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Un cold case, una segreto sepolto nel passato, il nome di una ragazzina inciso sulla facciata di una Chiesa

Lasciata riposo Lolita Lobosco, Gabriella Genisi torna a indagare con la scomoda Chicca Lopez. A seguire gli intriganti romanzi di Daniela Grandi e Paolo Roversi


26/04/2021

di MAURO CASTELLI


La giusta consacrazione, Gabriella Genisi, se l’è portata a casa con l’approdo in televisione, recentemente, della sua protagonista seriale, Lolita Lobosco, “la poliziotta più sexy del Mediterraneo” che nell’ultimo romanzo è stata promossa al ruolo di questore, la quale ha trovato in Luisa Ranieri “la sua interprete ideale”. Prova ne siano i quasi sette milioni di ascoltatori che l’hanno seguita nelle quattro trasposizioni per il piccolo schermo. 
Un passaggio, dalla carta alle immagini, che potrebbe interessare (“Ho già ricevuto diverse proposte”) anche la sua nuova protagonista, il maresciallo dei carabinieri Chicca Lopez, che aveva fatto debuttare due anni fa in Pizzica amara e che ora torna in libreria ne La Regola di Santa Croce (Rizzoli, pagg. 248, euro16,00). 
E se Lolita è una donna di mezza età come ce ne sono tante, moderna e tradizionalista, tosta sul lavoro quanto romantica nel privato, Chicca Lopez è una venticinquenne intuitiva e spericolata, dal carattere ribelle quanto insofferente alle regole, che in amore viaggia controcorrente. In altre parole, come aveva avuto modo di precisarci l’autrice, è “una gender fluid, dotata cioè di una sessualità oscillante a seconda dell’esperienza che sta vivendo e delle persone che incontra”. 
Di fatto una ragazza determinata, tenace, capace di lottare sia contro i delinquenti che contro l’insofferenza dei colleghi maschi. Una donna in divisa che si porta al seguito, per non farsi mancare nulla, anche una radicata passione per le moto. Insomma, si tratta di “due protagoniste agli antipodi anche se, incontrandosi, potrebbero diventare amiche”.  
La Regola di Santa Croce, si diceva. Un romanzo “che avevo già per la testa a pochi giorni dall’uscita di Pizzica amara, tanto che un paio di mesi prima - tiene a precisare in una nota l’autrice - avevo compiuto dei sopralluoghi in un sito salentino misterioso e proibito: Monteruga, un villaggio dell’epoca fascista abbandonato da decenni. Caso volle che nell’aprile 2019, nel corso di un mio rientro in Puglia da Roma incrociassi in treno un compagno di viaggio proprio dallo spiccato accento salentino”. 
Sta di fatto che, “complice un cavetto del telefonino, avviammo una interessante conversazione che sarebbe diventata l’incipit della mia ultima storia. Valentino Nicolì, questo il nome di quello che sarebbe diventato un amico, mi raccontò di essere il titolare dell’impresa di restauro dei lavori in corso nella basilica di Santa Croce a Lecce e mi offrì la possibilità di una visita guidata sui ponteggi per poter ammirare da vicino i magnifici decori barocchi. Accettai e sarebbe stata un’esperienza difficile da dimenticare. Perché non mi confrontai soltanto con un tripudio di fregi, ma anche con un… libro che si rapporta con la Regola di San Benedetto dell’ordine dei Celestini. A quel punto avevo non solo la storia da raccontare ma anche il titolo”.  
Da qui la decisione di assegnare Chicca, narrativamente parlando, alla tutela dei Beni culturali e di coinvolgerla, e sconvolgerla, con quello strano graffito riscontrato su una pietra della facciata della Chiesa. Da qui l’avvio di un cold case che risale a molti anni prima (“Una storia maledetta che ha rovinato e rubato la vita più ai sopravvissuti che agli scomparsi”) che la porterà a confrontarsi con l’abbandono da parte dei suoi genitori e a cercare di fare chiarezza anche sulla sua identità. 
Ma veniamo alla trama. Sulla facciata di Santa Croce, gioiello del barocco leccese, tra putti, fregi e allegorie qualcuno ha inciso una scritta che non sfugge agli occhi attenti di Chicca Lopez, il sottufficiale salentino che dalla prima linea del nucleo operativo è stata relegata alla tutela dei Beni Culturali e del Paesaggio. Giubbotto di pelle e coda di cavallo, il carattere testardo e focoso della marescialla non è infatti ben visto dai suoi superiori. E non solo. 
Di fatto è un nome, quello ricomparso sulla facciata della chiesa, che riporta indietro nel tempo: Eva. Salento, anni Ottanta. Quando in piena estate tre ragazzi si legarono per sempre con un patto di sangue. Due amici di una vita e lei, una ragazzina biondissima dallo sguardo selvatico. E proprio in uno di quei pomeriggi di caldo e di cicale, Eva era sparita senza lasciare traccia. 
Chicca Lopez si ritrova così faccia a faccia con un segreto sepolto nel passato. E ha intenzione di andare fino in fondo per trovare la verità e non lasciare che Eva diventi una delle tante donne svanite nel nulla, troppo spesso uccise in nome di un crimine chiamato erroneamente amore. 
Che dire: un altro affresco vincente nella narrativa di settore grazie al dono dell’autrice nel saper raccontare promesse mancate e amicizie bugiarde all’insegna della semplicità e dell’ironia, seppure a fronte - come lei ama definirla - “di una scrittura a spirale e avvolgente”. Giocando sui suoi protagonisti ci mancherebbe, ma anche sui territori sospesi fra Oriente e Occidente, a loro volta parti integranti delle storie. Giocando di fioretto fra i ricordi, le pietre e i misteri del Salento. 
Gabriella Genisi, si diceva. Nata l’8 giugno 1965 in una famiglia di professionisti (“Mio padre e mio nonno avvocati, mia madre insegnante”), studi classici con laurea al seguito. Una signora controcorrente - repetita iuvant - che vive con il marito Agostino e i figli Giuseppe e Serena a Mola, a pochi chilometri da Bari, anche se sono state frequenti le sue puntate a Parigi dove, a suo dire, ha trovato la giusta ispirazione per scrivere all’insegna dell’isolamento. 
Lei portatrice di una passione di vecchia data per la scrittura (“Già alle elementari volevo fare la Fallaci e mi sentivo importante armeggiando con la Olivetti di papà”), anche se il suo approdo sugli scaffali con Lolita Lobosco sarebbe arrivato (“Dopo aver esordito con due libri, Come quando fuori piove e Sino a quando le stelle, legati all’Alzheimer”) soltanto nel 2010 con La circonferenza delle arance seguito da Giallo ciliegia, Uva noir, Gioco pericoloso, Spaghetti all’Assassina, Mare nero, Dopo tanta nebbia e I quattro cantoni. 


Voltiamo libro per dare la… parola a Daniela Grandi, giornalista professionista dall’11 marzo 1997, in forza al Tg romano de La7 dove si è occupata di esteri, cultura e politica. Una accattivante penna che, dopo aver scritto tre libri da lei definiti rosa-comici (Il club dei pettegolezzi, Cose da salvare prima di innamorarsi nonché È una specie di magia) ha pensato bene di darsi da fare anche nella narrativa di settore, esordendo nel 2018 con il noir Notte al Casablanca (un club di scambisti frequentato dalla buona società di provincia), dove aveva messo in pista il maresciallo dei carabinieri di Parma, Nina Mastrantonio, alle prese con un caso tanto inquietante quanto delicato. 
Ma chi è Nina? Una bellona di origini somale, che deve faticare e non poco per farsi rispettare. Ma questo per lei è un problema relativo. In effetti le apparenze non sembrano toccarla più di tanto. Ad esempio, ritenendosi una donna libera, che non vuole legami, ripaga gli uomini con la loro stessa moneta: ovvero non disdegna notti di sesso occasionali senza farsi più trovare dall’amante di turno. In altre parole ha saputo trasformare la solitudine in una specie di punto di forza. Almeno sin quando non incrocia l’avvenente brigadiere Navarra… 
Sì, perché - a dispetto delle apparenze - sono proprio gli affetti il punto sensibile di questa giovane donna in cerca d’identità, fiera delle proprie tradizioni, ma al tempo stesso decisa ad affermarsi nel Paese in cui è nata, l’Italia, dove il nonno - reclutato dai carabinieri al tempo del colonialismo - era emigrato al termine della Seconda guerra mondiale. 
Nina che viene ora riproposta, all’insegna di una garbata ironia, ne La notte non perdona (Sonzogno, pagg. 266, euro 16,00), un poliziesco di piacevole leggibilità ancora una volta ambientato a Parma, città dove Daniela Grandi è nata il 10 giugno 1969 e che quindi conosce bene. Ed è qui, nella zona centrale del mercato, che un incendio devasta l’ultimo piano di una palazzina. Ovviamente dei rilievi se ne occupa questa fiera donna dell’Arma dotata, oltre che di una prorompente sensualità, di grande amore per la giustizia. La quale si trova ad avere a che fare con un morto: Sergio Bottazzi, proprietario di un piccolo negozio di stoffe. 
La faccenda non è chiara, a dispetto di quanto possa pensare il vanitoso e irascibile Cattaneo (il suo diretto responsabile), il quale in due e due quattro ritiene di avere già identificato e arrestato il responsabile, un giovane prostituto del Ghana che frequentava la vittima. In altre parole il colpevole perfetto. Almeno in apparenza. Perché allora sperperare gli elogi arrivati dal sindaco e dai quotidiani? 
D’altra parte Nina, pur infischiandosene delle sceneggiate di Cattaneo che le ha detto chiaro e tondo di non rompere i coglioni, non ha la testa giusta per seguire al meglio l’indagine, distratta com’è da due preoccupazioni. La prima legata all’affascinante collega Navarra e a un tarlo che le ruota per la testa: perché non torna dalla sua Sicilia dov’era andato a trascorrere le vacanze di Natale? Forse là ha un’altra donna? Niente la manda fuori dai gangheri quanto lo scoprirsi gelosa. E in effetti un’altra c’è, ed è Milena alla quale lui vuole molto bene, ma ha deciso di lasciarla. Il secondo timore riguarda invece Volkov, l’uomo che l’aveva quasi uccisa e che ora sembra essere tornato in Emilia per vendicarsi di lei. 
Un giorno però, presentandosi in questura, la madre del ragazzo ghanese accusato di omicidio riesce a convincerla a riaprire il caso. Toccherà quindi a lei - impegnata nella lotta contro i suoi fantasmi interiori e un potente nemico esterno - dipanare poco a poco il filo che dal delitto del mercato conduce fino a una ricca famiglia della città emiliana, a una villa signorile e a un segreto antico, rimasto custodito per troppi anni. 


In chiusura di rubrica la prolifica penna di Paolo Roversi, eclettico autore con lavori allargati alla narrativa per ragazzi (l’ultimo dei quali, Il mistero dell’Ombra dell’alba, è stato inserito nella collana “Giallo e Nero” del Battello a Vapore), alla saggistica, agli adattamenti teatrali e televisivi, nonché ai romanzi, in buona parte interpretati dal giornalista-hacker Enrico Radeschi. La cui nuova indagine è intitolata Il pregiudizio della sopravvivenza (Marsilio, pagg. 250, euro 17,00), che vede il protagonista alle prese con vecchi incubi che lo stanno perseguitando colpendolo negli affetti più cari. 
Già, Radeschi, un tipo tanto simpatico quando scanzonato, originario della Bassa (ovvero del paese di fantasia Capo di Ponte Emilia), che si sposta in sella a una vespa gialla del 1974, battezzata il Giallone, per risolvere i casi più intricati avvalendosi delle sue doti informatiche nonché dell’aiuto di due suoi cari amici. 
Cosa succede in quest’ultima storia è presto detto: qualche giorno prima di San Valentino la sua ragazza Andrea (che “quando mi era stata presentata, per via del nome, credevo si trattasse di un ragazzo e si era creato un gran equivoco…”) era scomparsa nel nulla a Salisburgo, dove si trovava per una conferenza, e lui è l’unico in grado di scoprire cosa le sia capitato. 
Ma questo rapimento è solo un tassello di un piano più grande che lo costringerà a una spasmodica e angosciosa corsa contro il tempo. Anche perché qualcuno sta tessendo abilmente i fili di una ragnatela in cui il nostro uomo rischia di rimanere invischiato. E la sua unica possibilità di salvezza consisterà nel trasformarsi da preda in cacciatore. 
Ma per farcela avrà bisogno dell’aiuto dei compagni di sempre: il vicequestore Sebastiani, brillante poliziotto con il sigaro perennemente spento fra le labbra, e il Danese, un delinquente dal cuore d’oro con un’iguana che vive sotto i suoi vestiti. 
In buona sostanza questa nuova avventura - tesa e vibrante come una corda pronta a spezzarsi da un momento all’altro - si dipana tra Milano e l’Austria, in bilico fra traffici di droga, criminali senza scrupoli, rapine al femminile, dischi di vinile e colpi di scena scanditi dalla musica di Mozart e Bob Dylan, mentre un antico nemico riemerge dalle nebbie del passato per reclamare la sua crudele vendetta. 
Il giudizio? Una storia ancora una volta ben orchestrata, raccontata in prima persona e giocata sull’ironia (Niente è più emozionante nella vita che vedersi sparare addosso e non essere colpiti, per dirla alla Winston Churchill), che si nutre di una scrittura accattivante, di facile lettura. 
Per la cronaca Paolo Roversi è nato a Suzzara (in provincia di Mantova) il 29 marzo 1975, mentre da tempo vive a Milano. Un personaggio dagli interessi allargati, forte di una laurea in Storia contemporanea conseguita presso l’Università francese di Nizza-Sophia Antipolis con una tesi sull’occupazione italiana in Costa Azzurra durante la Seconda guerra mondiale. Lui studioso di Charles Bukowski, alla cui opera ha dedicato tre libri, a partire dalla biografia scritta a quattro mani con Fernanda Pivano. Lui che strada facendo si è dimostrato giallista di talento (è uno degli esponenti del cosiddetto noir metropolitano), con la serie dedicata appunto a Enrico Radeschi. 
Lui capace di portarsi a casa diversi riconoscimenti, come il Premio Camaiore con La mano sinistra del diavolo o il Premio selezione Bancarella e il Garfagnana in giallo con Solo il tempo di morire (libro incentrato sui dodici anni di storia criminale che hanno cambiato faccia alla città di Milano e all’Italia). Oltre a essere tradotto in otto Paesi, e precisamente Francia, Spagna, Germania, Stati Uniti, Polonia, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca e Stati Uniti. 
Che altro? Ad esempio ha firmato una guida su Mantova e la sua gente, un libro di aforismi pubblicato nel 1997 nella collana Millelire Stampa Alternativa, un volume umoristico sulla professione dell’informatico. Inoltre ha collaborato con diverse riviste e testate di un certo peso. Dedicandosi anche a sceneggiature per la televisione (contribuendo alle serie dieci e undici di Distretto di Polizia) nonché, come accennato, a diversi libri e racconti per ragazzi. Non bastasse ha fondato e diretto la rassegna “NebbiaGialla Suzzara Noir Festival” e ideato “Il Premio NebbiaGialla” per la narrativa noir e poliziesca.

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