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Un crimine spaventoso ai piani alti della borghesia. E a indagare è un eroe per caso

Dalla penna del premiatissimo spagnolo Javier Cercas un poliziesco ad alta tensione psicologica e morale. Giocato sui temi della Giustizia


19/10/2020

di VALENTINA ZIRPOLI


Lo spagnolo Javier Cercas è un autore che difficilmente delude le aspettative dei lettori. E così anche con Terra Alta (Guanda, pagg. 378, euro 19,00, traduzione di Bruno Arpaia, che lo ha peraltro affiancato nella stesura de L’avventura di scrivere romanzi), con il quale si è aggiudicato lo scorso anno (ultimo di una lunga serie di riconoscimenti) il prestigioso Premio Planeta. Un raffinato lavoro che, dopo una serie di libri imbastiti sul sottile crinale che separa la fiction dalla non-fiction (“Ho avvertito il pericolo di ripetermi, di diventare l’imitatore di me stesso”), si nutre di una narrazione ad alta tensione psicologica e morale che fa di questa storia una storia di livello. 
Di fatto una penna, quella di Cercas, capace - quasi senza darlo a vedere - di far convivere diverse angolature: in primis quella del giallo (a tenere banco è infatti il feroce omicidio dei coniugi Adell, famiglia in vista di Terra Alta, peraltro proprietaria dell’azienda più importante della zona, le Gráficas Adell) che finisce però per legarsi a maglie strette all’ingombrante passato del giovane poliziotto chiamato a risolvere il caso. Ovvero Melchor (di cognome fa Marín), un nome che gli aveva affibbiato sua madre Rosario, per certe sue idee sui Re Magi, che di mestiere faceva la puttana. 
Melchor che, prima di entrare in polizia, non si era certo comportato da cittadino esemplare, peraltro rifacendosi una verginità operativa contribuendo, a fronte di un atto di eroismo quasi involontario, ad eliminare quattro jihadisti, sul lungomare di Cambrils, dell’attentato di Barcellona dell’agosto 2017. Episodio che da un lato lo avrebbe fatto diventare una specie di leggenda del corpo, ma anche costretto (lui “uomo che pratica la bontà a fucilate”) a lasciare la città sinché non si fosse placato il fracasso suscitato dal suo intervento negli attacchi terroristici. 
Sta di fatto che, stabilitosi nella piccola regione dal nome evocativo di Terra Alta, nella profonda Catalogna ma a sole due ore di macchina da Barcellona, crede di aver seppellito l’odio e la voglia di riscatto sotto il velo protettivo di una vita felice, grazie all’amore di Olga, la bibliotecaria del paese che ha sposato e dalla quale ha avuto una figlia, Cosette. Lo stesso nome della figlia di Jean Valjean, il protagonista dei Miserabili di Victor Hugo, il suo romanzo prefe­rito fra i tanti letti. 
Ovvio che sarà il nostro Melchor a doversi occupare del citato duplice omicidio, di quelli che reggono la prima pagina dei quotidiani. Sta di fatto che l’indagine si dipanerà a ritmo serrato, coinvolgendo temi come il conflitto tra giusti­zia formale e giustizia sostanziale, tra rispetto della legge e legittimità della vendetta. A fronte di un intrigo poliziesco ad alta tensione che parla anche di vita e di letteratura. E di come la “letteratura - citiamo il recensore de La Vanguardia - può cambiare la vita a patto che sia coraggiosa e sincera”. 
Insomma, l’intrigante gioco delle parti è servito. D’altra parte è risaputa la bravura di Cercas - autore di memorabili libri come Soldati di Salamina, Anatomia di un istante e L’impostore (vincitore dell’European Book Prize 2016) tradotti in una trentina di Paesi - nel dare voce a narrazioni di “assoluta tensione psicologica e morale”, oltre ad approfondire tematiche forti, senza mai costringere il lettore a faticare più del lecito nell’inserirsi nel suo graffiante filo conduttore. 
Tra i riconoscimenti che gli sono stati conferiti ricordiamo anche il Premio Nacional de Narrativa, il Premio Grinzane Cavour, il Premio Salone Internazionale del Libro di Torino, il Premio Internazionale Mondello e il Premio FriulAdria. Lo scorso anno gli è stato inoltre attribuito il Premio Sicilia, assegnato nelle precedenti edizioni a Isabel Allende e Luis Sepúlveda. Un premio nato per omaggiare le massime voci del nostro tempo, oltre che per riconoscerne l’eccellente impegno personale, civile e artistico. 
Javier Cercas, si diceva. Un autore che nei suoi libri ama giocare a rimpiattino, quasi una costante la sua, con una domanda, benché le storie risultino sempre molto diverse fra loro. Con trame in parte legate proprio alla ricerca della relativa risposta. Così anche per Terra Alta, dove l’autore punta su un graffiante interrogativo: cosa succede quando la giustizia diventa ingiustizia? Un’amara considerazione che non deve stupire visto l’impegno politico dell’autore, definito di sinistra sebbene fortemente critico dello stato attuale della sinistra nel suo Paese. 
Per la cronaca Javier Cercas, scrittore e saggista, è nato nel 1962 a Ibahernando, un paesino in provincia di Cáceres di appena 681 abitanti, situato nella comunità autonoma dell’Estremadura. Figlio di un veterinario di campagna, a soli quattro anni si era trasferito con la famiglia a Gerona, pur conservando un rapporto stretto con i luoghi natali che dura tuttora. 
Lui collaboratore abituale dell’edizione catalana del quotidiano El País e del supplemento del sabato, oltre a proporsi - a partire dal 1989 - docente di Letteratura spagnola all’Università di Gerona, dopo che quattro anni prima si era laureato in Filologia presso l’Università autonoma di Barcellona con tanto di dottorato al seguito. Un ruolo, quello di professore, peraltro ricoperto anche presso l’Università dell’Illinois, nel Midwest degli Stati Uniti, dove aveva scritto il suo primo romanzo.

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