Share |

Un delitto nei boschi, un commissario fuori dalle righe, una storia che racconta la vita attraverso la morte

Il sorprendente esordio della friulana Ilaria Tuti: una donna che vive in montagna ma che sogna il mare; che ha studiato Economia ma che voleva fare la fotografa; che ha elaborato un lutto scrivendo, perché era “l’unica strada da percorrere quando tutto sembrava andare storto”


05/03/2018

di Massimo Mistero


Succede raramente, ma succede. Che il lavoro di un esordiente (una esordiente nel nostro caso) esploda a livello internazionale. Forte di una scrittura che graffia, inquieta e al tempo stesso avvince. A fronte di una trama così ben orchestrata e impregnata di un qualcosa di sconvolgente che risulta difficile pensare a una prima volta. Di fatto un caso editoriale all’ultima Fiera di Francoforte, in corso di pubblicazione in una ventina di Paesi (fra cui Inghilterra, Francia, Spagna, Germania) e da poco arrivato sugli scaffali delle nostre librerie per i tipi della Longanesi. Un thriller, sorretto da ambientazioni suggestive e dal ritmo implacabile, che si nutre di una prima guida, il commissario Teresa Battaglia, benedetta a tamburo battente da quel geniaccio di Donato Carrisi con queste parole: “Una donna che è più di una protagonista; è una luce piena di ombre, uno spazio dentro il nostro cuore. È già indimenticabile”. 
Ma di chi e di cosa stiamo parlando? In primis della friulana Ilaria Tuti, nata il 26 aprile 1976 a Gemona, in provincia di Udine, dove tuttora vive; che da ragazzina voleva fare la fotografa, ma che ha studiato con profitto Economia a Udine (“In realtà mi considero un’economa della chiacchiera, nel senso che non parlo molto, in quanto un po’ introversa, in ogni caso riflessiva e pacifica. In compenso sono una buona forchetta e non disdegno un bicchiere di vino quando mi trovo in compagnia di amici”); lei che lavora, facendo la pendolare, in una società di Tolmezzo (attiva negli appalti pubblici a ditte private), ma in servizio part-time dopo la nascita della piccola Jasmine, alla quale è dedicato il suo libro; lei che vive ai piedi delle Prealpi, ma che adora il mare (“Il mio sogno? Quello di abitare in una casa affacciata sull’Adriatico”); lei che nel tempo libero, complice la passione per la pittura (“Ritratti a olio su tela e non solo”), ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice; lei che secondo alcuni ha gusti discutibili in fatto di musica, anche se a lei non sembra (“Mi piacciono le melodie, a partire dalle colonne sonore dei film”); lei che con dispiacere ammette di essere stonata, “tanto è vero che, a sei anni, non mi vollero nel coro del paese, mentre accettarono la mia amichetta. Un rifiuto che mi è costato parecchio e che ho impiegato diverso tempo a superare”. 
E ancora: lei che adora leggere (con un debole dichiarato per Donato Carrisi, Stephen King, Jeffrey Deaver, Joe R. Lansdale e le poesie di Alda Merini), ma anche fare lunghe passeggiate accompagnata dai suoi due cani (“Gingi e Gianni”, due femmine a dispetto del nome); lei che, da bimba, aveva iniziato a scrivere storielle nel suo diario, quello “lucchettato”, per poi passare in seguito a qualche raccontino. Quindi il blackout per un lungo periodo, “sin quando otto anni fa ho ripreso la penna in mano per dare vita a un noir. Ferma restando la mia vicinanza alla fantascienza, una vecchia passione sia narrativa che travasata sul grande schermo…”. Con un altro desiderio in divenire: quello di dare voce a un delitto della camera chiusa ambientato in una stazione spaziale (“Sarebbe bellissimo, ma la mole di studi e ricerche per poterlo realizzare al momento risulta per me impossibile. Certo, si tratterebbe di una sfida divertente, ma non sono ancora pronta. E non voglio fare figuracce…”. 
E per quanto riguarda il cosa? Fiori sopra l’inferno (pagg. 364, euro 16,90), un romanzo “che affonda le radici nei paesaggi della mia terra, dove nulla è stato inventato. A partire da Trevenì (in realtà il paese ha un altro nome, ma sono stata convinta dall’editore a proporlo di fantasia visto il disagio che ci circonda), un piccolo centro da poco aperto al turismo, forte di una foresta millenaria, di un orrido, di miniere, di laghi alpini e vette da vertigine. Luoghi pronti a fare da sfondo alla storia che ho voluto raccontare. Ma riscontri reali nel quotidiano hanno anche gli effetti devastanti della sindrome da deprivazione affettiva sui neonati”. A fronte di un assunto legato al fatto di quanto sia importante ricevere amore dai propri genitori, che spesso si propongono assenti ed egoisti, se non addirittura depravati o violenti. 
E poi, fra le pagine di questo libro, incontriamo - come accennato - la quasi sessantenne Teresa Battaglia, al suo debutto in quella che diventerà una trilogia (“Ho già pronta la scaletta del secondo romanzo, ma almeno per un paio di mesi non riuscirò a tornare a scrivere, complici una trentina di presentazioni”). Teresa, più che una protagonista, è una persona vera, attaccata alla sua terra, dal carattere forte. “Una donna che rappresenta quello che vorrei diventare crescendo e che in ogni caso ha tanto della sottoscritta”. Si tratta di “una poliziotta a ridosso della pensione, burbera quanto empatica, dalla battuta pungente, supportata da un gratificante senso materno pur non essendo mai diventata madre. Una figura razionale e tenace, in lotta con i chili di troppo, il diabete e i primi sussulti della mente; una guerriera disposta a farsi pilotare dall’istinto e pronta a bordate di severità nei confronti dei suoi sottoposti, salvo poi prendersene cura. Di fatto un commissario - annota l’autrice - che “soffre e combatte battaglie personali proprio fra le mie righe. E pagina dopo pagina sento di crescere accanto a lei”. 
Ilaria Tuti, si diceva, che nel 2014, con La bambina pagana (un racconto ambientato a Venzone e pubblicato nei Gialli Mondadori), aveva vinto il Gran Premio Giallo Città di Cattolica, dimostrandosi penna capace di raccontare la vita attraverso il mistero e la morte. Ma a modo suo. Come appunto succede in Fiori sopra l’inferno, dove il canovaccio ci porta a incontrare un uomo coperto di brina, sul limitare di un bosco. Un corpo senza vita adagiato in posizione supina. Fra le sue dita spuntano alcuni fiori invernali dai petali pallidi e trasparenti. Sembra un dipinto. I colori sono però quelli del sangue ormai freddo, delle vene svuotate, delle membra rigide. Evidentemente qualcuno si è preso cura di lui. E poi quegli occhi che non si trovano, rimpiazzati da un pugno di bacche… 
A indagare sull’omicidio c’è appunto Teresa Battaglia (“Un commissario specializzato in profiling che ogni giorno cammina sopra l’inferno”, la cui mente rappresenta - almeno per il momento - la sua vera arma); una donna che ama disperatamente il suo lavoro, al quale si è aggrappata dopo aver perso un pezzo importante della sua vita (“Ho un segreto che non oso confessare nemmeno a me stessa, e per la prima volta nella vita ho paura”). E al suo fianco incontriamo un giovane ispettore, Massimo Marini (“Era poco più di un ragazzo, sembrava uscito da una pubblicità di moda e stonava in quella piccola landa alpina”), che dovrà guadagnarsi sul campo fiducia e rispetto sia da parte di Teresa che della gente del posto, i cui ritmi risultano cadenzati dal tempo e che sembrano doversi scontrare con l’arrivo dei primi turisti. 
Per non parlare di quelle voci che “sembrano provenire direttamente dai fantasmi”, ma anche di certi segreti che nessuno tradirebbe mai. Ovviamente a tenere la scena c’è dell’altro: ad esempio un bambino di dieci anni rimasto orfano e una moglie rimasta vedova. Per non parlare di alcune persone che, a loro volta, stanno rischiando di fare una brutta fine… 
Il giudizio? Una storia aspra e dura quanto di straordinaria umanità; un concentrato di rabbia e al tempo stesso di tenerezza all’insegna di una forza narrativa che sorprende. A fronte di un racconto, ben strutturato quanto originale, germogliato dopo un grave lutto: quello della scomparsa del padre dell’autrice nel 2006. “È stato infatti questo il mio modo di elaborarlo; di superare la perdita e il senso di disorientamento che mi aveva investito. L’unica strada da percorrere quando tutto sembrava andare storto”.

(riproduzione riservata)