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Un convento nel Sussex, una madre disperata, una fuga impossibile, uno strano mistero…

Dalla penna dell’esordiente Emily Gunnis un romanzo intenso e struggente che si rifà a fatti realmente accaduti in Irlanda fra il diciottesimo e il ventesimo secolo


18/05/2020

di VALENTINA ZIRPOLI


Un caso editoriale in Inghilterra, osannato sia dalla critica che dal pubblico dei lettori grazie anche a un “passaparola straordinario”, con un venduto di oltre trecentomila copie nel giro di pochi mesi: cifra che per un esordiente (e non solo) rappresenta una enormità. D’altra parte lo struggente e intenso romanzo scritto da Emily Gunnis, ovvero La figlia del peccato (Garzanti, pagg. 336, euro 18,60, traduzione di Elisabetta Valdrè), ha tutte le carte in regola per imporsi a livello internazionale. Non a caso i diritti sono già stati venduti in diversi altri Paesi. 
Questo per tre motivi: in primis una scrittura che scivola via liscia come l’olio, coinvolgendo, emozionando e inducendo alla riflessione; poi per l’abilità fuori dal comune dell’autrice nell’addentrarsi fra le pieghe (amare, amarissime) della storia di una madre disposta a tutto pur di proteggere il proprio figlio; infine per la capacità di regalare spessore e credibilità ai personaggi, dando voce a una vicenda, romanzata sì, ma basata su fatti realmente accaduti in Irlanda fra il diciottesimo e il ventesimo secolo. E il lavoro di documentazione si sente. 
Emily Gunnis, si diceva. Che, a quel che si sa, vive a Brighton (East Sussex) con il marito Steve, al quale aveva raccontato la sua intenzione di scrivere questo romanzo diversi anni fa, prima cioè che accadessero i più importanti avvenimenti della loro vita: la nascita delle figlie Grace ed Eleanor - “Per dirla come J.G. Ballard, la carrozzina nell’ingresso è lo stimolo più potente che esista” - oltre all’adozione di un cane e a due traslochi. Lei che dopo la laurea - è bene sottolinearlo - aveva preso confidenza stretta con le parole lavorando come sceneggiatrice per la televisione. 
E per quanto riguarda la trama de La figlia del peccato? Intanto va ricordato che la storia si articola su due diversi piani temporali: il primo legato a un prologo datato 13 febbraio 1959 (con un seguito incentrato nel settembre di tre anni dopo), prologo che ci catapulta nel convento di Saint Margaret, attivo nel Sussex, in Inghilterra: una casa di accoglienza per ragazze madri che si rifugiavano qui per dare alla luce bambini destinati all’adozione. “Un tema questo - tiene a precisare l’autrice - che aveva attirato la mia attenzione quando lessi un’intervista a Steven O’Riordan, che si batte da molti anni perché le centinaia di donne irlandesi incarcerate nelle cosiddette lavanderie Magdalene ottengano giustizia”. 
A titolo di curiosità ricordiamo che questi istituti femminili, nel corso di un secolo e mezzo, hanno ospitato all’incirca (dati ufficiali però non ne esistono) trentamila giovani orfane oppure ritenute immorali per una condotta che cozzava contro i pregiudizi della società benpensante di allora. Ragazze soggette a rigide regole e a dure condizioni di lavoro, la cui manodopera gratuita consentiva robusti guadagni ai gestori degli istituti. Insomma, una vera e propria vergogna. 
E i resoconti legati agli “sconvolgenti maltrattamenti fisici e psicologici” sopportati dalle donne di queste case (nel 1968 ne esistevano ancora 182) lo stanno a dimostrare. E indignano ancor più se si considera che la maggior parte di tali centri erano gestiti da suore e preti, senza che nessuno sia mai stato costretto quanto meno a scusarsi. Senza peraltro trascurare anche la colpa dei parenti e delle istituzioni. “In realtà - tiene a sottolineare la Gunnis - tutti chiusero un occhio, tutti fecero finta di niente”. 
Da qui l’idea del libro. Con l’autrice a far partecipe il lettore di una lettera scritta da Ivy Jenkins e indirizzata a Elvira, nella quale parla degli orrori subìti non solo da lei, ma anche dalle altre madri e dai loro figli da parte delle suore, dei medici e dei dipendenti di quella struttura. Ma se per Ivy non c’era possibilità di salvezza, forse poteva ancora aiutare proprio Elvira, l’unica bambina cresciuta fra quelle mura, che aveva appena scoperto di avere una sorella gemella che voleva rintracciare a tutti i costi. 
Cambio di scena e approdiamo al febbraio 2017, quando assistiamo all’entrata in scena della giornalista Samantha Harper, a sua volta madre single e cronista a caccia di scoop, la quale scopre in un vecchio armadio della nonna proprio le lettere che Ivy aveva scritto mentre si trovava al Saint Margaret e cercava una impossibile via di fuga da quella prigione che le aveva tolto il suo bimbo senza darle nemmeno il tempo di abbracciarlo. Molte delle quali indirizzate al padre del bambino, che implorava di salvarla dagli abusi quotidiani, nonché dal sadismo e dalla crudeltà delle religiose. Ferma restando l’ultima, indirizzata alla citata bambina misteriosa di nome Elvira. 
Sam, in cerca della sua occasione per farsi largo nel mondo del giornalismo, capisce subito che questa è la grande storia che stava cercando e che meritava di essere raccontata. Così si mette a indagare. E più scava, più si rende conto che ci potrebbero essere diverse morti sospette dietro all’apparenza buonista del convento. Il tempo a sua disposizione per far luce su quel misterioso passato è però limitato in quanto la struttura è in via di demolizione. Con il rischio che la verità resti sepolta per sempre sotto le macerie. 
Di fatto gli interrogativi in cerca di risposta sono tanti: chi era in realtà Ivy? Chi era Elvira? E chi è Kitty, che incontriamo mentre entra in una casa nel centro di Londra di proprietà di Richard Stone? Ha forse a che fare direttamente proprio con Elvira? Infine sua nonna che ruolo aveva, se lo aveva, in questa brutta storia?

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