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Quel giorno che l'Italia disse di sì al Primo grande conflitto

Lo storico Elena Bacchin, centoquattro anni dopo l’accensione delle polveri, ha realizzato un avvincente affresco sulle inquietudini e sugli entusiasmi, sulla gioia e sulla morte, che accompagnarono l’entrata in guerra del nostro Paese a fianco degli Stati alleati


20/05/2019

di Giambattista Pepi


La Prima guerra mondiale, o Grande Guerra come sarebbe passata alla storia, ebbe inizio il 28 luglio 1914 con la dichiarazione di guerra dell’Impero austro-ungarico al Regno di Serbia. La scintilla che accese le polveri fu l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este e della consorte Sophie Chotek von Chotkowa duchessa di Hohenburg avvenuto il 28 giugno 1914 a Sarajevo, uccisi a colpi di pistola dal nazionalista diciannovenne serbo Gavrilo Princip. Un duplice omicidio che destò scalpore e che prese di mira la persona sbagliata: il povero arciduca, infatti, era paradossalmente forse l’unico austriaco autorevole che fosse comprensivo verso i nazionalisti serbi perché sognava un impero unito da un legame federativo. 
A causa del gioco delle alleanze che si erano andate formando sul finire del XIX secolo, la guerra vide schierarsi le maggiori potenze mondiali dell’epoca e le rispettive colonie in due blocchi contrapposti: da una parte gli Imperi centrali (Germania, Impero austro-ungarico e Impero ottomano), dall’altra gli Alleati rappresentati principalmente da Francia, Regno Unito e Impero russo e, ma solo dal 2015, Italia. I belligeranti, a torto, erano convinti che la guerra sarebbe finita in pochi mesi. 
Quando la guerra venne dichiarata e cominciò ad essere combattuta con asprezza e violenza inaudite dai contendenti, l’Italia era rimasta neutrale. Una neutralità di facciata. Essa non era fondata su principi: il desiderio di restare in pace o il ripudio della guerra come strumento di risoluzione delle controversie. Tutt’altro. La scelta del Paese - formalizzata con un atto del Governo - ubbidiva ad una mossa tattica: l’Italia stava prendendo tempo nella speranza di poter ottenere - dall’una o dall’altra parte degli schieramenti contrapposti, non importa quale - i migliori vantaggi territoriali in cambio dell’intervento militare. A onore del vero, l’Italia non fu la sola, a restare alla finestra, perché almeno nelle primissime fasi della guerra, le fecero compagnia Portogallo, Grecia, Bulgaria, Regno di Romania e lo stesso Impero ottomano, i quali volevano capire quale fosse lo sviluppo della situazione e facevano calcoli opportunistici per ragioni di egemonia politica. 
A condurre le trattative italiane fu il ministro degli Esteri Sidney Sonnino: l’8 aprile 1915 offrì di affiancare in guerra le Potenze centrali se le fossero stati ceduti il Trentino, le isole della Dalmazia, Gorizia, Gradisca e riconosciuto il “primato” sull’Albania. Una settimana dopo l’Austria-Ungheria rifiutò le condizioni poste da Roma, l’Italia non si scompose e fece richieste ancora più gravose alle potenze dell’Intesa, che si dissero disposte ad intavolare delle trattative. Il 26 aprile 1915 le trattative furono portate a termine con soddisfazione mediante la firma del patto di Londra. 
Il 3 maggio successivo fu rotta la Triplice alleanza, fu avviata la mobilitazione ed il 23 maggio dichiarata guerra all’Austria-Ungheria, ma non alla Germania, con la quale il Presidente del Consiglio dei ministri, Antonio Salandra, sperava, futilmente, di non guastare del tutto i rapporti. Il giorno dopo, il 24 maggio, l’Italia entrò ufficialmente in guerra, ponendo fine a mesi di dibattiti, scontri, prese di posizione tra interventisti e neutralistiche avevano profondamente diviso l’opinione pubblica, la stampa, i partiti, i sindacati, gli imprenditori. 
Quel giorno, il 24 maggio, costituisce lo spartiacque tra il prima e il dopo: l’Italia con l’entrata in guerra, sarebbe cambiata per sempre. Quel giorno è stato rievocato da Elena Bacchin nel libro 24 maggio 191500 (Laterza, pagg. 254, euro 18,00). 
Storico dell’Ottocento e dei fenomeni transnazionali (ha insegnato nelle università di Padova, Bologna e alla Quenn Mary University di Londra), l’autrice ha realizzato un avvincente affresco delle inquietudini e degli entusiasmi, dei sentimenti e degli stati d’animo che accompagnarono gli italiani quando il nostro Paese, dopo avere temporeggiato per oltre un anno, decise di scendere in campo a fianco degli Stati alleati contro gli Imperi centrali, a cui era stata legata da un Trattato trentennale. 
“Il 24 maggio 1915 - ricorda la Bacchin nel prologo - la guerra era già nelle teste e nelle vite degli italiani, ma le ostilità non furono l’approdo necessario e inevitabile; scaturirono da mesi tormentati e inquieti. Fu una guerra a lungo preparata e urlata, ma anche incerta e sconclusionata; prodotto di dibattiti ed emozioni. Chi pensava di essere al sicuro, perché fuori dal fronte, scoprì un conflitto nuovo, moderno, totale. La vita civile venne stravolta, le libertà non furono più garantite”. 
Nelle prime 24 ore di guerra, in diversi luoghi di quello che allora si pensava il Regno d’Italia, il conflitto entrò nelle case e nelle vite delle persone. Da Venezia ad Ancona, a Bari sotto alle bombe, dallo studio del ministro degli Esteri al confine dell’allora colonia libica; dai treni d’italiani d’Austria evacuati a Piazza del Plebiscito sottouna pioggia di fiori; dalle stanze del commissariato di Vienna al salotto di D’Annunzio, al teatro Manzoni di Milano; dal municipio di Bologna alla piazzaforte di Messina, dal monte Kolovrat alla stazione di Volterra. 
Insomma, dopo quel 24 maggio 1915 nulla poté essere (né sarebbe stato) come prima.

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