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Un eccentrico melomane alle prese con il misterioso delitto di un ex cantante pop sotto il Cupolone

Torna alla grande Giancarlo De Cataldo proponendo il suo primo protagonista seriale. A sua volta Enrico Camanni dà voce a un mistero delle sue amate montagne


15/06/2020

di MAURO CASTELLI


“Ho cercato a lungo un personaggio che potesse tenermi compagnia per molti libri. Ora l’ho trovato. Si chiama Manrico Spinori della Rocca, Pubblico ministero a Roma nonché melomane incallito. Capace di risolvere anche i casi più complessi ascoltando l’opera lirica. Perché non esiste esperienza umana che il melodramma non abbia già raccontato. Delitto incluso”. Parola di Giancarlo De Cataldo che, dopo aver dato voce a chissà quante storie, ha finalmente trovato il suo protagonista seriale, facendolo debuttare in Io sono il castigo (pagg. 234, euro 18,00) pubblicato dalla Einaudi. 
Ovvero l’editrice torinese che diciotto anni fa non lo aveva accolto proprio a braccia aperte. Così eccolo ricordare: “Avevo debuttato nel 1989 con Nero come il cuore, per poi dare alle stampe diversi altri libri onestamente avari di riscontri, sin quando nel 2002 avrei fatto centro con Romanzo criminale, incentrato sulle vicende della banda romana della Magliana attiva negli anni Settanta. Si trattò di una piacevole sorpresa, tanto più che l’editore, appunto la Einaudi, aveva mostrato non poche perplessità a pubblicarlo. In effetti un noto manager culturale della casa torinese si era lasciato scappare - mi piace pensare lo abbia fatto soltanto per esorcizzarne il successo - una infelice battuta: Ma sì, che venga pure pubblicato questo libro, tanto non ne venderà una copia”. 
Per contro questo romanzo avrebbe spopolato, vincendo il Premio Giorgio Scerbanenco, approdando sul grande schermo con l’omonimo film diretto da Michele Placido (dove lo stesso De Cataldo interpretava il magistrato che leggeva la sentenza, con il rammarico ancora vivo di “quella pettinatura impossibile” cui era stato sottoposto), nonché dando la stura a una apprezzata serie televisiva firmata da Stefano Sollima. Secondo voi quel solerte dirigente si sarebbe sciacquato la bocca, o avrebbe continuato a impartire lezioni di scrittura? Vai a saperlo. 
Giancarlo De Cataldo, si diceva, una delle penne più raffinate della nostra narrativa gialla, con l’attivo una trentina fra romanzi e racconti, due opere teatrali, 18 sceneggiature e 12 soggetti per altrettanti film. Un autore capace di regalare - repetita iuvant - dubbi e forti emozioni all’insegna di storie mai banali, di guidare il lettore fra i sentieri stretti di verità impreviste, di giocare a rimpiattino - all’insegna di colpi di scena e curiosi risvolti - con quello che mai ci si aspetterebbe. Sarà forse per quel suo lavoro di giudice di Corte d’Assise che lo ha portato a confrontarsi, in quel di Roma, con le molte facce dei nostri mali quotidiani? Probabilmente, ma non solo. 
Per la cronaca De Cataldo - una penna con la passione per il sigaro toscano e la pallavolo – è nato a Taranto il 7 febbraio 1956, figlio di un professore di francese che sin da piccolo lo obbligava a leggere Balzac. Lui che dal 1974 (“Anno in cui mi iscrissi alla facoltà di Giurisprudenza per volere di papà, visto che non mi voleva professore di Lettere come lui”) vive e lavora a Roma - una città in bilico fra fiction e realtà - con una doppia passione incorporata: quella del magistrato e quella dello scrittore (è stato tradotto in numerosi Paesi), oltre che collaboratore di importanti testate giornalistiche. 
Lui che è sposato da una vita con Tiziana (“Amare una donna per decenni - ironizza - ci vuole un lavoro di fino, è quasi una forma d’arte”), dalla quale ha avuto un figlio che oggi ha 27 anni, sa suonare diversi strumenti e fa il cantautore. Il suo nome d’arte è Gabriele Deca e nonostante la sua atavica pigrizia - è costantemente alla ricerca di un buon motivo per alzarsi dal letto - ha pubblicato tre singoli prima di dedicarsi alla scrittura del suo primo disco. 
Detto questo spazio ai contenuti de Io sono il castigo, dove a tenere la scena è il citato Manrico, che “non sarebbe venuto al mondo senza Carlo Fuentes e Alberto Mattioli, ai quali - tiene a precisare - “devo l’impatto emozionante con l’opera lirica che ha scombussolato la mia vita”. 
Già, Manrico Spinori della Rocca, Rik per gli amici, un tipo eccentrico di mezza età, alto e affascinante, sicuro e disinvolto, supportato da una bellezza classica e da tratti fini. Di fatto un gentiluomo - la cui madre è affetta da ludopatia - di antiche origini nobiliari che ama correre dietro alle gonnelle, ma che nel suo mestiere (risulta infatti lungimirante e capace di non perdere mai la calma) si propone alla stregua di un numero uno. Un personaggio peraltro ben tratteggiato che riteniamo, nella sua unicità, possa avere vita lunga. E che De Cataldo fa entrare in scena alla chetichella in un prologo di poco più di due pagine mentre assiste a una “pomeridiana” della Tosca al Teatro Costanzi di Roma. 
Succede che durante l’intervallo del secondo atto dell’opera pucciniana il nostro “contino” (come viene ancora chiamato in casa dalla servitù) legga un inaspettato quanto poco gradito messaggino sul suo cellulare. Sì, perché quel mercoledì era di turno, “ed era stato convocato - lui bravissimo nel suo mestiere - in ben altro teatro”. Dove a tenere banco era il cadavere di un maschio bianco sui settanta o forse poco di più. In altre parole quello - come si apprenderà in seguito - di “Ciuffo d'oro”, famoso cantante pop degli anni Sessanta poi diventato potente guru dell'industria discografica. A prima vista pare si tratti di un incidente stradale, ma non è cosí: gli basta infatti poco per rendersi conto che si tratta di un omicidio. Del resto, alla vittima, i nemici non mancavano. Quindi, per il movente, c’era solo l’imbarazzo della scelta. 
Rick, coadiuvato dalla sua squadra investigativa tutta al femminile (come la tatuata ispettrice Deborah Cianchetti, una stangona alta un metro e ottanta con la passione del pugilato e i cui esordi, a rimpiazzo del fidato amico Scognamiglio portato via da una malattia della quale non aveva mai parlato, non erano stati esaltanti) si metterà dunque a indagare. E fra serate musicali, vagabondaggi in una Capitale barocca e popolana, cene grottesche con aristocratici incartapecoriti, arriverà alla soluzione del mistero. 
Che dire: un ulteriore invito alla lettura da parte di un autore che, una volta imboccata la strada del successo con Romanzo criminale, avrebbe dato voce a una lunga serie di storie vincenti. Qualche titolo? Nelle mani giuste, Onora il padre. Quarto comandamento, Il padre e lo straniero, La forma della paura scritto con Mimmo Rafele, Trilogia criminale, I Traditori (ambientato nel Risorgimento italiano), Io sono il Libanese, In giustizia, Il combattente, Nell’ombra e nella luce, L’agente del caos, Alba nera e Quasi per caso.

Voltiamo libro. Scrittore, romanziere, alpinista: per Enrico Camanni “l’amore per gli uomini leali e coraggiosi che si incontrano nel vivere e raccontare le storie di montagna” costituisce la ragione e l’argomento delle sue opere e dei suoi ritratti, quali quelli “dell’abate Gorret e di Guido Rossa; esemplari di non conformismo, di coraggio nelle scelte e nelle avventure di vita, di rispetto del dovere della sobria coerenza con i fatti”. 
Fermi restando altri interessi, come quello sviscerato Ne Il fuoco e il gelo, un lavoro che parla della Grande Guerra sulle Alpi, dove l’autore ne descrive l’orrore e la bellezza, il coraggio e la disperazione. Dando vita “a un affresco di nobiltà e sacrificio, ma anche a un rimpianto accorato per tante vite e ideali traditi”. 
Per la cronaca Enrico Comanni è nato a Torino nel 1957, città dove ha frequentato il liceo scientifico Gobetti “in un clima post-sessantottino”, per poi seguire il corso di indirizzo storico alla facoltà di Scienze Politiche. Penna fertile, ha scritto una infinità di articoli, commenti, recensioni e saggi sulla storia dell’alpinismo e le variegate tematiche alpine, peraltro collaborando con numerose testate, fra le quali Airone, Il Sole 24 Ore, La Stampa, Panorama, l’Unità, Meridiani, Specchio, L’Indice, Il Giornale dell’Architettura e Il Manifesto
Assicurando inoltre, in quarant’anni di attività pubblicistica e di ricerca, di aver gradualmente allargato i propri interessi dall’alpinismo alla storia delle Alpi, occupandosi delle sue variegate problematiche trattate anche dal punto di vista umano. La qual cosa non sorprende visto il suo amore per le vette, che lo ha visto, come scalatore di livello, aprire una decina di nuove vie e ripetere “circa ottocento itinerari di roccia e ghiaccio”. 
Ovviamente è stata proprio questa sua passione a farlo approdare al giornalismo di montagna, alternando lo studio con il lavoro di redazione, che lo ha visto dirigere diverse testate (come il mensile Alp, da lui fondato nel 1985, la rivista internazionale L’Alpe e il mensile Piemonte Parchi). 
Che altro? Nel 2016 ha pubblicato con Laterza Alpi ribelli (“Un libro - tiene a precisare - che mi assomiglia molto”), per poi dare voce l’anno successivo, sempre per la stessa casa editrice, a Il desiderio di infinito, un libro che umanizza la figura del grande alpinista friulano Giusto Gervasutti (“Uno dei miei miti giovanili”). 
Un lungo preambolo, il nostro, per arrivare al dunque: ovvero al suo approdo, e non è da tutti, nella storica collana de Il Giallo Mondadori con Una coperta di neve (pagg. 294, euro 16,00). Un passo a suo dire supportato da due motivazioni: “La mia passione per i libri gialli, ma anche lo scetticismo verso i noir alpinistici in quanto abbondano di corde tagliate, duelli verticali e picozze letali. Fermo restando che nessun alpinista sarebbe così fesso da uccidere il compagno di scalata mentre si trova in parete…”. 
Omicidi a parte, secondo Camanni, “il problema della montagna è che non regge i ritmi del poliziesco, in quanto troppo lenti e dilatati”. Non per niente - ironizza - “in montagna vanno lenti anche quelli che corrono. Così ho pensato di rimediare, complice il suggerimento di Eliana Barbera, art director di Alp”. Risultato? Un giallo di montagna che si nutre di colpi di scena e suspense, rispettando però il ruolo dell’indagine, ambientato fra i ghiacciai del Monte Bianco e i grandi spazi delle Alpi. Dove una guida indaga sul mistero di una donna sopravvissuta a una slavina. 
Molti credono - attingiamo in parte dalla sinossi - che la neve sia soffice e bianca, ma quando ti ricopre, è invece nera come la notte. Lo sa bene Nanni Settembrini, guida e capo del Soccorso alpino che non sa farsi i fatti suoi e che abbiamo già seguito in altre tre avventure (La sciatrice, L’ultima Camel blu e Il ragazzo che era in lui), il quale anno dopo anno dalle valanghe “ha imparato un’unica cosa: che sono un capriccio di neve senza spiegazione, ed evitarle è questione di secondi”. 
Sembra confermarlo anche la telefonata che riceve il primo giorno d’estate: dal monte Bianco si è staccato un seracco (uno di quei blocchi di ghiaccio pericolanti che ornano le sporgenze dei ghiacciai, chiamati così dal naturalista ginevrino Horace-Bénédict de Saussure in ricordo del sérac, un bianco latticino delle tavole montanare) e gli alpinisti scampati alla morte sostengono che altri non sarebbero stati altrettanto fortunati. 
Per contro Settembrini e la sua squadra trovano una donna sepolta, ma ancora viva per miracolo. Tuttavia “c’è un dettaglio inquietante: la sopravvissuta ha una corda legata in vita e all’altro capo della fune non c’è nessuno. Che cosa è successo allora? Quali segreti ha trascinato con sé la slavina? Purtroppo la donna, quando uscirà dal coma, non ricorderà nulla, e men che meno chi l’aveva portata lì. Toccherà quindi a Settembrini cercare le risposte e svelare quell’impenetrabile mistero “sepolto sotto una muta coperta di neve”.

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