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Un delitto a luci rosse a Posillipo. La vittima? Una donna bellissima e disinibita

Fa nuovamente centro la scrittura urticante di Angelo Petrella. A tenere la scena anche le brillanti penne di Alessandro Robecchi e Becky Sharp


03/09/2018

di Mauro Castelli


Angelo Petrella - “il giallista più spregiudicato e originale della sua generazione” a detta dell’editore - non tradisce mai le aspettative: così, dopo aver dato alle stampe Cane rabbioso, Nazi Paradise, La città perfetta, Le api randage (sull’ascesa e la caduta di una famiglia di grandi industriali), il thriller storico Pompei. L’incubo e il risveglio nonché Operazione Levante (una spy-story incentrata sul conflitto in Siria, l’Isis e la guerra per il petrolio), ha dato ora alle stampe, per i tipi della Marsilio, Fragile è la notte (pagg. 158, euro 16,50). Un lavoro peraltro benedetto da due penne doc: quelle di Giancarlo De Cataldo (“Un noir tagliente dal ritmo indiavolato”) e Maurizio de Giovanni (“Dall’autore più urticante di Napoli un romanzo che non fa sconti”, che ti lascia “con il cuore in gola a ogni pagina per sapere quello che potrà accadere”). 
Nato a Napoli nel 1978, giornalista e sceneggiatore per il cinema e la televisione, a 18 anni Angelo Petrella si era trasferito a Roma, dove si sarebbe laureato alla Sapienza in Lettere moderne. Per poi conseguire un dottorato in Letteratura italiana presso l’Università di Siena e dedicarsi a scrivere poesie e saggi di carattere scientifico per riviste e antologie. Lui autore dalla battuta pronta, tipica di chi è nato sotto il Vesuvio. Che ama ironizzare, come abbiamo già avuto modo di annotare su queste stesse colonne, sui suoi variegati trascorsi. 
“Da giovane ero ricco, ma appena finito il liceo alla mia famiglia accadde qualcosa e mi ritrovai catapultato per strada. Da solo. Sta di fatto che avrei scritto spesso, letto sempre e viaggiato molto: Francia, Inghilterra, Antille, Thailandia. Senza un soldo in tasca, con una laurea inutile appesa al muro. Dormivo dove potevo e lavoravo solo quando strettamente necessario. Così ho conosciuto spacciatori, tossici, rapinatori e imbroglioni di ogni tipo. Sono stato picchiato, derubato, raggirato; mi sono drogato e ho imparato a maneggiare le armi. Poi ho letto Hemingway, Miller e James Ellroy (il mio autore preferito in abbinata a Bret Easton Ellis, Irvine Welsh, Robert Littel nonché Nanni Balestrini) e tutto mi è stato chiaro. Allora ho iniziato a scrivere storie noir perché quelle che leggevo le ritenevo brutte. Perché se è vero che la vita è bella, è altrettanto vero che è anche tragica. E uno scrittore che non capisce questo, non è uno scrittore”. 
Geniale e controcorrente, non c’è che dire, ma quanto di vero e quanto di fantasiosa invenzione si nutrono questi ricordi? E quante di queste annotazioni sono state messe al servizio di una immagine riveduta e corretta per regalare spessore al personaggio, come spesso succede agli scrittori a stelle e strisce? Di certo va segnalato il suo ritorno a Napoli, a fronte di un matrimonio felice coronato dalla nascita di due figli “bellissimi”, oltre al fatto di aver riscosso un discreto successo anche all’estero, come in Germania e in Francia. A fronte di una scrittura che si inerisce nell’alveo di quella nouvelle vague napoletana che “urla in modo vero e vivo la condizione di una nuova realtà sociale, pur a fronte di non poche contraddizioni”. 
Detto questo spazio a Fragile è la notte, prima indagine dedicata a Denis Carbone, un ispettore di polizia alto e brizzolato, dagli intriganti occhi azzurri, che ama alzare il gomito e che ogni tanto, quando perde le staffe, si propone aggressivo e violento. Lui che, in passato, si era nutrito di raggiri e imbrogli, adeguandosi a un sistema corrotto. E perché mai avrebbe dovuto fare eccezione? Così aveva trovato una sorta di “equilibrio disperato” nel servire la giustizia, approfittando “delle fenditure nell’ordine delle cose” per potersi godere la vita. 
Ma i nodi prima o poi vengono al pettine. Così eccolo, benché supportato da un fiuto da lupi per la verità, a far di conto con dieci anni di limbo. Dieci anni senza occuparsi di nulla in quel di Posillipo - era stato sbattuto lì, nel commissariato del quartiere dei signori, per una brutta storia di scommesse - a parte cani rapiti, incidenti d’auto, patenti smarrite o al massimo qualche furtarello in un appartamento. Di fatto un poliziotto che, pur amando “la vita e la strada, ha perso molto e per questo si è rifugiato nella disillusione. E le sue occasioni perdute - annota Petrella - sono le stesse di quelle della sua città. Ma continua ad andare avanti restando fedele a se stesso”. 
In buona sostanza ci troviamo di fronte a un personaggio affascinante e complesso, capace “di mutare aspetto, da sbirro buono a sbirro bastardo, in meno di una frazione di secondo”. Lui poco incline a seguire le regole, benché affamato di giustizia e verità. Lui ironico e pungente, con tutte le carte in regola per sfondare nella narrativa di settore. 
Insomma, un personaggio ben tratteggiato, da prendere con le molle; che potrebbe non ispirare particolare simpatia nel lettore, ma su questo ci sarebbe da discutere. “Non è forse vero - si domanda Petrella - che il noir italiano è stato rovinato dal buonismo? Ecco perché nei nostri libri si dovrebbe far ammenda raccontando la vita anche nelle sue connotazioni più negative. Tanto più che, scavando sotto la superficie, anche i buoni non sempre si dimostrano tali. In tale ottica il mio protagonista tenta di redimersi dalle ossessioni, dai rimorsi e dai tradimenti perpetrati a danno della sua stessa natura. E il perseguire la giustizia, se vogliamo, è il modo di fare ammenda dei suoi peccati”. 
Logico quindi che, narrativamente parando, Denis Carbone finisca coinvolto in un caso da copertina. “Perché l’oscurità è sempre a rischio di venire illuminata. Perché la notte, nella sua fragilità, è anche il momento incantato in cui si aggirano poliziotti, ladri, scrittori, cuori infranti: gente che all’esterno sembra dura, ma che in realtà ha un animo delicato e, appunto, fragile”. 
Succede che una mattina di un agosto il corpo di Ester Fornario - una donna ricca, disinibita e bellissima - venga trovato ai piedi della torre che domina la sua villa da copertina. Per il nostro ispettore è l’occasione buona per rimettersi in pista, per placare la sete di giustizia che insieme al whisky Macallan e alle sigarette Rothmans gli stanno mandando a pezzi il fegato. Per la squadra Mobile, che minaccia di scippargli l’inchiesta, sarebbe fin troppo facile chiudere il caso incastrando uno degli amanti dell’ereditiera, ma la caccia privata del nostro ispettore, tallonato nell’ombra da ambigui figuri, rischia di portare alla luce una verità molto diversa. 
Una verità che ai piani alti della questura non piace neanche un po’ e che a Denis potrebbe costare non solo il posto, come dieci anni prima, ma la vita stessa. Purtroppo per chi, come lui, le regole non le ha mai seguite sarà un problema mettere la soluzione delle indagini davanti a tutto il resto. Ma stavolta scoprirà, suo malgrado, che il nemico non ha un solo volto e che la cosa più saggia da fare sarà tenere il dito ben fermo sul grilletto... 
Per la cronaca Fragile è la notte si propone come il primo libro, peraltro di gradevolissima lettura, di una serie i cui diritti televisivi sono già stati opzionati dagli stessi produttori dei telefilm su Rocco Schiavone, quelli tratti dai romanzi e da racconti di Antonio Manzini. Perché “Denis e gli altri personaggi di questo libro - fa sapere Petrella - hanno ancora molto altro da dire, così come Napoli rappresenta una miniera di fatti e di atmosfere tutte da scoprire”. Diamo tempo al tempo.

Voltiamo libro, per regalare spazio a un’altra penna collaudata, quella del milanese Alessandro Robecchi. Una penna capace di intrigare e far riflettere all’insegna della leggerezza; pronta a scandagliare le luci della ribalta con ironia e garbo, ma anche capace di addentrarsi con disinvoltura nei luoghi del disagio e dell’emarginazione sociale. Forte di una padronanza di linguaggio che non è da tutti: giocosa e profonda al tempo stesso. Lui portatore di una inventiva senza limiti, tanto da far annotare ai cervelli della Sellerio, dal 2014 la sua casa editrice di riferimento: “I suoi libri - incentrati su storie che traggono spunto da un’amara osservazione sociale e umana - contengono personaggi, intrecci e tanta materia narrativa da poterne ricavare più romanzi. A fronte di dialoghi tesi, un parlato da duri e un umorismo di costume che ben si adatta ai nostri tempi”. 
E così anche in Follia maggiore (pagg. 390, euro 15,00), un canovaccio legato a maglie strette all’agonia silenziosa del ceto medio, che attrae appetiti criminali, e un malinconico “discorso dei rimpianti” sulle cose perdute che non torneranno mai. Nemmeno a dirlo è in questo ambito che si muovono i due collaudati protagonisti (Carlo Monterossi, il milanesissimo autore televisivo diventato investigatore per caso, e Oscar Falcone, rabdomante in cerca di guai), che a modo loro “annusano tracce e intortano congetture”. 
Monterossi, si diceva, “un personaggio per certi versi autolesionistico, che era nato in maniera un po’ strana. Con l’intento cioè di costruire una storia nera - che non fosse portata avanti dai soliti commissari, ispettori o agenti - ambientata fra le pieghe del cinismo televisivo”. Un mondo che l’autore conosce bene. “La qual cosa mi aveva un po’ incasinato, a fronte di alcune ingenuità narrative delle quali mi sarei reso conto solo strada facendo”. Monterossi che ora ha lasciato la trasmissione trash Crazy Love per lavorare, o meglio, per cercare idee in vista di un nuovo programma dal quale la Grande Tivù Commerciale si aspetta molto, ma che risulta ancora bloccato sulla scelta del produttore. 
Ed è a questo punto della sua vita che irrompe l’amico Falcone, impegnato in un lavoro a metà strada fra il ficcanaso e l’investigatore, il quale lo coinvolge nella ricerca di un anziano signore - elegante quanto ricco, riservato quanto distaccato dal mondo che lo circonda avendo dato molto nel corso della sua vita - che se ne è andato senza lasciare traccia. 
L’uomo, Umberto Serrani, viene ritrovato quasi subito, ma non si tratta di un vecchio rimbambito. È infatti stato un numero uno della finanza (a piacere pulita o sporca), un raffinato tessitore di idee volte a mettere al sicuro le altrui fortune (specie se sospette e ingombranti) e il cui lavoro gli ha consentito di imbastire legami invisibili, ma di robusto spessore, che arrivano ovunque. Di fatto una persona che, arrivata a un certo punto della vita, vorrebbe coltivare le sue ossessioni in santa pace. 
Succede invece che una sua cara ex (alla quale è stato legato venticinque anni prima da un amore intenso, quasi totale) venga trovata morta sotto casa. Si tratta di Giulia Zerbi, traduttrice di 59 anni, che - stando ai primi rilievi - avrebbe avuto una colluttazione con qualcuno, sarebbe scivolata e avrebbe sbattuto la testa. Ma non si sarebbe trattato di uno scippo finito male. Sarà a questo punto che Serrani decide di agire per cercare di capire il perché e il percome di quella morte assurda. Sicuro che, prima o poi, i vecchi debiti vadano pagati. Così come vuole sapere tutto su quella donna amata per tanti anni nel silenzio e nella lontananza, in primis delle sue difficoltà e delle sue speranze (la figlia Sonia è un promettente soprano). Perché vuole evitare, visto l’andazzo, che i suoi rimpianti si trasformino in rimorsi. 
Per questo ingaggia Monterossi e Falcone, la strana coppia che, all’insegna delle loro diversità, trova una comunione di intenti nell’indagare. E lo faranno in abbinata al sovrintendente Carella e al suo vice Ghezzi, “due cani da polpaccio” a loro volta intenzionati a capire, a chiudere il caso e a fare giustizia. Sta di fatto che a fronte di un unico obiettivo - sotto una pioggia continua che non dà tregua a Milano - i nostri quattro personaggi si incroceranno e si eviteranno, giocando carte spaiate, alla ricerca del colpevole. Visto che di delitto si tratta. 
E il sottofondo? Quello degli altri comprimari della storia. Come Bianca Ballesi, che lavora ancora al Crazy Love, e Katrina, la commissaria di zona. Figure che si muovono nel segno di una musica, quella di Bob Dylan e del melodramma, che “ben si adatta all’atmosfera di rimpianto che connota il romanzo”. 
Insomma, una bella storia, supportata dalla padronanza di un linguaggio giocoso e profondo al tempo stesso, frutto - repetita iuvant - di una lunga esperienza. Robecchi è stato infatti editorialista de Il Manifesto nonché caporedattore del giornale satirico Cuore, oltre che autore di testi per la radio, la televisione (è fra gli autori degli spettacoli di Maurizio Crozza) e il teatro, senza trascurare l’attuale collaborazione con Il Fatto Quotidiano dove cura la rubrica Piovono pietre. Insomma, un eclettico personaggio che ha cavalcato la critica musicale per L’Unità (“Testata con la quale avevo iniziato a collaborare quando avevo meno di vent’anni”) e per Il Mucchio Selvaggio, che è stato direttore dei programmi di Radio Popolare, oltre che fondatore e direttore del mensile gratuito Urban. Lui che aveva debuttato in libreria nel 2001 con Manu Chao. Musica y libertad (Sperling & Kupfer), tradotto in sei lingue, per poi concedere il bis due anni dopo con Piovono pietre. Cronache marziane da un paese assurdo (Laterza), pamphlet satirico dove descriveva ironicamente la politica italiana. 
Per contro l’esordio nella narrativa di settore (“Sono sempre stato un lettore onnivoro a suon di due o tre libri per volta. Per quanto riguarda i gialli, al momento ho una predilezione per Don Winslow, ma i miei sono innamoramenti che vanno e vengono”) risale al 2014 con il noir Questa non è una canzone d’amore, gratificato da una lunga serie di ristampe e i cui diritti sono stati acquistati in Spagna. Un romanzo seguito, con cadenza annuale e sempre per i tipi della Sellerio, da Dove sei stanotte, Di rabbia e di vento, Torto marcio e, ora, Follia maggiore, una vicenda ancora una volta ambientata a Milano. Una città che Robecchi conosce bene in quanto all’ombra della Madonnina è nato il 16 giugno 1960, qui ha studiato e qui continua a vivere con la famiglia tifando “in maniera tranquilla” Inter.

In chiusura di rubrica proponiamo una storia fuori dagli schemi, in ogni caso di facile quanto gradevole lettura. Come peraltro ci ha abituato nei suoi due primi mistery (Penelope Poirot fa la cosa giusta e Penelope Poirot e il male inglese) Becky Sharp, un’autrice che gioca a fare la misteriosa (se le chiedi cosa fa nella vita, ti risponderà di essere un’avventuriera della parola scritta e vanterà prodezze da redattrice, copy e traduttrice), pronta a millantare nobili natali nel regno della filosofia e della critica letteraria. Un modo come un altro per giocare a rimpiattino con il lettore, anche se il gioco delle false identità solitamente (L’eccezione? Quella di Elena Ferrante) ha le gambe corte.  
Così ecco svelato l’arcano: dietro questo nom de plume si nasconde infatti una nostra brava scrittrice. Alias Silvia Arzola, apprezzata autrice di libri per ragazzi. Una penna capace di intrigare il lettore sposando una buona dose di leggerezza narrativa. Mettendo in scena una simpatica signora inglese di mezza età, discendente del leggendario investigatore belga Hercule Poirot, ideato dalla scrittrice Agatha Christie e protagonista di una lunga serie di racconti e romanzi di successo. 
Anche la Penelope non disdegna, come il suo avo, di gradire qualche bicchierino, peraltro “convinta che per risolvere un giallo ci voglia soprattutto suggestione: un fiuto quasi animale, l’infallibile sensibilità di captare i segni di un delitto”. Fermo restando che il suo prozio, oltre a una silhouette a forma di pera (lei ex stilista nonché feroce critica gastronomica, con al seguito una lunga carriera da buongustaia che le ha depositato un certo numero di chili sul girovita), le ha regalato una buona dose di celluline grigie pronte a entrare in funzione nel caso di qualche morto di troppo. 
Sharp, si diceva, capace di dare vita a un corollario di personaggi ben tratteggiati e che hanno il loro perché nella storia; figure inquadrate in contesti credibili, sui quali svetta il ruolo della segretaria-collaboratrice Velma Hamilton, pronta a farsi carico di un equilibrio investigativo di prim’ordine. Anche se in questo nuovo caso, intitolato Penelope Poirot e l’ora blu (Marcos y Marcos, pagg. 302, euro 18,00), il suo ruolo risulterà volutamente distorto. A fronte di un canovaccio, ancora una volta, di piacevole quanto intrigante lettura. 
In questo caso la storia ha come scenario una villa incastrata nel suggestivo borgo medievale di Corterossa, fra la Liguria e il Piemonte, dove un’accademica “di chiara fama vuole festeggiare il suo compleanno con due giornate di studio sulle fiabe, circondata da amici e professori”. Il borgo è quello dove Velma Hamilton, segretaria di Penelope dal sangue anarchico, trascorreva le estati dell’infanzia ospite dei nonni italiani. 
Tutto sembra filare liscio come l’olio, anche perché non ci sarebbero motivi per far scorrere il sangue. Invece, all’insegna d vecchi rancori, succede che un delitto cambi le carte in tavola. Con l’intuito ereditato, Penelope Poirot si mette a indagare a tutto capo in cerca dell’assassino. O potrebbe anche essere che sia l’assassino a cercare lei. Non ci vorrà molto, alla nostra detective, scoprire che erano in molti a detestare la vittima: il cavalier servente, la dottoranda mascolina, il Cristo boscaiolo e, forse, anche la stessa Velma. Sta di fatto che - fra fate deluse, ninfe e orchi-mandrilli di provincia - “la verità si svelerà al calare della luce, prima del buio della notte: nell’ora blu” per l’appunto.

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