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Un "cold case" - tanto per cominciare - per il vicequestore Costanza Confalonieri Bonnet e la sua sgangherata squadra. E poi…

Anche la seconda volta di Gino Vignali centra il bersaglio - all’insegna del sorriso e dell’ironia - in una Rimini felliniana. Fra segreti dell’alta società, equivoche atmosfere circensi e la seducente scenografia del Grand Hotel


17/06/2019

di Mauro Castelli


E due. Dopo l’inverno ecco la primavera riminese di Gino Vignali. In giallo, naturalmente. Raccontata, come si conviene da una penna brillante e arguta come la sua, nell’ambito di una tetralogia incentrata sulle quattro stagioni. Ovviamente popolata dai personaggi che avevamo imparato a conoscere, e apprezzare, lo scorso anno ne La chiave di tutto, in quanto “squadra che vince, e che risolve i casi, non si cambia”. 
Un lavoro, quello del suo debutto, apprezzato sia dalla critica sia dal pubblico, che l’autore si era ripromesso di dedicare a una città che conosce bene, Rimini appunto, “la cui fisionomia - come aveva avuto modo di precisarci - cambia con il procedere delle stagioni: se in inverno sembra Cortina, in estate si propone infatti alla stregua di Miami. Un luogo dove mi sento un po’ di casa in quanto mia madre è nata qui e qui passavo dei mesi dai nonni. E sempre qui - dopo un lungo rifiuto di tornarci, con tanto di mea culpa al seguito - ho persino acquistato una casa”. 
Già, Rimini. “Un pretesto scenografico straordinario, dove tutto è il contrario di tutto. Un luogo del cuore dove quasi nessuno aveva pensato di ambientarci (fatto salvo Carlo Lucarelli e la sua Laura da Rimini, una specie di commedia gialla degli equivoci) una vera storia di ammazzamenti, benché si rapporti con il turismo (e quindi anche con la delinquenza), con il riciclaggio (leggi San Marino), con la droga (vedi San Patrignano) e con i ricordi di quel geniaccio di Federico Fellini”. 
E per quanto riguarda invece la squadra? Risulta composta da una seducente banda di personaggi, che la raffinata abilità dell’autore riesce a tratteggiare nelle sue più variegate sfumature. Evidenziandone lati umani e caratteriali, centrandone come si conviene le intriganti venature ironiche. In stile felliniano, verrebbe da dire, “fra segreti dell’alta società, equivoche atmosfere circensi e la seducente scenografia del Gran Hotel”. 
Gino (ma all’anagrafe Luigi) Vignali, si diceva. Storico compagno di viaggio di Michele Mozzati, con il quale aveva fondato nel 1970 un gruppo cabarettistico composto da quattro persone, I Bachi da sera, gruppo che si sarebbe sciolto con la fine degli studi universitari. 
Ma la sua storia personale nell’ambito dello spettacolo e dell’informazione non sarebbe finita lì. Così eccolo contribuire alla nascita e allo sviluppo di Radio Popolare, partecipare a numerose trasmissioni satiriche, ad esempio regalando a Enzo Jannacci il testo di quel grande successo che fu Ci vuole orecchio. Ed è facendo il verso, e “un po’ di polvere”, a quella canzone di quarant’anni fa (“Chi poteva mai dimenticarsela, se non io?”) che “Giusi” gli avrebbe suggerito il titolo della sua seconda commedia noir. Appunto Ci vuole orecchio (Solferino, pagg. 202, euro 16,00), una storia di piacevolissima lettura, che intriga e cattura al tempo stesso all’insegna della semplicità. 
Una storia peraltro legata a un trolley, che viene agganciato, in un bel giorno di maggio al largo della costa di Rimini, dalle reti a strascico del peschereccio Aurora che fa capo al capitano e armatore Valentino Costanza. Un trolley che contiene un mucchietto di ossa, che sembrano quelle di una bambina. Secondo logica, viene subito chiamata la Capitaneria di porto e, a seguire, la Squadra omicidi guidata dall’irresistibile vicequestore (al maschile, perché così vuole lei) Costanza Confalonieri Bonnet. Che viene intercettata mentre sta per concludere l’ora di jogging mattutino, dalle parti del Grand Hotel dove abita dal giorno del suo trasferimento da Roma. 
Un cold case raccapricciante, ma di secondo piano? Può darsi, ma meno di quarantotto ore dopo di brutte faccende se ne aggiunge un’altra, decisamente scottante (che finirà per incastrarsi con la precedente scoperta), che coinvolge un’ereditiera infelice, una misteriosa Fondazione e uno studio di avvocati da trattare con i guanti. È un bel garbuglio, e per riuscire a sbrogliarlo Costanza avrà bisogno di alleati, tra cui il compagno di sua madre Leo Liverani, comico e gentiluomo, e lo stesso capitano Valentino, marinaio specializzato in tuffi al cuore. 
A tenere la scena al fianco di Costanza, anche in questa nuova puntata della saga, l’ispettore capo Orlando Seneca Appicciafuoco, l’agente scelto Cecilia Cortellesi e il vice sovrintendente Emerson Leichen Palmer Balducci, stavolta impegnato in un’indagine sotto copertura “ad alto tasso di ignoranza”. Personaggi che in molti casi ne richiamano altri che si rifanno al suo passato artistico. Così si va da Teo Teocoli a Enzo Jannacci, da Silvio Orlando a Fabio De Luigi, sino a ispirarsi alle bellissime donne disegnate da Milo Manara per la figura del vice questore Confalonieri Bonnet. 
Il tutto raccontato all’insegna di quella piacevolezza narrativa, intrisa di ironia e di sorriso, che ha accompagnato Vignali per buona parte della sua vita. Lui che avrebbe regalato del suo ad alcune trasmissioni di successo, ideate da Antonio Ricci, come Drive In, Matrioska e L’araba fenice. Primi passi - repetita iuvant - di una carriera, lunga sempre, in campo televisivo, cinematografico, teatrale, editoriale e giornalistico. Mettendo peraltro a segno colpacci da maestro, come l’ideazione negli anni Settanta dell’agenda Smemoranda (tuttora saldamente sulla breccia), il contributo alla nascita e al successo di Zelig o la pubblicazione nel 1991 del vendutissimo Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano nonché di altri libri di successo, sempre in coppia con l’amico Michele Mozzati (sotto l’etichetta di Gino & Michele). Per poi, strada facendo, lasciarsi risucchiare dal ruolo di responsabili di progetto (“Un po’ produttori e un po’ registi”) nel campo dello spettacolo. Fermo restando un addio datato tre anni fa. 
Lui che è nato a Milano il 7 luglio 1949, città dove si sarebbe laureato in Economia alla Bocconi, con esperienze di lavoro al seguito “in un paio di aziende come controller di gestione”. Lui che, fermo restando un debole dichiarato per la lettura (da Malvaldi a Robecchi, da Connelly a Camilleri, da Manzini a de Giovanni), adora anche il tennis, il nuoto e le bici da corsa (ne possiede infatti due). Lui che suo dire si propone “taciturno, riflessivo, tranquillo ed equilibrato”, ma soprattutto - aggiungiamo noi - genialmente creativo. 
E questo è quanto. Salvo anticipare la sua terza storia in giallo, legata all’estate, dal titolo provvisorio La notte rosa (una specie di capodanno che si svolge nel Riminese nel primo week-end di luglio). E in quella notte folle succederà di tutto… Come dire: ancora una volta ne vedremo, anzi, ne leggeremo delle belle.

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