloso quanto un corso, sempre pronto a inalberarsi; ma anche un romantico disposto a rapportarsi con quello che ritiene il complimento più bello che gli sia stato rivolto: “Ho letto il tuo libro in un periodo di merda, e mi ha aiutato a passare alcune ore spensierate”. 
Lui autore di livello (tradotto - se non andiamo errati - in undici Paesi a fronte di un venduto di oltre un milione di copie) che si è inventato l’allegra combriccola del BarLume, andata in scena in otto romanzi: La briscola in cinque, Il gioco delle tre carte, Il re dei giochi, La carta più alta, Il telefono senza fili, La battaglia navale, Sei casi al BarLume e ora A bocce ferme (Sellerio, pagg. 226, euro 14,00). Storie approdate agli onori del piccolo schermo nell’ambito di una doppia serie, che ha beneficiato (la seconda sta andando in scena proprio a partire da questi giorni) anche del suo contributo. “Fermo restando che fare lo sceneggiatore - tiene a precisare - non è un mestiere facile”. 
Come pochi sapranno, questi piacevoli racconti prendono spunto “dall’osservazione di fatti casuali, sui quali mi metto a discutere con mia moglie. Dal tiro incrociato dei nostri pensieri, nel giro di qualche mese, prende corpo la trama. Trama che, onestamente, ritengo rappresenti ancora il mio tallone d’Achille. E appunto sotto questo aspetto - mente sapendo di mentire - devo migliorare”.  
Ma chi sono i vecchietti del BarLume? Un gruppetto di giocatori di briscola composto da nonno Ampelio, Aldo, il Rimediotti e il Del Tacca, affiancati dal barrista Massimo (che il suo locale lo ha avviato con Aldo il Bocacito) e dalla banconiera Tiziana. Personaggi che si muovono all’insegna della semplicità, dell’ironia e che sono riusciti a far breccia sul grande pubblico. In altre parole uno sgangherato clan di investigatori che, per via dell’età e delle disillusioni subìte, sa prendere le distanze da alcuni aspetti molesti della vita moderna, come l’eccessivo utilizzo di Internet. A conti fatti protagonisti di fila decisamente abili nello spettegolare su quanto sta succedendo in paese e che, strada facendo, sono riusciti a far tresca con la giovane commissaria Alice Martelli. La quale, nel retro del bar, dà lezioni di biliardo a tutti mentre raccoglie indizi e non solo. 
Insomma, una squadra fuori dalle righe alle prese, questa volta, con un cold case: un omicidio irrisolto avvenuto nel fatidico 1968. Un caso che si riapre per una questione di eredità e nel quale Malvaldi intrattiene il lettore con una formula felice, leggera e intelligente, applicata a un intricato delitto. Utilizzando il suo “sottile pennello per dipingere un’Italia esclusa dalla ribalta mediatica”. Facendo in tal modo capire molte cose del Paese vero e togliendosi, viene da pensare, alcuni sassolini dalle scarpe. A fronte di un lavoro dove la parte del giallo puro - parola di editore - si prende una specie di rivincita senza sacrificare la piacevolezza del sorriso. 
Detto questo, spazio alla sinossi: “Muore nel suo letto Alberto Corradi, proprietario della Farmesis, azienda farmaceutica del litorale toscano. Alla lettura del testamento, il notaio ha convocato anche il vicequestore Alice Martelli, perché nelle ultime volontà del defunto è contenuta una notizia di reato. Erede universale è nominato il figlio Matteo Corradi, ma nell’atto il testatore confessa di essere stato lui l’autore dell’assassinio del fondatore della fabbrica, suo padre putativo. Il 17 maggio del 1968 Camillo Luraschi, capostipite della Farmesis, era stato infatti raggiunto da una fucilata al volto”. Le indagini - superficiali - non avevano trovato riscontri, anche perché il clima politico di quel periodo consigliava di non scavare troppo a fondo. 
Sta di fatto che “l’imbroglio nella linea di successione obbliga alla riapertura dell’inchiesta” in quanto Matteo Corradi non può, a rigor di legge, ereditare ciò che il padre ha ottenuto mediante un delitto. Alice Martelli, la fidanzata (eterna) di Massimo, si mette al lavoro e, anche in questo caso, non può fare a meno dell’archivio vivente di pettegolezzi costituito dai quattro vecchietti, che “erano stati coinvolti in modi diversi nel Movimento”. 
Nemmeno a dirlo le indagini si svolgono, come al solito, tra la questura e il BarLume di Pineta dove i quattro vecchietti della banda della Magliadilana dissipano gli anni della loro pensione, vanamente contenuti dal gestore Massimo, costretto a esorcizzare con la logica le ipotesi degli acciaccati frequentatori della sala biliardo del suo bar. Da dove passano storielle toscanacce di ogni genere. 
Nemmeno a ricordarlo, “l’inchiesta si imbatte in svolte e nuovi delitti. E scomoda, in stolidi playback, i ricordi del Sessantotto nella zona. Finché - fra dialoghi alla Ionesco o da signor Veneranda, battute micidiali in polemica tra i vecchietti e tra loro e il mondo, perle di saggezza buttate lì nel lessico più scostumato e inattuale - si fa strada l’unica maschera triste di tutto il palcoscenico, Signora la Verità”.

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