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Un deviante cold case con troppi sospettati. Ma se il pericolo si annidasse nel contesto familiare?

Torna sui nostri scaffali Mary Higgins Clark, l’autrice da 400 milioni di copie scomparsa lo scorso gennaio. Mirino puntato anche su Gianni Farinetti e Achille Maccapani


19/10/2020

di MAURO CASTELLI


Subito una accoppiata vincente: quella che ha visto a più riprese in scena due grandi della narrativa a stelle e strisce: ovvero Mary (Theresa Eleanor) Higgins Clark - nata a New York da genitori di origine irlandese il 24 dicembre 1927 e scomparsa il 31 gennaio scorso nella sua residenza di Naples, in Florida - e l’avvocato nonché docente di diritto penale Alafair Burke, una figlia d’arte - suo padre è James Lee Burke, un riconosciuto numero uno negli Stati Uniti e non solo - a sua volta autrice affermata (chi non ricorda, ad esempio, la La ragazza nel parco e Sorelle sbagliate?). 
Come abbiamo già avuto di raccontare, l’incrocio fra queste due penne vincenti era nato per caso: ovvero dalla proposta dell’editore della Clark di utilizzare alcuni protagonisti de La notte ritorna (arrivato sui nostri scaffali nel settembre 2014) per una serie di romanzi da scrivere appunto a quattro mani con la Burke. Risultato? L’arrivo in libreria di un mistery classico, ovvero Così immobile tra le mie braccia, seguito da La sposa vestita di bianco, Non chiudere gli occhi e ora Un respiro nella neve (pagg. 310, euro 18,90, traduzione di Annalisa Garavaglia). 
Un lavoro, quest’ultimo, pubblicato in prima battuta nel 2017 e che rappresenta “un altro capitolo della serie legata alle indagini condotte dalla giornalista e conduttrice televisiva Laurie Moran (il cui marito era stato barbaramente ucciso mentre giocava con il figlio Timmy), questa volta alle prese con un misterioso omicidio nel mondo frivolo e spietato del jet set newyorkese”. Il tutto all’insegna di un preoccupante interrogativo: e se il pericolo avesse un volto familiare? 
Detto questo spazio alla sinossi: sono passati tre anni da quando la ricca e mondana Virginia Wakeling, membro del consiglio di amministrazione del Metropolitan Museum of Art, nonché uno dei suoi maggiori donatori, è stata trovata morta nella neve, gettata dal tetto durante la notte del Met Gala, ovvero l’annuale raccolta fondi del museo, un appuntamento tra i più trendy di Manhattan. 
Il principale sospettato, rimasto peraltro impunito, è Ivan Gray, il suo fidanzato e personal trainer di vent’anni più giovane. Ivan è proprietario di una Boutique Gym alla moda, Punch, un’attività finanziata in gran parte dalla defunta Virginia, nonché della palestra frequentata da Ryan Nichols, il nuovo presentatore di Under Suspicion. Ed è stato proprio quest’ultimo a proporre a Laurie Moran, l’ideatrice del celebre show televisivo che si occupa di casi irrisolti, di indagare su questo cold case per il programma. 
Nonostante il suo iniziale scetticismo, Laurie si rende ben presto conto che c’è da sguazzare nel torbido in quanto i sospettati sono molti: collezionisti, promotori immobiliari, imprenditori, parenti stretti e fidati collaboratori della vittima. E mentre la troupe di Under Suspicion fa irruzione nella vita di una famiglia di ricchi proprietari immobiliari con parecchi segreti da nascondere, una concreta minaccia investe alcuni testimoni e la stessa Laurie. La quale scoprirà a proprie spese quanto possa essere rischioso un invito a una serata di gala... 
Tirate le somme, un lavoro ben orchestrato, garbato e graffiante al tempo stesso, che non mancherà di catturare l’attenzione del lettore, costringendolo a fare le ore piccole per vedere come la storia andrà a finire. Un tempo in ogni caso spesso bene, che viene incontro all’augurio firmato dalle stessa Mary in chiusura del libro.   
Mary Higgins Clark, si diceva, autrice di oltre 40 romanzi, quattro antologie di racconti, un memoir e diversi lavori per ragazzi scritti a quattro mani con la figlia Carol (a sua volta giallista). Lei che strada facendo è stata “coccolata” dal mondo del cinema e della televisione, oltre a essere accreditata di importanti riconoscimenti, a partire dal premio Agatha Christie alla carriera. 
Una donna quanto mai amabile, capace di una ironia fuori dal comune. Come quando assicurava che, nonostante i circa cento milioni di copie vendute che l’hanno resa ricchissima, “viaggiare per il mondo a spese degli altri risulta sempre la scelta migliore”. Forse memore della sua difficile infanzia: il padre era infatti morto all’improvviso quando lei aveva solo dieci anni e il fratello maggiore sei mesi dopo aveva contratto una grave osteomielite, con la madre a doversi fare in quattro per tirare avanti. 
Che altro di Mary? Che a soli 16 anni era stata incoraggiata dagli insegnanti a scrivere visto che era portata, ma il suo primo lavoro, Tre confessioni, non aveva trovato un editore disponibile a pubblicarglielo. Che per contribuire al magro bilancio familiare era stata costretta a lavorare come centralinista in un hotel e in seguito a darsi da fare come babysitter. Sino a entrare come segretaria nel reparto creativo della divisione pubblicitaria della Remington-Rand, per poi essere assunta nelle vesti di hostess dalla Pan American Airlaines. 
Lei che nel 1949 aveva sposato Warren Clark (cognome da allora affiancato al suo, appunto Higgins, e mai più abbandonato), la qual cosa le aveva consentito di iscriversi a un corso di scrittura presso la New York University. Salvo poi ritrovarsi vedova a 37 anni con cinque figli piccoli da mantenere. E non sarebbe stato, almeno agli inizi, certamente facile. 
A sua volta Alafair Burke è nata a Fort Lauderdale (in Florida) il 16 ottobre 1969 e si propone come autrice di romanzi di successo tradotti in una dozzina di Paesi. Lavori peraltro benedetti da numeri uno del calibro di Michael Connelly (“Una scrittrice che non finisce mai di stupirmi”), Dennis Lehane (“Una delle migliori autrici di thriller attualmente in circolazione”) e Gillian Flynn (“Con i suoi romanzi siete certamente in buone mani”).  
Che altro? Laureata con lode alla Stanford Law School, Alafair ha collaborato come consulente nel campo della violenza domestica con il dipartimento della polizia di New York (città dove peraltro vive con la famiglia), ha fatto parte della Mystery Writers of America e ora, oltre a darsi da fare come scrittrice, insegna diritto presso la Hofstra University School of Law di New York. 


Altro autore e altri contenuti. Stiamo parlando dell’eclettico Gianni Farinetti (nato a Bra, in provincia di Cuneo, il 24 novembre 1953), una penna che strada facendo ha saputo incantarci con i suoi racconti ambientati nell’Alta Langa. Racconti contraddistinti da luci e ombre, buon cibo e buon vino, oltre che da vicende che si rincorrono sul sottile crinale che separa la realtà dalla fantasia, la normalità dalla follia. Lui che nel suo ultimo lavoro, Doppio silenzio (Marsilio, pagg. 174, euro 14,00), ha però deciso di cambiare ambientazione, mettendo in scena il suo Sebastiano Guarienti (un personaggio che strada facendo ha lasciato il segno in molti lettori) in quel di Palermo. 
E poco importa se la Langa è lontana, in quanto questo autore ha il dono, o meglio, la sensibilità di trasportare il lettore ovunque, dando l’impressione che i luoghi di cui parla facciano parte del suo bagaglio di vita. Ferma restando la capacità di tratteggiare personaggi ai quali risulta difficile non affezionarsi. Nel nostro caso il mirino narrativo di Farinetti si sposta, come accennato, su una città dalla struggente bellezza e dalle mille contraddizioni, un luogo sontuoso ma dalla larghe crepe, costellato di nobili più o meno decaduti, antichi palazzi in rovina e ricche famiglie borghesi. Una città che fa peraltro da sfondo a uno strano fatto di sangue. 
Il perché della trasferta isolana di Guarienti è semplice: l’invito per un fine settimana a Palermo legato al matrimonio di un amico con una ragazza appartenente a una famiglia facoltosa. Succede anche che, in maniera un po’ scontata per la verità, mentre è in aereo legga distrattamente la notizia (in realtà si tratta dell’incipit del libro) di un omicidio commesso proprio nel capoluogo siciliano: un noto imprenditore edile, Paolo Currau, è stato infatti ucciso in modo violento fra le rovine di un’antica villa. 
Durante il suo breve soggiorno, oltre a rivedere persone alle quali è affezionato - come la principessa Consuelo Blasco-Fuentes (già apparsa nell’apprezzato L’isola che brucia) - Sebastiano ha modo di conoscere i membri della facoltosa famiglia della sposa, i Galvano, tra i quali spiccano i gemelli Diego e Giulia, due giovani fascinosi, eccentrici, sfuggenti. 
Dopo la celebrazione delle nozze, mentre si dirige verso l’aeroporto rammaricandosi di non essersi potuto fermare più a lungo al ricevimento, Guarienti fa “un incontro imprevisto che ha dell’irreale, la prima delle figure che lo proietteranno in un vortice conturbante, in bilico tra splendore e devastazione, fastosità e cupezza, nei meandri di una delle più contraddittorie e segrete città del nostro Paese”. Ha così inizio un misterioso inseguimento che si rapporterà con il passato del nostro protagonista e, più in particolare, con la breve quanto intensa storia d’amore vissuta con Nicola. Una storia segnata da emozioni, nostalgia, menzogne e forse anche un certo rammarico. 
Gianni Farinetti, si diceva, scrittore, copywriter, sceneggiatore, regista (ha firmato alcuni documentari e cortometraggi) nonché fratello maggiore del filosofo Giuseppe; un uomo estroverso e curioso (“Un caro amico mi ritiene capace di parlare anche con i muri”), seppure segnato da qualche vena di malinconia. Il quale aveva esordito nella narrativa di settore 24 anni fa con il romanzo Un delitto fatto in casa, edito da Marsilio e vincitore di diversi premi, come il Grinzane Cavour opera prima, il Premiére Roman di Chambéry e il Città di Penne. Lui che due anni dopo si sarebbe aggiudicato il Premio Selezione Bancarella con L’isola che brucia, quindi il Premio Via Po con Il segreto tra di noi. A seguire, con Il ballo degli amanti perduti, edito nel 2016, si sarebbe aggiudicato anche il Premio Recalmare Leonardo Sciascia, La Provincia in Giallo di Garlasco e il Nebbia Gialla di Suzzara
Lui che - repetita iuvant - dopo aver frequentato per quattro anni la facoltà di Architettura sotto la Mole aveva lasciato l’università per trasferirsi a Roma, spinto dal suo grande amore per il cinema (“Onestamente furono anni pasticciati, sin quando mi accasai presso alcune  grandi agenzie pubblicitarie”); lui che strada facendo si è ben guardato dal fare sport agonistico, benché ami il nuoto; lui con il pallino incorporato per l’architettura, peraltro “mai praticata”, anche se in realtà, tiene a precisare, “mi sono divertito ad arredare alcune case di amici”. 
Una passione, quest’ultima, che lo ha portato a fondare con un amico una scuola di restauro battezzata Banca del fare, un campus per studenti, ma aperto a tutti, che “vede coinvolto anche il Politecnico di Torino e la cui missione è quella del restauro conservativo nella zona delle Langhe. Lui che da due anni, lasciata Torino, si è accasato a Prunetto, un paesino di appena 428 anime nella Val Bormida di Cortemiglia. E questo la dice lunga sul suo carattere schivo. 
E ancora: lui che assicura di non poter vivere senza leggere, ma mai “correndo dietro alle uscite in libreria”, fermo restando un debole dichiarato per i narratori russi (“Li leggo e li rileggo, perché ogni volta è come tornare a casa”), ma anche per i saggi storici nonché per quelli che parlano di arte e di architettura; lui che, nella narrativa di settore, va matto per Patricia Highsmith, Fruttero & Lucentini, Andrea Camilleri, George Simenon e il suo Maigret (“Nel mio piccolo anch’io credo di aver dato voce a un Maigret di provincia”), mentre ammette di “leggere poco gli autori scandinavi”.  


Dal Piemonte alla Liguria il passo è breve. Eccoci quindi a parlare di Achille Maccapani che, in Ventimiglia riviera dei fuochi (Fratelli Frilli, pagg. 208, euro 14,90), ha rimesso in pista il capitano Roberto Martielli - il personaggio pugliese che aveva debuttato nell’antologia di racconti Una finestra sul noir, sempre edita da Frilli - affiancato (anche nel suo privato) dal sostituto procuratore antimafia Viviana Croce, una donna con tanto di attributi di origini calabresi. 
E proprio in Calabria il nostro protagonista aveva subìto un agguato rimanendo gravemente ferito. Lui che dopo il coma e le lunghe cure riabilitative sarebbe stato trasferito, a capo di una task force contro la ‘ndrangheta, nel Ponente ligure. Una terra peraltro poco amata dal nostro ufficiale dei carabinieri, che nel precedente romanzo aveva avuto modo di togliersi qualche sassolino dalle scarpe: “Mi hanno mandato qui a indagare, a scoprire i mafiosi, a cercare le infiltrazioni fra mafia e politica. Come uomo dell’Arma è mio dovere impegnarmi con tutta l’energia possibile. Ma siamo sicuri - a indagine conclusa - che tutte le prove mancanti arriveranno? Che tutta questa fatica sia stata inutile, e giudicata come tale, tra una manciata di anni?”. Di fatto un’azzeccata coppia costretta, in Ventimiglia riviera dei fuochi, a scelte estreme e coraggiose, anche se tutto è bene ciò che finisce bene. 
Come da trama ci troviamo a pochi mesi dalle nuove elezioni amministrative cittadine quando inizia la stagione degli incendi. Prima quello nel bar costiero Chiringuito, poi altri a intermittenza tra il litorale e le periferie. Tutti con un unico comun denominatore: la guerra interna tra i gruppi di ’ndrangheta per la riconquista della città. Nel frattempo occorre mettere in salvo il magistrato Viviana Croce, rappacificatasi col suo capitano: la donna è infatti in pericolo di vita in quanto sta scavando nell’ambito dei sistemi di potere occulto delle mafie. E le rivelazioni del super pentito Cosimo Repaci potrebbero aprire uno squarcio nel processo Ponente pulito
Sullo sfondo il clima è sempre più teso nella città di confine con la Costa Azzurra, tra le manifestazioni dei cittadini e Beppe Minasi pronto a tornare in campo per riconquistare il palazzo comunale. Nel frattempo si deve correre ai ripari per salvare la testimone chiave dell’attentato al Chiringuito, prima che sia troppo tardi. Così, fra un colpo di scena e l’altro, Martielli e la sua ritrovata compagna Viviana andranno avanti a spada tratta, convinti di poter contribuire a riportare la giustizia in questo martoriato territorio. Ma le sorprese non sono certo finite… 
Di fatto un noir d’inchiesta che si nutre di un corollario di inquietanti contesti e contraddizioni: così si va dai disordini in città a quelli della frazione Latte, dal citato pentito Cosimo Repaci (che ha conosciuto e frequentato, durante la latitanza, la banda di don Mimmo Pace) ai tentativi di ridare vita a un gruppo malavitoso locale, dal processo Ponente pulito di Imperia alle elezioni comunali segnate da ombrosi annessi e connessi. 
Insomma, un ben orchestrato coagulo di intrecci fra potere mafioso e sistema politico, per non parlare degli intrallazzi legati al voto di scambio. In più, a tenere banco, sono le pericolose infiltrazioni negli apparati dello Stato. Il tutto giocato in punta di penna. Semmai, se volessimo fare le pulci a questo lavoro entrato subito nella “top 100” della narrativa noir di Amazon, ci sono gli eccessivi riferimenti a piè di pagina agli altri due libri della serie nonché troppi riferimenti temporali all’interno dei vari capitoli. Per non parlare del carattere minuto del corpo tipografico (sì, lo sappiamo, la carta costa…), che si traduce in una lettura faticosa soprattutto per i più anziani. Che poi sono i lettori più numerosi. 
Per la cronaca il milanese Achille Maccapani (in realtà nato a Rho nel 1964, dopo aver vissuto fra Pregnana Milanese, Cavenago Brianza e Inzago prima di trasferirsi nell’Imperiese) lavora dal 1991 come dipendente della pubblica amministrazione, oltre a darsi da fare come giornalista pubblicista e naturalmente come scrittore. “Una passione coltivata sin da giovanissimo - riportiamo quanto ci aveva raccontato lo scorso anno - in abbinata alla lettura, avendo avuto la fortuna di abitare vicino a una grande biblioteca civica”. 
Sta di fatto che “sarei cresciuto all’insegna dell’opera omnia di Ignazio Silone, per poi passare a Balzac, Flaubert e Grossman. Infine l’approdo alle più recenti tendenze della narrativa di settore: da Alan D. Altieri a Giancarlo De Cataldo, da Bruno Morchio a Tullio Avoledo, da Gianfranco Nerozzi a Valeria Parrella, da Giorgio Vasta a Ferruccio Parazzoli”, oltre a riservare grande attenzione per Francesco Biamonti, al quale deve peraltro molto: “Fu infatti lui a incoraggiarmi a scrivere. E scrivere per me rappresenta un modo per riflettere e trasmettere emozioni…”. 
Eccolo quindi, il Maccapani scrittore (“Lavoro di notte, quando mia moglie e mio figlio sono andati a dormire, e i problemi della giornata spariscono mentre in cuffia mi coccola la musica di Mahler, Bruckner o Bach”), pubblicare saggi di storia locale e manuali di diritto della pubblica amministrazione. 
Dando ovviamente voce anche a interessanti romanzi: Taci, e suona la chitarra - Milano rock Ottanta (Premio Città di Cava de’ Tirreni), un lavoro di formazione del 1985, peraltro riscritto nel 2004, che risente delle esperienze giovanili nella Milano degli anni Ottanta; e poi Delitto all’Aquila nera, Confessioni di un evirato cantore (Fiorino d’argento del Premio Firenze), un libro storico articolato in stile moderno, e Bacchetta in levare. A seguire, con Il venditore di bibite e Destini in fumo, sarebbe iniziata la serie delle indagini condotte dal capitano Roberto Martielli e dal magistrato Viviana Croce. Che giocheranno ancora insieme, c’è da scommetterci, anche in una quarta indagine. In quanto squadra vincente, generalmente, non si cambia.

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