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Un drammatico e illustre “cold case” giace irrisolto nel nostro splendido Rinascimento: la misteriosa morte di Giuliano de’ Medici

A spiegarne le ragioni e il contesto storico, in maniera approfondita e politicamente corretta, è l’autrice di Cospirazione Medici (pagg. 284, euro 9,90), un avvincente quanto intrigante romanzo edito dalla Newton Compton


18/11/2019

di Barbara Frale


Il 26 aprile 1478, durante una solenne funzione religiosa celebrata nel duomo di Firenze dal giovane cardinale Raffaele Riario, nipote di papa Sisto IV, Giuliano de’ Medici fu aggredito e pugnalato selvaggiamente: le ferite erano tante e tali da non lasciare scampo. 
La cospirazione contro i Medici, ordita da tempo, era formalmente guidata da Jacopo e Francesco de’ Pazzi, membri di una nobile e facoltosa famiglia fiorentina giunta ai ferri corti con i Medici per ragioni politiche e finanziarie; in realtà il complotto trovava forti connivenze al di fuori della città, negli Stati italiani invidiosi della grandezza medicea e della potenza fiorentina: persino il papa, sobillato dall’ambizioso e intrigante nipote Girolamo Riario, aveva dato al colpo di stato qualcosa di simile a un silenzioso placet
Colpo di stato contro Lorenzo il Magnifico, però. Lorenzo, il primogenito, allevato personalmente da Cosimo alla sua raffinatissima scuola di prassi politica, e tuttavia molto meno cauto del nonno, meno vocato per gli affari, assai più cocciuto e vanaglorioso. 
Invece è Giuliano a cadere. Giuliano il cadetto, colui che il maggiore dei fratelli tiene distante dalle cose politiche, la sua ombra fidata, docile esecutore delle volontà che il primogenito, capo della famiglia, impone con piglio quasi dispotico. Di tale sudditanza, Giuliano si lamentava parlando in confidenza con uomini importanti che erano familiari ai Medici; quel ruolo secondario in cui Lorenzo si ostinava a relegarlo, diceva, lo faceva sentire il più infelice degli uomini. 
Perché fu lui a morire? Cosa determinò questo tragico errore? E fu davvero un errore, o invece qualcuno in un certo senso cavalcò l’onda dell’odio politico contro Lorenzo per sfogare il proprio rancore contro Giuliano? 
Di sicuro non si può invocare l’imperizia degli aggressori: Francesco de’ Pazzi e Bernardo Bandini Baroncelli si scagliarono immediatamente soltanto su Giuliano, ignorando Lorenzo, obiettivo ufficiale della congiura, che, nel lato opposto della cattedrale, veniva ferito solo di striscio da un cospiratore molto meno determinato degli altri due. 
Le ragioni della morte di Giuliano devono ancora essere trovate. Un drammatico e illustre cold case giace irrisolto nel più splendido Rinascimento italiano. 
Giuliano era alto, di corporatura robusta, con occhi e capelli neri, pelle olivastra. Molto ammirato e amato dalle donne, visto che possedeva tutte le qualità tipiche di un brillante nobiluomo del suo tempo, doti che noi oggi diremmo “sportive”: cavalcava in modo ardimentoso, giostrava da maestro, e così pure si distingueva nella lotta e nelle gare con la lancia. Amava inoltre moltissimo la pittura, la musica e tutte le cose belle, compresa la poesia, specie quella d’amore. 
Tutti questi pregi lo rendevano gradito al popolo, oltre che caro ai familiari. Forse fu proprio questa predilezione, a segnare la sua condanna? 
Un passo dello storico fiorentino Francesco Guicciardini, che scrisse alcuni decenni dopo la congiura, sembra adombrare tale possibilità: Giuliano, a suo dire, “era bene voluto dal popolo”, e i fiorentini lo avrebbero volentieri riconosciuto come loro leader se fosse stato ammazzato il fratello. Anche Lorenzo ammise, anni dopo la morte del fratello, che Giuliano avrebbe potuto succedergli degnamente: “Era di qualità di potere supplire in mia assenza” (Storia d’Italia, VIII).


Qualcuno insinua addirittura che vi sia stata la mano fratricida di Lorenzo dietro la morte apparentemente inspiegabile di Giuliano: ma quest’ipotesi non può contare su prove affidabili. Testardo, anche se geniale, tutto preso da se stesso, Lorenzo semplicemente sottostimava le doti del fratello; solo dopo averlo perduto si rese conto di quanto la collaborazione di Giuliano, perfetto cavaliere da ogni punto di vista, fosse utile nei rapporti diplomatici con gli altri potenti, oltre che preziosa per il prestigio dei Medici. 
Poco tempo dopo l’assassinio di Giuliano, nacque il suo figlio naturale che il giorno seguente fu battezzato con il nome di Giulio (nel 1523 sarebbe divenuto papa con il nome di Clemente VII). La madre, Fioretta di Giovanni, era una donna di condizione sociale molto inferiore ai Medici, al punto che l’ipotesi di un matrimonio fra i due non era neppure concepibile. Fioretta, del resto, non era il grande amore di Giuliano. Le Stanze per la giostra scritte da Poliziano nel 1475, in occasione del celebre torneo in cui Giuliano si coprì di gloria, hanno immortalato il suo sentimento per Simonetta Cattaneo, nata da una nobile famiglia ligure e sposa del mercante fiorentino Marco Vespucci. Di lei sappiamo ben poco, a parte che veniva celebrata anche fuori da Firenze per la sua bellezza straordinaria: le avevano dato il soprannome di sans par, cioè l’“impareggiabile”. Non era un fatto particolarmente scandaloso, a quel tempo, che gli uomini di ceto elevato, specie se politicamente in vista, manifestassero senza reticenze la loro passione per bellissime donne già sposate; allora i potenti tutto potevano, e fare pubblicamente la corte a una dama stupenda diventava, anziché una vergogna, un motivo di vanto. 
Anche Lorenzo, prima di sposare la nobildonna romana Clarice Orsini, aveva molto flirtato con Lucrezia Donati, bellissima adolescente lasciata troppo a lungo sola da un marito più anziano, molto impegnato in viaggi d’affari. Ma Giuliano lasciò che la sua passione per la stupenda musa di Botticelli superasse i limiti accettabili per questo genere di intemperanze giovanili. Non era un gioco di società, insomma, ma una specie di ossessione: quando Simonetta morì, il 26 aprile 1476, per cause ignote, Giuliano cadde nella malinconia più nera. Con una prepotenza che a noi può apparire sfrontata e poco rispettosa del dolore altrui, si fece consegnare dal vedovo Marco Vespucci i suoi vestiti e il suo ritratto. 
Per consolarlo, ma anche usarlo come utile strumento per gli interessi familiari, il Magnifico pensò di trovare per suo fratello una sposa molto ricca e illustre. Furono vari i piani nuziali studiati per Giuliano: una dama veneziana della nobile famiglia Correr, una ragazza di casa Gonzaga, addirittura la nipote di papa Sisto IV... Ma il giovane non aveva troppa voglia di legarsi. 
Fin quando, nel 1477, Giuliano si fidanzò con Semiramide Appiani, sorella di Jacopo IV Appiani, signore di Piombino. Era un legame dal forte valore politico ed economico, naturalmente; ma esistevano anche consistenti motivazioni personali. Semiramide, infatti, era la cugina di Simonetta Vespucci, e pare che le due donne si somigliassero molto: lo deduciamo dal fatto che i più celebri capolavori di Botticelli, la Nascita di Venere e la Primavera, nei quali il ritratto di Simonetta ha un ruolo centrale, furono dipinti per Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, cugino del Magnifico, che sposò Semiramide dopo la morte violenta di Giuliano. 
Poiché Botticelli iniziò le due opere nel 1477, nel momento in cui Giuliano era vivo e fidanzato con la ragazza, e le portò a compimento anni dopo, non è da escludere (pur rimanendo un’ipotesi) che la bellissima donna ritratta in Venere non fosse in realtà Simonetta, bensì la somigliantissima cugina. 
L’odio di Franceschino de’ Pazzi nei confronti di Giuliano, un livido furore che induce l’aggressore a colpire la vittima così tante volte e con tale violenza che egli stesso si ferirà a una gamba, non trova alcuna ragione di ordine politico o economico. Quando non sussistono motivazioni razionali, occorre cercare fra quelle irrazionali. La passione amorosa frustrata, la rabbia del tradimento e il dolore di un amore rubato possono forse spiegare quest’assurda anomalia nelle pagine più illustri della nostra storia.

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