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Un gioco innocente, due bambini scomparsi e un incubo che ritorna

A tenere banco nel terzo romanzo di Paolo Cammilli degrado e omertà, vendetta e perdono, vigliaccheria e ricatto. A seguire Laura Veroni, Armando d’Amaro e un’antologia d’élite edita da Einaudi


28/08/2017

di Mauro Castelli


La strada del successo per un autore è difficile da percorrere. Intanto bisogna saper raccontare storie che si adeguino al quotidiano, così come è necessario regalare spessore ai personaggi. Non bastasse, è indispensabile documentarsi sugli accertamenti scientifici («Che poi - ironizza l’autore - alla prova dei fatti non accertano nulla»), il tutto a fronte di una «ridicola involuzione del sistema probatorio». Fermo restando il fatto che, nella vita di tutti i giorni, a tenere veramente la scena sono i delitti irrisolti, quelli sui quali ognuno può dire la sua senza paura di essere smentito. E sui quali i settimanali ci ricamano alla grande.
È su questa falsariga, a nostro giudizio, che si muove la narrativa di Paolo Cammilli, nato a Firenze il 10 agosto 1974, una laurea in Giurisprudenza mai esercitata se non «in termini di pratica», anima e cuore della casa editrice Porto Seguro (con la quale ha pubblicato il suo primo libro, Maledetta primavera, i cui diritti - un successo supportato dal passaparola - sono stati poi acquistati dalla Newton Compton), oltre che organizzatore dallo scorso anno del Festival del libro della città del Giglio. Lui che si sarebbe riconfermato con Io non sarò come voi, per poi tornare ora sugli scaffali con Conta fino a dieci (Sperling & Kupfer, pagg. 302, euro 16,90), dove gioca sul sottile crinale che separa la vigliaccheria dal ricatto, la vendetta dal perdono, il buio dalla luce.
Che altro dell’uomo Cammilli? Un carattere espansivo e ironico, ottimista seppure diffidente, pronto ad arrabbiarsi di fronte alle ingiustizie; una passione dichiarata per il cinema, per i viaggi, per la montagna e, ovviamente, per la lettura, con una predilezione per Giorgio Bassani, Stephen King, Nicolò Ammanniti e Antonio Tabucchi. E l’approdo alla narrativa? «Nato così, spinto da cose che non tornavano nella vita».
Ma veniamo al dunque. In Conta fino a dieci Cammilli ha puntato sull’ambientazione catanese («Mai stata al centro di casi letterari, oltre che luogo di grande povertà poco raccontata. Spinto peraltro dalla curiosità di come avrebbero reagito i lettori del posto»). Un romanzo nel quale si è divertito a mettere in scena un uomo qualunque che, «sbattuto nella periferia della vita in cerca di un assassino, finirà per ritrovare se stesso».
Come da sinossi, a Cielo Rosso, un comprensorio popolare a sud di Catania, due bambini scompaiono, a pochi mesi l’uno dall’altro, mentre stanno giocando a nascondino. Un gioco che per i bambini rappresenta una cosa seria, in quanto chi conta è da solo mentre gli altri si trovano a sfidare il buio per nascondersi.
Due bambini scomparsi, si diceva. Un incubo che si ripete. Già quasi dieci anni prima era sparita una bambina, poi ritrovata in fin di vita lungo i binari della ferrovia che lambisce i palazzi. Un solo elemento, macabro e beffardo, accomuna i tre casi: i piccoli si perdono nel buio mentre stanno giocando appunto a nascondino. Troppo poco per avviare la caccia al colpevole o ai colpevoli, tanto più che nessuno ha visto niente, nessuno ha sentito niente. O forse tutti hanno visto e sentito troppo. Si sa come vanno queste cose in Sicilia. La verità è che centinaia di famiglie, impantanate nella miseria e nella disperazione, sembrano avere la bocca tappata dalla paura.
«Le indagini, mollicce e pavide, imboccano vicoli ciechi e marciscono come le ringhiere dei ballatoi». Oscar Baldisserri - un uomo che cerca di sgattaiolare via dai suoi fantasmi, un quarantacinquenne senza capo né coda (che, come al solito, «non capisce un cazzo») - viene catapultato fra quelle squallide muraglie di cemento. E sarà l’unico a porsi delle domande. Perché tutta quella violenza e rassegnazione, senza spiragli sul futuro, sono incomprensibili per chi nel quartiere di Cielo Rosso non ci è cresciuto. Lui che oltretutto «sa cos’è il perdono».
In un’inarrestabile discesa nel degrado ambientale, sociale e umano della provincia italiana forse più ambigua, grazie all’aiuto di un bambino taciturno e di Matilde, i cui occhi - eccitati dalla gioia oppure falciati dalla disperazione - accenderanno in lui «una passione tenera e spietata, lacerandogli la pelle più di tutti quei sassi che gli avevano scagliato contro», Oscar solcherà gli argini della propria coscienza pur di far affiorare la verità. Ma sarà un caso scomodo quello che si trova ad affrontare, di quelli sui quali si preferirebbe fare silenzio. Eppure sarà lui a far luce su quella brutta faccenda attraverso una discesa agli inferi che rappresenterà anche la sua occasione di riscatto.
Che dire: una storia di sconcertante attualità che trasuda sentimentalismo, ma che cattura e intriga, raccontata con personalità e una forza narrativa - pur nella sua semplicità - che non è da tutti. Una storia al limite che si nutre di personaggi ben tratteggiati: figure che, pur senza darlo a vedere, lasciano il segno e graffiano nel profondo. Una storia imbastita sulla ricerca di un assassino che rappresenta anche una ricerca dei valori perduti. E poi, quando di mezzo ci sono i bambini, tutto diventa più gravoso e complesso. Ma il sole, prima o poi, tornerà a splendere.
E questo è quanto. Anzi no. Ricordiamo infatti che Cammilli (un autore che scrive soltanto di notte e che si dichiara «abbastanza contento nonostante i problemi che ci circondano») è al lavoro per dare voce al suo quarto libro, una storia che si rifà «a un fatto di cronaca molto grave accaduto nel Dopoguerra». Perché per far sì che il lettore si affezioni è necessario «puntare su un qualcosa di forte, che sappia creare emozioni».

A questo punto spazio a Laura Veroni, che in Varese non aver paura (Fratelli Frilli, pagg. 224, euro 12,90) dà voce a una storia interpretata dal magistrato Elena Macchi e ambientata appunto a Varese, città dove l’autrice è nata il 14 aprile 1963 e dove - lei laureata in Pedagogia all’università Cattolica di Milano - ha insegnato Lettere. Da sempre attratta dalla scrittura, con i suoi racconti ha collezionato diversi premi, come il GialloStresa 2013, anno che l’ha vista primeggiare anche nel concorso Cartoline di Natale indetto da Meme Publishers. Fra i suoi romanzi ricordiamo Il ruolo (Autodafé edizioni), Thanatos (ilmiolibro.it), I ricordi di Lalla e Volevo essere felice (lulu.com) nonché I delitti di Varese (Fratelli Frilli). E ora eccola sugli scaffali con un nuovo noir di piacevole lettura, che si rifà a un fatto accaduto una ventina di anni prima lungo la strada che porta da Brinzio a Castello Cabiaglio, quando una ragazzina, che si stava allenando (aveva appena vinto la maratona dei Giochi della gioventù), venne aggredita in maniera brutale e selvaggia. Questo nel prologo, visto che la storia vera e propria prende avvio nel marzo 2012, quando il pubblico ministero Elena Macchi - un magistrato fascinoso e autoritario, duro quanto caparbio - si imbatte, tornando dal lavoro, in una sua giovane vicina di casa: Carla Allevi, di professione insegnante. Una donna complessa quanto enigmatica, della quale diventerà amica. Ovviamente il canovaccio non si limita a questo, in quanto un turpe episodio porterà il magistrato ad avvicinarsi al difficile mondo degli adolescenti attraverso la figura di due ragazzine, Sara ed Erika. E il ritrovamento del corpo senza vita di Rosario Accorsi, brutalmente ucciso dopo essere stato torturato, darà il via a una complessa indagine che assumerà presto risvolti impensabili. L’intera vicenda - come accennato - si svolge tra Varese e i comuni limitrofi, ma il mistero sembra rimandare sempre ai segreti dei boschi. E sarà proprio in un bosco, all’interno di quello che un tempo era stato un maestoso albergo, il Grand Hotel Campo dei Fiori, luogo diventato fatiscente e abbandonato, che Elena Macchi troverà la soluzione del caso. Curiosamente, Laura Veroni ha voluto scrivere quest’ultima parte del romanzo in onore del regista Dario Argento, in quanto il maestro del brivido, proprio presso il Grand Hotel Campo dei Fiori, ha ambientato alcune scene del remake del film Suspiria. «Grand Hotel che al momento della stesura del mio libro - tiene a precisare l’autrice in una nota - era ancora un edificio abbandonato e chiuso al pubblico. Ma che dall’ultima domenica dello scorso maggio, parzialmente restaurato, ha riaperto i battenti con l’inaugurazione della mostra dedicata all’architetto Giuseppe Sommaruga».

Sempre per i tipi della Fratelli Frilli di Genova suggeriamo Nero Dominante (pagg. 176, euro 11,90), un noir che l’autore - Armando d’Amaro - ha voluto ambientare a Genova nel maggio 1938, «cercando di amalgamare una vicenda di genere giallo con uno spaccato di storia dominato dall’ideologia fascista». La qual cosa «mi ha costretto a un superlavoro di documentazione cartacea, cinematografica e fotografica, oltre ad attingere ai ricordi di chi quel periodo lo ha vissuto in prima persona (dando così voce credibile all’abbinamento di personaggi reali e immaginari). In primis facendomi raccontare da mia madre (raffigurata com’era allora nella quarta di copertina e oggi fedele cronista, a 87 anni, degli avvenimenti di quel periodo) di tutto e di più. Lei che nell’ambito delle accoglienze, insieme a sua sorella, era fra le bambine che formavano un fascio littorio vivente per Benito Mussolini». Già, Mussolini, che era sbarcato dalla corazzata Cavour, insieme ai suoi gerarchi, per una visita ufficiale di quattro giorni in città. L’accoglienza, ovviamente pilotata, risultava rapportata alla popolarità del Duce, arrivata in quel periodo al suo apice. Tuttavia, come può succedere quando a tenere il comando è un dittatore, c’è qualcuno che ha intenzione di scombinargli le carte. Come da soffiata arrivatagli da un condannato per omicidio, il commissario Boccadoro si rende conto che sì, in effetti, qualcosa di grosso bolle in pentola. Da qui il rafforzamento delle misure di sicurezza mentre il Duce parla in piazza della Vittoria, visita opere pubbliche, si reca negli stabilimenti industriali, fa la sua comparsa nella Riviera di Levante. Insomma, Boccadoro deve fare di necessità virtù per non rischiare il posto, se non di peggio, visto che la faccenda non può essere presa sottogamba. In altre parole si deve fare in quattro per arrivare agli organizzatori del complotto. Che dire, con mano ferma e brillante l’autore riesce a regalarci uno spaccato credibile del Paese, segnato da personaggi reali e altri di invenzione. Dando voce a una Dominante perfettamente “ricostruita”. In altre parole tratteggiando alla grande le atmosfere e i costumi di una società che, lo si saprà in seguito, stava già imboccando la strada del disastro. Ma c’è anche un altro merito nel lavoro di Armando d’Amaro. L’aver riassunto, in coda al romanzo, gli “epiloghi” riguardanti i personaggi principali. Partendo dal condannato a morte per poi farci conoscere i due prolifici genitori di dieci figli e un altro in arrivo; dal politico che diventerà prefetto in varie città italiane al barbiere informatore; da una signorina intraprendente che aveva sposato un commerciate di pollame conosciuto nella casa di tolleranza dove lavorava a un uomo fatto prigioniero in Africa e rimpatriato dal Kenya nel 1945. Senza trascurare i grandi gerarchi, come Achille Starace, Giangaleazzo Ciano, sua moglie Edda Mussolini e via dicendo. Detto del libro, di piacevole quanto intrigante lettura, ricordiamo che Armando d’Amaro, nato a Genova nel 1956, oggi vive a Calice Ligure, in provincia di Savona. Lui che dopo essersi laureato in Giurisprudenza e aver praticato attività forense e accademica, si sarebbe dedicato alla scrittura noir e alla critica d’arte moderna. Lui che ha pubblicato Delitto ai Parchi, La Controbanda, La farfalla dalle ali rosse, Liberaci dal male (scritto a quattro mani con il criminologo Marco Lagazzi), Il testamento della Signora Gaetani e La mesata. Che altro? Ha curato le antologie Incantevoli stronze e Donne, storie al femminile; ha scritto racconti usciti in diverse antologie e riviste, mentre il suo monologo Atlassib è stato rappresentato con successo a teatro. Infine ha firmato numerosi testi per artisti, peraltro tradotti anche in inglese e russo.

Ultimo suggerimento per gli acquisti un’antologia di grandi firme, una specie di toccasana narrativo per questi sgoccioli d’estate, edita dalla Einaudi. Ovvero Delitti a luci rosse (pagg. 236, euro 13,00): undici storie raccontate da grandi firme del presente in abbinata a storici protagonisti del passato. Come Alfred de Musset, scrittore e drammaturgo francese, una delle figure emblematiche del romanticismo letterario; Guy de Maupassant, uno dei padri del racconto moderno; e l’austriaco Arthur Schnitzler, noto per aver messo a punto il monologo interiore, un artificio narrativo volto a descrivere lo svolgersi dei pensieri dei suoi personaggi. Poi ci sono gli scrittori di mezzo, dal punto di vista anagrafico, come quel geniaccio di Ed McBain (nome d’arte di Evan Hunter, peraltro nato Salvatore Albert Lombino in quanto figlio di immigrati italiani), sino ad arrivare a Joe R. Lansdale, passando per James Grady, Andrew Klavan e Joyce Carol Oates. Senza ovviamente trascurare tre numeri uno della nostra narrativa: ovvero Carlo Lucarelli, Guido Cantini e Gianni Biondillo. Tante storie, si diceva, legate a un unico filo conduttore, quello della passione amorosa. Non c’è infatti movente più forte per un crimine che il sentimento di vendetta nascosto tra le lenzuola. E lo sanno bene i maestri del giallo che, da sempre, hanno cercato vittime e carnefici scavando a tutto tondo negli ingorghi sentimentali. In altre parole giocando a rimpiattino con il male legato ai sentimenti e alla gelosia. Magari osservando che le mani che sino a poco prima si sfioravano con dolcezza e lussuria, un attimo dopo possono impugnare una pistola. Ed è appunto partendo da queste variegate considerazioni che la Einaudi ha deciso, attraverso la curatela di Fabiano Massimi, di rapportarsi con le forme più conturbanti e sensuali del giallo. Dietro alle quali si nasconde sempre una buona dose di sangue. Risultato? Una chicca da non perdere.

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