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"Nella vita ci vuole tenacia, ma la tenacia senza i sogni è soltanto un'arida virtù"

L’autrice del romanzo Di punto in bianco, edito nella collana NeroRizzoli, si racconta per i lettori di Economia Italiana.it. Partendo da quando aveva imparato a scrivere sino ad arrivare ai nostri giorni. Mettendosi a nudo con garbo, piacevolezza e una certa dose di ironia 


24/04/2019

di Cristina Rava


Dal giorno in cui ho imparato a scrivere, potrei dire di non aver mai davvero smesso, perlomeno di pensarci, sebbene lunghe interruzioni si siano ripetute nel tempo. Scrivevo pensierini, provavo a comporre versi sciolti, la metrica non era il mio forte, abbozzavo personaggi e frammenti di storie. Quando non sapevo più come continuare, strappavo tutto. Dopo un po' di tentativi, concludevo che non fosse la mia strada e volgevo lo sguardo altrove. Ma non resistevo. Inauguravo quadernetti che abbandonavo dopo poche pagine, stragiurando a me stessa che non sarei mai più ricaduta in tentazione. Già allora pensavo che essere scrittori fosse una faccenda seria e questa serietà mi faceva sentire troppo piccola. 
Per qualche tempo avevo tenuto un diario, sul quale buttavo giù qualche riga prima di dormire. Ma dopo l'assiduità dell'inizio, anche quel mulino era andato al secco. 
Se non scrivevo mi sentivo in colpa, come se avessi trascurato di completare i compiti di scuola, ma se lo facevo il risultato era deludente, soprattutto quando lo rileggevo a distanza di qualche giorno. Ridondanze, ripetizioni, lungaggini, spiegazioni superflue, una grandine di aggettivi e, per finire, l'incapacità di infondere un senso e condurre a un epilogo. 
Negli anni dell'adolescenza avevo abbandonato la penna, perlopiù stilografica, esasperata dalle perdite d'inchiostro dallo stantuffo e rotture di pennino. Meglio la biro. Ma mi stancavo la mano. In genere buttavo giù descrizioni paesaggistiche o di figure umane, storie strappalacrime di adolescenti infelici, oppure semplici flussi di pensieri, perlopiù astratti. 
Con i primi amori, erano cominciate le lettere ai fidanzatini che, peraltro, non credo proprio leggessero fino in fondo, atterriti da metafore, allegorie e iperboli struggenti. Chissà che fine hanno fatto... 
Poi c’era stato il periodo della macchina da scrivere, una vecchia Olivetti Lettera 22 di mio padre. Errori di battuta continui, cancellature, buchi, bianchetto: sempre sull'orlo di una crisi di nervi, eppure quanto ho pestato quei tasti! 
Faticosamente sono diventata grande e con la sfioritura delle chimere giovanili, ho accantonato quasi con sollievo il sogno che mi aveva sempre costretto a tacere o mentire alla domanda Cosa vuoi fare da grande: la scrittrice. Che poi anche ’sta parola: scrittrice. Mah! Scrittrice, direttrice, amministratrice, investigatrice. Terribili. Senza la desinenza in 'ore' mi sembrava che l’autorevolezza andasse a farsi benedire. La definizione 'scrittrice' mi suggeriva un mondo femminile, privato, intriso di sentimenti e disinteressato alle cose interessanti del brutto mondo là fuori: poteri economici, militari, politici. Oriana Fallaci che di queste cose ne capiva, si presentava scrittore, lasciando il vezzoso scrittrice, quasi uno squittio, alle signore. 
Io non solo non osavo pensarmi scrittrice, mai e poi mai avrei avuto il coraggio di sentirmi scrittore: roba troppo grossa. 
Gli anni sono passati, i sogni sono finiti, per lasciare campo libero ai progetti. È un passaggio doloroso, come uno strappo, ma se manca i progetti non partono, restano sogni. 
Ho fatto altro nella vita, lavori che non amavo ma che svolgevo cercando di digerirli. Ho attraversato giorni buoni e cattivi, per anni non ho scritto una riga. Ma sotto la superficie polverosa qualcosa germogliava, senza che io me ne rendessi conto. 
A un certo punto ho capito che non stavo bene, che quel sogno giovanile doveva emergere alla luce. 'Dovevo' scrivere. Comincia così, o perlomeno per me è cominciato così. Un bisogno che non potevo più eludere. 
Ho iniziato a raccontare ciò che in quel momento ingombrava la mia fantasia: storie di Gnomi, Elfi e fantasmi di montanari trapassati, ma ancora vivi nella mia memoria. Silenzi alpini e ruderi invasi dai rovi dove, ascoltando bene, al sibilo della tormenta si mescolano flebili canti pagani. Ho trovato uno di quei pagliacci che, ben pagati, danno forma libresca a un mucchio di fogli. Ma non ero contenta né orgogliosa. Che sei uno scrittore devono stabilirlo gli altri. È necessario un giudizio severo e professionale, ma non sapevo dove cercare questo giudice. Qualcosa però dovevo fare per tirarmi fuori dalla poco gratificante palude dei libri a pagamento. Un primo gradino, con i piedi all'asciutto, mi è stato offerto da un editore genovese (Frilli) che ha accolto una storia di guerra e di vita paesana (I giovedì di Agnese), e il motore è partito. Poi cinque noir, protagonista Bartolomeo Rebaudengo, un commissario severo, garbato e ironico (Un'indagine al nero di seppia, Tre trifole, Cappon magro, Come i tulipani gialli, Se son rose moriranno). 
Prima fantasy, poi testimonianza storica e poi noir? Perché no? Sono passaggi, gradini che ho salito con fatica, fino a trovare la strada. E dopo sei lavori per il piccolo editore genovese, ho incontrato chi cercavo: il giudice, qualcuno che dichiarasse senza tanti fronzoli, se sapevo scrivere. Un amico scrittore tedesco mi aveva indicato una persona di sua fiducia in quel di Milano, un'agente preparata che ha creduto nel mio lavoro. Da lei ho ricevuto preziosi consigli, accesso agli editori nazionali, ma anche doverosi scappellotti sulle orecchie (metaforici) per indulgenze narcisistiche, inciampi, errori, approssimazioni. Era necessario liberare il mio italiano da ciottoli e trucioli, fino a renderlo limpido e affilato. 
Dopo un addio imposto al mio commissario, ho pubblicato quattro noir con Garzanti (Un mare di silenzio, Dopo il nero della notte, Quando finiscono le ombre, L'ultima sonata). Nuova protagonista Ardelia Spinola, medico legale genovese, facile al mugugno, intuitiva e tenace. 
Nel frattempo una raccolta di racconti onirici, un rimando a quel mondo di eventi impossibili e spettri che fu l’esordio: Le Albicocche di Aglaia (Coedit, Genova). 
Garzanti ha rappresentato una sistemazione provvisoria, non ero ancora nello scaffale giusto. L'ultimo trasloco è recente e mi appare un ottimo traguardo. 
Cosa racconto nei miei libri? Il male quotidiano, non soltanto quello degli assassini, ma anche quello meschino, fatto di rancore e invidia, i peccati veniali dei derelitti, poveri o ricchi che siano. Mi piace però che piccole sorgenti di luce punteggino il buio e non siano soltanto illusioni, fuochi fatui senza consistenza. Piuttosto spunti di riflessione, suggerimenti di gestione perlomeno parziale del caos, o forse dell'infinito gnommero di Gadda, del quale è impossibile trovare il bandolo. Ma non sarebbe morale smettere di cercarlo. 
I paesaggi non sono sfondi di cartone, ma vibrano delle emozioni dei personaggi e le raccontano a modo loro: con la violenza del mare in burrasca, i cori assordanti delle cicale tra gli ulivi o la nebbia che annega filari, vigne e castelli. La mia è una terra di mezzo, uno di quei luoghi cari ai sognatori, dove la gente convive e collabora, ma guardandosi con sospetto da secoli. 
Di punto in bianco (NeroRizzoli, pagg. 356, euro 18,00) è la mia ultima storia. Bartolomeo è tornato, libero non soltanto da vincoli editoriali, ma anche dal ruolo severo di poliziotto. Un’eredità gli permette vita agiata e tempo per meditare sui mali del mondo. Come d'obbligo, accade che quei mali non restino materia di esclusiva riflessione per filosofi o sociologi, ma lo lambiscano, rinnovando lui il desiderio di comprendere, di risolvere e riportare se non l'ordine, perlomeno qualche risposta. Il romanzo parla di solitudine, di esclusione, inganni e apparenze. Il morto c’è, sta nei patti, e bisogna rendergli giustizia, non potendolo salvare dall'imbecillità altrui e dalla propria ingenuità. 
Il prossimo è già consegnato. Vado a zonzo per l'Italia a promuovere le mie storie, racconto ai ragazzi come un’intuizione possa diventare racconto, leggo, parlo con le persone. 
La Lettera 22 è in bella mostra vicino al camino, insieme alla stilografica, alla biro e ai foglietti volanti dalla vita breve. Del mio percorso ho capito una cosa: ci vuole tenacia, di sicuro, ma la tenacia senza i sogni è soltanto un'arida virtù.

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