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Un fashion competitivo crea valore ed esporta idee e stile: ecco l'Italia che piace a tutti

Il settore della moda, secondo uno studio di Mediobanca, è il vero carburante nel motore dell’economia nazionale: vale infatti 70,4 miliardi, pari all’1,7% del Pil. E, ovviamente, crea posti di lavoro


18/02/2019

di Giambattista Pepi


La sfilata della collezione autunno-inverno 2019 di Elisabetta Franchi

Parafrasando lo slogan di un brand del mondo dei carburanti in voga negli anni Settanta, il sistema della moda italiano si conferma, ancora una volta, una delle tigri nel “motore” dell’economia domestica. Secondo il Primo report del Fashion tricolore, realizzato dall’area studi di Mediobanca, anche nel 2017 la “tigre” ha ruggito mettendo in vetrina - per fatturato, utili ed occupazione - performance di tutto rispetto in un mercato globalizzato nel quale la concorrenza tra le major è spietata e vede comunque ancora la supremazia delle maison francesi dell’aute couture, rafforzata dopo aver fatto negli anni scorsi incetta di alcuni dei nostri migliori marchi. 
Più in particolare, le imprese nazionali hanno generato un fatturato aggregato di 70,4 miliardi, in crescita del 4,5% rispetto al 2016, il che rappresenta l’1,7% del Pil nazionale. I comparti in grande spolvero sono stati l’abbigliamento con il 40,5% dei ricavi complessivi, seguito dalla pelletteria (20,9%) e dall’occhialeria (16,2%). È, però, la gioielleria ad imporsi per crescita media annua delle vendite con un +13,3% nel quinquennio 2013-17, superando l’11% della distribuzione e il 6,3% del tessile.


Complessivamente le Aziende Moda Italia hanno visto crescere le vendite annuali mediamente del 6,6% nel periodo 2013-17, nonostante il lieve calo della redditività (l’ebit margin è infatti passato dal 9,6% del 2013 all’8,9% del 2017). 
Il fatturato estero, sempre più determinante nei bilanci delle aziende prese in considerazione dallo studio, si è attestato nel 2017 al 63% delle vendite totali: quota superiore a quella delle principali società manifatturiere italiane (56,7%). I segmenti più orientati all’esportazione sono stati l’occhialeria (89,8%), il tessile (72,5%) e la pelletteria (66,1%). Con le ottime performance realizzate, il settore - che in Italia e all’estero occupa circa 363mila addetti - ha creato 59.800 nuovi posti di lavoro nel quinquennio in esame (+ 19,7 sul 2013 e +4% sul 2016), mentre la distribuzione con 8mila unità (+26,8%), la pelletteria con 11mila (+26,7%) e l’abbigliamento con 28mila (+22,4%) sono stati i comparti che hanno incrementato di più gli organici. 
Le aziende hanno messo a segno un incremento dell’incidenza dell’utile netto sul fatturato del 5,3% nel 2017, grazie anche alla diminuzione del carico fiscale (il tax rate è passato dal 41% del 2013 al 25,1% del 2017). A livello generale, i profitti netti cumulati nel quinquennio sono ammontati a 15,8 miliardi. Nel 2017 gli utili netti medi giornalieri per azienda sono stati di 63mila euro. 
La bassa incidenza del debito finanziario sui mezzi propri (33,7% nel 2017) rende le imprese della moda molto solide, con abbigliamento e pelletteria che fanno segnare gli indicatori migliori (rispettivamente 28,9% e 34,3%). Gli stessi comparti si distinguono anche per liquidità: il rapporto tra disponibilità e debiti finanziari è del 125,2% per l’abbigliamento (sopra la media di 86,2% dell’intero sistema moda) e all’85,2% per la pelletteria.


Sempre nello stesso periodo i 43 principali gruppi europei della moda hanno registrato ricavi aggregati per 226,2 miliardi (+33% sul 2013). Nonostante l’Italia con 15 grandi imprese sia il Paese più rappresentato a livello numerico (oltre un terzo del totale) è la Francia, con il 30,3% del fatturato aggregato, ad aggiudicarsi il primato per giro d’affari (favorita, come già ricordato, dal formidabile apporto dei marchi italiani acquistati). 
Tra i gruppi principali, il gigante Lvmh, con 70 marchi in cinque diversi comparti, si conferma leader assoluto per dimensioni con un fatturato di 42,6 miliardi. A grande distanza il gruppo spagnolo Inditex che controlla Zara (25,3 miliardi), il tedesco Adidas (21,2 miliardi), lo svedese H&M (20,3 miliardi) e l’altro francese Kering, proprietario, fra gli altri, di Gucci e Bottega Veneta (15,5 miliardi). Luxottica (9,2 miliardi), primo tra gli operatori italiani, si posiziona al settimo posto, mentre il gruppo Prada (3,1 miliardi) è quattordicesimo. 
Di fatto la crescita media annua del fatturato nel periodo ha fatto sorridere le mostre aziende: Valentino (+22,2%) e Moncler (+19,7%) sono state rispettivamente seconda e quarta nella classifica dominata dalla danese Pandora (+26,1%). Al terzo posto si inserisce la francese Smcp (+21,5%). Che altro? L’Europa ha realizzato, nei cinque anni in questione, un tasso medio annuo di incremento del fatturato del 7,4%. In questo contesto spiccano Danimarca (+13,6%) e Spagna (+10,1%), le uniche ad andare in doppia cifra. Sotto la media europea, invece, Regno Unito (+5%) e Italia (+3,5%). In calo per contro la redditività, con l’ebit margin europeo che si attesta a quota 15,3% nel 2017 (era al 17% nel 2013). Anche qui sono i gruppi danesi (22,6% nel 2017) a dominare la classifica, seguiti stavolta dalle compagnie francesi (19,6%). Gli operatori italiani (11,6%) sono costretti a inseguire, rimanendo, però, davanti agli ultimi in graduatoria, i tedeschi (10%). 
Un aspetto distintivo dei maggiori gruppi europei della moda è la proiezione internazionale. Nel 2017 in media l’85,2% delle vendite è realizzato al di fuori del Paese di origine. I francesi, con l’87,7%, sono stati davanti a tedeschi (83,6%) e spagnoli (82,3%). L’Italia, col suo 78,3%, ha dimostrato di avere un export con all’orizzonte buoni margini di sviluppo globale. 
A livello europeo il settore sfiora, infine, il milione di occupati. Nel 2017 i 43 operatori europei hanno infatti dato lavoro a quasi 990mila persone. I gruppi italiani (15) si sono messi in luce per aver incrementato la forza lavoro di oltre 30mila unità, seguiti dagli spagnoli che hanno ampliato il proprio organico di 48mila (riferibili in gran parte al gruppo Inditex), ma davanti ai francesi (+20.300 unità).

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