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Un'estate thriller con altre sette impagabili chicche entrate nel nuovo catalogo de "Il Giallo Mondadori"

Dopo le cinque proposte che hanno segnato il rilancio della storica collana della casa di Segrate, i lettori potranno ora contare sulle indimenticate penne di Ellery Queen, Dashiell Hammett, Cornell Woolrich, Ngaio Marsh, Erle Stanley Gardner, Augusto De Angelis nonché di Francesco Caringella, attuale presidente di Sezione del Consiglio di Stato


08/07/2019

di Massimo Mistero


A poco più di due mesi dal rilancio della storica collana nata per volere di Arnaldo Mondadori e Lorenzo Montano nel marzo di novant’anni fa - un esempio ripreso negli anni Trenta da altri editori come Mediolanum (I romanzi Gialli), Sonzogno (Serie Gialla), la Universale (I grandi romanzi gialli), Martucci (I gialli del Domino nero) e la Nicoli (I gialli del Cigno) - arrivano sugli scaffali delle nostre librerie targati Il Giallo Mondadori altre sei intriganti proposte di lettura. Quelle che fanno riferimento alle indimenticate penne di Ellery Queen (alias i cugini Frederic Dannay e Manfred B. Lee), Dashiell Hammett, Cornell Woolrich, Ngaio Marsh, Erle Stanley Gardner, Augusto De Angelis nonché di un “vivente” (a lui, fatti i debiti scongiuri, un augurio di lunga vita), ovvero Francesco Caringella, attuale presidente di Sezione del Consiglio di Stato. 


Già, Francesco Caringella, un autore che rappresenta un punto fermo della nostra narrativa di settore (“Ne sono rimasto colpito per la sua interessante complessità - ha avuto modo di annotare al riguardo - fermo restando che il crimine rappresenta uno strumento straordinario per porsi delle domande”). Nato a Bari il 23 settembre 1965, sposato con Sandra dalla quale ha avuto quattro figli (Antonio, Angelo, Annalisa e Francesca), una laurea con 110 e lode in Giurisprudenza, il nostro scrittore ha trascorso un lungo periodo indossando le divise di ufficiale della Marina e di commissario di polizia. Sino ad arrivare alla presidenza di una sessione del Consiglio di Stato, oltre a ricoprire la carica di giudice del Collegio del Consiglio di garanzia per la giustizia sportiva. Non bastasse è stato a capo dell’Ufficio legislativo presso il ministero per le Politiche comunitarie ed esperto giuridico della presidenza del Consiglio dei ministri. 
Che altro? Nel suo carnet troviamo una marea di libri e di pubblicazioni in campo giuridico, la direzione scientifica delle riviste Urbanistica e Appalti edite dall’Ipsoa, l’appartenenza a numerosi comitati scientifici. Senza dimenticarci, appunto, la sua attività di scrittore, partendo da alcuni romanzi giocati “sull’aspetto psicologico dell’introspezione”. Per non parlare del suo passato agonistico (“Lo sport rappresenta una grande palestra di vita”), che lo ha visto nuotatore, ciclista e soprattutto buon giocatore di tennis (non a caso era entrato nella classifica dei primi cinquanta a livello nazionale), ma anche maratoneta con presenze allargate alle storiche competizioni di New York, Parigi, Roma e Firenze. 
Un personaggio “entusiasta e un po’ incosciente” che non si è fatto mancare nulla, che - come ha avuto modo di raccontarci tempo addietro, e che riprendiamo pari pari - “non fa economie di sorta. In effetti la mancanza di tempo è soltanto una scusa. Se c’è infatti voglia e determinazione gli alibi vanno a farsi benedire… E poi credo di aver rubato molto a mio padre, contadino e industriale, ufficiale dell’esercito e gran viaggiatore. Insomma, anch’io faccio parte di quelle persone che portano avanti la moltiplicazione dell’esistenza”. 
Lui scrittore quando capita (al sabato e alla domenica, di notte o quando si trova in vacanza), ma sempre ritagliandosi ogni giorno almeno dieci minuti “per dare continuità” alla storia che sta cercando di raccontare. 
Insomma, un personaggio da copertina anche nel privato, Caringella, pronto a sostenere che “la verità spesso dipende dal colore del vetro attraverso il quale la si filtra”; che assicura di scrivere con l’occhio del giudice, il cui scopo “è quello di venire a capo di un giallo solo all’apparenza semplice”; di amare la lettura, con un debole dichiarato per la narrativa francese dell’Ottocento (Balzac e Zola) e per quella italiana del Novecento (Pirandello e Calvino); di ironizzare sul suo carattere (“Sono fondamentalmente un bambino giocherellone che non manca di viaggiare, in sintonia con i miei figli, con la fantasia, azzardando peraltro nuovi sentieri”); ma anche proponendosi fumatore di sigari solo in certe occasioni, forse per darsi un tono… 
Lui che ora viene benedetto da una collana cult come appunto Il Giallo Mondadori, che gli ha dato alle stampe Oltre ogni ragionevole dubbio (pagg. 266, euro16,00). Un legal thriller affilatissimo, che beneficia di un “meccanismo a regola d’arte, degno dell’indimenticabile classico La parola ai giurati”. Un lavoro con il quale ha peraltro voluto “consegnare al lettore le chiavi di quella misteriosa porta dietro la quale i giurati scompaiono alla fine di un processo per omicidio, per entrare in una stanza angusta dalla quale usciranno, dopo ore o giorni, con il verdetto in pugno”. 
E a quella porta, tiene a ricordare in una nota, “pensavo spesso da ragazzino, quando vedevo un film americano o leggevo un libro di Agatha Christie. Fantasticando per intere notti… Non immaginando che un giorno avrei varcato quella porta da magistrato e in seguito da scrittore”. Come dire: “Ogni libro è il coronamento di un viaggio. Un viaggio, in questo caso, lungo, meraviglioso, faticoso, pieno di sorprese e di magia”. 
Detto questo spazio alla trama. “È una fredda mattina di gennaio quando Michele De Benedictis scompare nel nulla. Non ci sarebbero gli estremi per un’indagine di omicidio, ma sui suoi conti correnti il pubblico ministero vede movimenti strani, ancor più sospetti perché tutti con lo stesso beneficiario: la giovane moglie Antonella. Le intercettazioni portano alla luce trame e segreti e una liaison con Giulio, un musicista spiantato. I due amanti prima si accusano l’un l’altro, poi a vicenda si scagionano, continuando a mescolare le carte anche quando il caso approda in tribunale e il processo diventa mediatico”. 
Antonella e Giulio sono innamorati innocenti o si tratta di una coppia di spietati assassini? “A deciderlo sono chiamate otto persone - appunto la Corte d’Assise - diverse per età, cultura, vita. A soffrire della solitudine del giudice - una battaglia muta, una ricerca infinita - è però soprattutto il presidente, Virginia della Valle, che alla Legge ha sacrificato tanto, forse troppo, e che nel caso di Antonella e Giulio vede levarsi i fantasmi di una sentenza sbagliata che non è mai riuscita a perdonarsi…”… 


A seguire un altro autore italiano che ha saputo regalare molto al mondo del poliziesco, ovvero Augusto De Angelis, nato a Roma nel 1888 e morto a Bellagio, sul Lago di Como, nel 1944, noto agli appassionati per la serie di quindici romanzi, tutti ambientati negli anni Trenta e dedicati al commissario Carlo De Vincenzi, in forza alla Squadra mobile di piazza San Fedele a Milano. Un poliziotto, citando l’indimenticato Oreste Del Buono che lo riscoperse negli anni Sessanta, fuori dalle righe, “un inventore e un risolutore di enigmi estremamente suggestivo, efficace, spericolato. Un autore in tutto e per tutto degno di figurare nell'olimpo internazionale del brivido”. E ancora: “Un autore umanissimo come Maigret, romantico come Marlowe, intellettuale come Philo Vance, eppure caparbiamente italiano”. Lui capace di riflettere criticamente - e sarebbe stato il primo - sul nuovo genere letterario. 
Risultato? Storie, le sue, segnate dal successo anche se in parte condizionate dall’andazzo politico di quel periodo. Che lo costringeva a giocare spesso a rimpiattino con “una sottile ma ferma resistenza alla propaganda del regime fascista”. La qual cosa avrebbe messo in agitazione la censura dell’epoca, impegnata a far scomparire ogni riferimento al crimine nella letteratura. D’altra parte che i suoi rapporti con il regime non fossero idilliaci lo conferma il fatto che venne incarcerato a seguito della sua attività antifascista portata avanti sulle colonne della Gazzetta del Popolo di Torino fra il mese di luglio e il mese di settembre del 1943. Uscito di prigione, morì per le brutali percosse subìte durante una rissa con un repubblichino. 
Detto questo, briciole di trama legate a Il banchiere assassinato (pagg. 204, euro 14,00), un poliziesco del 1935 già pubblicato da Mondadori e quindi da Sellerio, ma che continua a tenere banco per la sua freschezza narrativa. Si tratta del primo romanzo della serie con protagonista Carlo De Vincenzi, un poliziotto “intelligente, sensibile e pensoso, dotato di una cultura raffinata e incongrua al ruolo statale, scettico soprattutto su se stesso, che continuamente si domanda: ma perché ho fatto il poliziotto? In ogni caso un uomo capace di grandi indagini, grazie forse proprio al suo essere diverso dai colleghi. 
Cosa succede in questa storia è presto detto: nell’appartamento del vecchio amico Giannetto Aurigi viene trovato il cadavere di un banchiere, Mario Garlini, assassinato con un colpo di pistola. Tutto congiura contro Aurigi, anche perché doveva al morto una grossa somma di denaro che aveva perso giocando in Borsa. Ma De Vincenzi sa scrutare come pochi la scena del delitto e le connotazioni personali, in altre parole guardando oltre. Lui che non si propone né come un poliziotto spaccone e nemmeno come un freddo detective, ma come un attento indagatore della natura umana. Per questo seguirà con pazienza la sua pista fino alla soluzione del caso. Riuscendo così a scagionare l’amico da un’accusa di omicidio in apparenza schiacciante. 


Voltiamo libro e modo di raccontare attingendo da un capolavoro senza tempo firmato da Dashiell Hammett, all’anagrafe anche Samuel, nato nel 1894 nella contea di St. Mary’s County, nel Maryland, e morto a New York nel 1961. Il quale, a causa delle precarie condizioni finanziarie della sua famiglia, era stato costretto a lasciare la scuola a soli 13 anni per darsi da fare nei più umili lavori prima di diventare, all’età di vent’anni, un investigatore dall’Agenzia Pinkerton, attività che avrebbe ispirato molti dei suoi romanzi. Durante il Primo conflitto mondiale il giovanotto si sarebbe anche arruolato nel servizio di ambulanze dell’esercito statunitense, ma essendosi ammalato di tubercolosi avrebbe passato la guerra in ospedale. 
E per quanto riguarda la sua attività di scrittore? Aveva debuttato nel 1922 con il racconto The Road Home pubblicato sulla rivista Black Mask, per poi inventarsi, l’anno successivo, il personaggio di Continental Op e in seguito quello di Sam Spade (probabile alter ego dell’autore), che strada facendo sarebbe diventato uno dei più celebri protagonisti del romanzo giallo a stelle e strisce e non solo. 
Figura irrequieta, Dashiell avrebbe sposato la scrittrice teatrale Lillian Hellman, avrebbe lavorato per il cinema e si sarebbe anche iscritto al Partito comunista a stelle e strisce: la qual cosa gli sarebbe costata cara, morendo in disgrazia e in povertà.  
E di Hammet - creatore del genere Hard Boiled (caratterizzato da una rappresentazione realistica del crimine, della violenza e del sesso) poi perfezionato da Raymond Chandler nei tardi anni Trenta - viene ora riproposto un classico senza tempo, ovvero Il falco maltese (pagg. 286, euro 14,00, traduzione di Attilio Veraldi), originariamente dato alle stampe nel 1930 come Il falcone maltese (The Maltese Falcon). Un lavoro che inizialmente era stato pubblicato in cinque puntate sulla già citata rivista Black Mask.    
La vicenda è ambientata a San Francisco che, sul finire degli anni Venti, non è certo una città tranquilla. Un buon motivo per il detective Sam Spade di stare sempre sul chi vive. Anche quando nel suo ufficio sulla Baia si presenta un’incantevole ragazza bionda con un nome che è tutto un programma: Miss Wonderly. La giovane donna - davvero una meraviglia, almeno secondo il parere di Effie Perine, la segretaria di Sam: ha infatti 22 anni, è alta, magra ma non troppo, un bel seno, gambe lunghe e sottili, così come le braccia - vuole che il nostro detective la aiuti a scoprire in fretta che fine abbia fatto sua sorella minore Corinne, che si è legata a un poco di buono, un certo Floyd Thursby. Tanto più che, tempo un paio di settimane, i genitori delle due ragazze torneranno a casa reduci da una gita in Europa. 
All’apparenza sembra un caso abbastanza semplice, visto che miss Wonderly è riuscita ad avere un appuntamento direttamente con Floyd Thursby. Ma le cose ben presto si complicano: il sergente Polhaus informa Spade che il suo socio Miles Archer è stato ucciso da un colpo di pistola al cuore. E, guarda caso, Miles si era messo alle calcagne di Floyd per scoprire tutto il possibile su questo misterioso uomo. Non bastasse poche ore dopo viene ritrovato anche il cadavere di Floyd Thursby. Per questo secondo omicidio la polizia sospetta addirittura dello stesso Sam Spade, visto che il nostro detective non ha un alibi per l’ora dell’omicidio e potrebbe aver ucciso Thursby per vendetta, ipotizzando che sia stato Floyd a uccidere Miles Archer. 
Ragionando sulla concatenazione dei fatti - che non si fermano certo qui - Spade si accorgerà che la sua cliente non è l’angelica creatura che vuole sembrare. È infatti una dark lady spietata, ipocrita e manipolatrice, disposta a tutto pur di entrare in possesso di un antico e prezioso manufatto, una statua d’oro e di gemme raffigurante un falco, donata dai Cavalieri di Malta all’imperatore Carlo V nel XVI secolo. 
Che dire: Il falco maltese è considerato il capolavoro di Hammett, il più bel romanzo interpretato dal duro Spade, peraltro portato sul grande schermo da un indimenticabile Humphrey Bogart. Di certo una chicca da non perdere. E per chi già lo conosce è una buona occasione per rileggerlo. 


E ora spazio a quei geniacci di Frederic Dannay (nato come Daniel Nathan il 20 ottobre 1905 e morto il 3 settembre 1982) e Manfred B. Lee (nato Manford Lepovski l’11 gennaio 1905 e scomparso il 3 aprile 1971), due cugini newyorkesi di origine ebraica che si sarebbero proposti, nel ruolo di indiscussi maestri dei “misteri della camera chiusa” (sottogenere che si raffronta con una delle sfide intellettuali più intense e appassionanti dell’intera storia del poliziesco), con diversi nom de plume, fra quali il più noto a livello internazionale è quello di Ellery Queen. In altre parole il giallista-detective che i due cugini si erano inventati nel 1929, il quale porta il loro stesso pseudonimo. 
Con un’altra curiosità al seguito: a partire dagli anni Sessanta il nome “Ellery Queen” divenne una sorta di franchise sotto la cui firma figurano romanzi apocrifi autorizzati dagli stessi autori. Una produzione che terminò con la morte di Lee, in quanto Dannay, che avrebbe chiuso i suoi giorni 11 anni più tardi, non era più interessato a seguire questa strada. 
Complessivamente, a loro firma, arrivarono sugli scaffali una quarantina di romanzi e diverse antologie di raccfonti. Il tutto a partire dal 1929, quando venne pubblicato La poltrona n. 30, e sino al 1972, quando uscì La prova del nove. Nemmeno a ricordarlo, da questi lavori vennero tratti diversi adattamenti radiofonici, un film per la Tv e una lunga serie per il piccolo schermo prodotta nel 1975 dalla Nbc, molto seguita anche in Italia. 
Sta di fatto che il personaggio di Ellery Queen sarebbe diventato così famoso che i suoi autori decisero di fondare la rivista Ellery Queen's Mystery Magazine (approdata anche da noi per i tipi della Garzanti prima e della Mondadori poi), considerata come una delle più influenti pubblicazioni di letteratura poliziesca in lingua inglese dell’ultimo mezzo secolo. 
Per la cronaca questo personaggio fu creato in occasione del concorso indetto da una rivista per premiare con la pubblicazione la miglior opera prima poliziesca. Dannay e Lee decisero di inviare un lavoro firmato con lo stesso nome dato al loro personaggio e vinsero, ma prima che il romanzo fosse pubblicato la testata venne ceduta e il nuovo editore preferì dare alle stampe il romanzo di un’altra concorrente. I due non si persero comunque d’animo e inviarono quella loro storia, appunto La poltrona n. 30 (The Roman Hat Mystery), a svariati editori, fin quando trovarono in Stokes quello giusto. 
Detto questo spazio a briciole di trama de Il delitto alla rovescia (pagg. 318, euro 14,00, traduzione di Gianni Montanari), dove a tenere banco - nemmeno a dirlo - è il giovane giallista Ellery, un investigatore dilettante dalla mente lucida e analitica, laureato all’Università di Arvard e interessato al crimine solo per curiosità. Lui che spesso dà una mano a suo padre Richard, di origini irlandesi, ispettore capo della squadra Omicidi della polizia di New York, quando è impegnato con la sua squadra a risolvere qualche inspiegabile delitto. 
Questo romanzo inizia quando, nella stanza ermeticamente sigillata di un grande albergo, viene trovato il cadavere di uno sconosciuto. L’uomo, con la testa fracassata da un pesante attizzatoio, non può certo essersi suicidato. Ma un elemento, apparentemente assurdo, rompe la ferrea logica che domina i gialli. Il morto indossa infatti gli abiti alla rovescia, così come sono rovesciati tutti gli elementi dell’arredamento, dai quadri ai mobili. Per quale motivo? Un enigma straniante e fascinoso che Ellery Queen propone ai lettori in quest’opera magistrale, definita dal rimpianto critico, scrittore e poeta londinese Julian Symons “una fra le migliori storie poliziesche mai scritte”. 


A seguire note dedicate a Cornell Woolrich (nome completo Cornell George Hopley-Woolrich), del quale viene proposto L’impronta dell’assassino (pagg. 282, euro 14,00, traduzione di Marilena Caselli), un lavoro ambientato negli anni Trenta negli Stati Uniti. La qual cosa non stupisce in quanto l’autore era nato nel 1903 a New York, città dove sarebbe vissuto, alternando lunghe presenze in Messico dove i genitori si erano trasferiti, e dove sarebbe morto nel 1968. 
A incanalare il giovane Cornell sulla strada della scrittura fu una lunga malattia, durante la quale iniziò a scrivere Cover Charge, rifacendosi a situazioni e personaggi simili a quelli di Francis Scott Fitzgerald, un autore che amava molto. Il romanzo fu pubblicato nel 1926 e Woolrich decise che la sua vita era fatta per la narrativa: così lasciò l’università e l’anno successivo vinse un concorso indetto dalla rivista College Humor e dalla società cinematografica First National Picture con il romanzo Children of the Ritz. Risultato? Un contratto di collaborazione come sceneggiatore che lo avrebbe portato in quel di Hollywood. Un lavoro che, a guardar bene, forse non faceva per lui. 
In seguito, spinto anche dalla necessità di guadagnare, si sarebbe infatti dedicato al genere noir, a lui più congeniale, dando voce a lavori di peso, come La finestra sul cortile (che avrebbe ispirato il celebre film di Alfred Hitchcock interpretato nel 1954 da James Stewart e considerato uno dei capolavori della storia del cinema), La donna fantasma e la cosiddetta serie nera, composta da sei romanzi: La sposa era in nero, Sipario nero, L’alibi nero, L’angelo nero, L’incubo nero e Appuntamenti in  nero.  Ricordiamo infine che Woolrich ha pubblicato anche otto libri utilizzando i nom de plume di William Irish (cinque) e George Hopley (tre). 
Ma torniamo a L’impronta dell’assassino, una storia che si rifà a uno strano personaggio, Tom Quinn, che incontriamo intento a lanciare le scarpe dalla finestra per zittire dei gatti in calore. Non certo pensando alle conseguenze. Ma se ne accorgerà quando le impronte di quelle scarpe saranno rilevate sulla scena di un delitto. 
A sua volta il signor Stapp, ossessionato dal proposito di uccidere la moglie con un’ingegnosa trappola esplosiva, vedrà il piano omicida ritorcerglisi contro. E che dire di Brains Donleavy, il cui alibi perfetto non lo proteggerà dai beffardi capricci della sorte? Quinn il contabile, Stapp l’orologiaio, Donleavy il gangster e altri ancora scopriranno, nei loro appuntamenti in nero con un destino atrocemente beffardo, che in questa nostra vita senza speranza niente va mai come dovrebbe. Perché anche ogni piccola cosa può rivoltarsi contro di noi, fino all'ineluttabile conclusione. 


E che dire della scrittrice e regista teatrale neozelandese Edith Ngaio Marsh, nata a Christchurch il 23 aprile 1985 e qui scomparsa il 18 febbraio 1982? Una pluripremiata autrice, molto popolare nel mondo anglosassone, che con i suoi 32 romanzi ha dato lustro alla narrativa gialla, a fronte di testi “illuminati” dalla presenza dell’ispettore Roderick Alleyn, un detective gentiluomo che lavora per la polizia metropolitana londinese. E a questa raffinata penna (la cui vita è stata raccontata prima in una biografia firmata nel 1991 da Margaret Levis e poi in una seconda scritta nel 2008 da Joanne Drayton) è dedicato il premio Ngaio Marsh, il principale riconoscimento neozelandese riservato alla letteratura poliziesca e al thriller. 
Ma veniamo al dunque. Ovvero al romanzo Quella casa nella brughiera (pagg. 344, euro 15,00, traduzione di Mauro Boncompagni), apparso in originale nel 1972 con il titolo di Tied up in Tinsel, oltre a proporsi come finalista all’Edgar Award. Un lavoro - già pubblicato nella collana dei gialli Mondadori con il numero 3145 - di piacevole leggibilità, giocato su ambientazioni fuori dal coro e infarcito di personaggi ben tratteggiati. 
Tutto si svolge in una isolata residenza di campagna dove si tiene un party natalizio, al quale partecipano diversi invitati. Quindi ci troviamo di fronte a una specie di “ambiente chiuso”, anche se le circostanze misteriose non diofettano e le persone sospettabili pure. Poteva quindi mancare l’andata in scena di un delitto? Tanto più che il personale di servizio è composto interamente da assassini in cerca di riabilitazione dopo il carcere. 
“La bizzarria della situazione lascia perplessa la pittrice Agatha Troy, invitata a dipingere il ritratto del padrone di casa, soprattutto in considerazione del fatto che è la moglie di Roderick Alleyn, sovrintendente di Scotland Yard. Quando poi il domestico di uno degli ospiti scompare durante i festeggiamenti, l’inevitabile sembra essersi verificato. Facile puntare il dito contro l’insolito staff di ex galeotti, ma è compito di un bravo investigatore non limitarsi all’ovvio e aggiungere alla lista dei sospettati tutti gli altri presenti, senza curarsi troppo della fedina penale. Proprio quello che farà Alleyn. Oltre, naturalmente, a risolvere il caso”. 


Dulcis in fundo l’inarrivabile Erle Stanley Gardner, del quale viene riproposto un lavoro del 1957 osannato dalla critica (e già uscito nelle nostre librerie, alcuni anni fa, come numero 1387 de “I classici del giallo Mondadori”), ovvero Perry Mason e il grido nella notte (pagg. 220, euro 14,00, traduzione di Giuseppe Gogioso). Un romanzo che vede il nostro geniale avvocato, interpretato nella lunga serie televisiva dal grande Raymond Burr (attore canadese naturalizzato statunitense), alle prese con uno strano caso: quello di una donna che lo incarica di interrogare suo marito su cosa ha fatto la sera precedente, in quanto la sua storia non sembra reggere. Una storia che peraltro “non deve essere ripetuta a nessuno”. 
Come molti suoi sostenitori sapranno, Perry Mason ha una regola: quella di non immischiarsi in rapporti coniugali e cause di divorzio. Ma questo incarico promette di essere più unico che raro. E così decide di accettarlo. Stando a quanto il marito aveva raccontato alla moglie, lui aveva offerto un passaggio a una ragazza, incontrata a tarda ora lungo una strada, alla quale avevano rubato l’auto e la borsetta con i documenti. Tuttavia, curiosamente, non aveva voluto chiamare la polizia. 
Eccedendo forse in altruismo più che in prudenza, lui le aveva preso una stanza in un motel, dopodiché se n’era andato e non ne aveva saputo più nulla. Un’avventura davvero inconsueta che potrebbe riservare brutte sorprese, soprattutto se connessa all’omicidio di un medico, aggredito quella stessa notte da una ragazza che corrisponderebbe alla descrizione. Naturalmente dietro questa facciata di apparente normalità si nasconde un’oscura vicenda di adozioni illegali e trafficanti di bambini. Un abisso di infamie che “l’avvocato del diavolo” si prepara a scoperchiare… 
Ricordiamo che l’americano Erle Stanley Gardner (nato a Malden, nel Massachuttes, il 17 luglio 1889 e morto a Temecula l’11 marzo 1970) viene annoverato fra i migliori autori di polizieschi di tutti i tempi (ha inoltre firmato molti lavori con lo pseudonimo di A.A. Fair). Lui figlio di un minatore che era riuscito a farlo diventare avvocato, attività che avrebbe inizialmente svolto nello studio californiano di un viceprocuratore distrettuale alternandola con quella di pugile dilettante. 
A un certo punto però, per rimpolpare le sue non floride finanze, si mise a scrivere racconti, arrivando al suo primo romanzo nel 1933, quando diede alle stampe Perry Mason e le zampe di velluto, dove appare per la prima volta il personaggio che avrebbe incantato mezzo mondo. Ovvero l’avvocato capace di risolvere i casi più complicati con una abilità sconcertante. Perry Mason, si diceva, che sarebbe stato protagonista di ben 82 romanzi e alcuni racconti. 
Insomma, un autore decisamente prolifico, tanto da dare voce anche ad altre 130 opere poliziesche, con una media di tre all’anno, nonostante viaggiasse moltissimo. Peraltro alternando la sua residenza fra Honolulu, i Mari del Sud, il Messico, vari Stati a stelle e strisce e arrivando ad abitare persino in Alaska. Magari in una roulotte. A quel che si racconta ne aveva infatti tre: una per lui e le altre due per le segretarie e gli impiegati. 
Ricordiamo infine che si sarebbe sposato due volte: la prima nel 1912 con Natalie Talbot, dalla quale ebbe una figlia; la seconda nel 1968, due anni prima di lasciare questo mondo, con la sua storica segretaria Agnes Jean Bethell, colei che gli aveva ispirato il personaggio di Della Street. Come dire che la tresca durava da un pezzo…

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