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Un giornalista in crisi di identità, un antico mistero, una verità che potrebbe cambiare molti destini…

Ne Il viale dei cancelli la debuttante Enrica Mormile dà voce a una Sicilia immaginaria, ma certamente credibile, in bilico fra passato e presente. Risultato? Una specie di metafora in chiaroscuro della vita. Con la ipercritica benedizione al seguito di una bacchetta famosa, quella del marito Peppe Vessicchio


13/02/2020

di Mauro Castelli


A sentirla, così piacevolmente accattivante, verrebbe voglia di conoscerla di persona Enrica Mormile. Portatrice com’è di una sensibilità e di una delicatezza che conquista, in abbinata a una ricca dose di simpatia che sembra rappresentare il biglietto da visita di famiglia. Suo marito, infatti, è il maestro Peppe Vessicchio, diventato da qualche anno - ma è solo un citare - l’osannato beniamino del pubblico del Festival di Sanremo (“Un uomo speciale, che ho sposato nel 1989, molto amato anche dai nostri amici”). 
Di fatto una solida coppia che, negli ultimi tempi, ha deciso di imboccare la strada della narrativa: lui dando alle stampe La musica fa crescere i pomodori, un saggio pop autobiografico - ricco, profondo e al tempo stesso divertente - sul talento, sulla passione e sulla capacità di trasferire l’armonia naturale della musica nelle nostre vite; lei addentrandosi sulle strade, più difficili da praticare, del giallo. Risultato? Il viale dei cancelli (Albatros, pagg. 320, euro 16,50), un romanzo che si nutre di una scrittura semplice quanto accattivante, ferma restando una trama che ha un suo perché, peraltro sorretta da un intrigante titolo che si rifà a un episodio accaduto alcuni anni fa. 
Così ecco Enrica - scultrice di un certo spessore, oltre che mano calda del disegno (suo è il cancello che tiene banco in copertina, incompleto e sfuggente nella parte destra per lasciare intendere che tutto può succedere se sappiamo guardare oltre) - ricordare: “Eravamo nel giardino di Benedetto e Francesco, nostri vicini di casa in campagna, per una cena fra amici. Si parlava del più e del meno, con frammenti di discorsi a intrecciarsi e scivolare via. Sin quando Francesco si mise a raccontare di una strada che percorrevano d’estate, lui e la famiglia, vicina alla loro abitazione: la strada dei cancelli appunto. Cancelli che avevano la caratteristica di essere uno più estroso dell’altro, con la curiosità al seguito di non avere ai lati né muri né recinzioni”. 
Si trattò, per la nostra autrice - una donna, a suo dire, dalla testa dura, appassionata di quello che fa, con la mania del controllo incorporata -, di una specie di colpo di fulmine. Così la sua fantasia si mise a galoppare. Tanto che pochi giorni dopo “stavo già imbastendo una storia, in quanto ritengo che ognuno di noi abbia un suo personale viale dei cancelli, se vogliamo una specie di metafora della vita, che si può identificare nelle vie d’uscita e di entrata dei nostri ricordi e dei nostri sogni, delle nostre paure e dei nostri salti nel buio, delle nostre gioie e dei nostri dolori”. 
Detto questo spazio alla trama, imbastita sulla figura di un giornalista in crisi di identità, Giacomo Zaga, il quale - pressato da alcuni eventi che gli hanno sconvolto l’amata vita professionale (si è licenziato dopo tredici anni dal suo giornale per incompatibilità con il nuovo direttore) e anche quella personale (segnata dalla rottura della relazione sentimentale con Elisa) - decide di “cambiare strada”. Forse per cercare di sconfiggere anche i suoi ricorrenti attacchi di panico. 
Questa scelta lo porterà, al volante della sua vecchia Mini Morris, in un piccolo centro dell’entroterra siciliano, Fontepetra Castronìa, incuneato nel cuore del Parco naturale dei monti Nebrodi, a 920 metri d’altezza. Da dove, nei giorni più limpidi, si può vedere il mare e anche lo Stromboli “sputare i suoi lapilli incandescenti”, mentre di notte, dietro le cime dei monti più alti alle spalle del paese, tengono banco “le lingue di fuoco” dell’eruzione dell’Etna. 
E in questo luogo di fantasia (“Frutto tuttavia di un ricordo legato a una mia vacanza in Sicilia, una terra bellissima che aveva dato i natali a mio nonno”) Giacomo, sin da subito ribattezzato come lo “Straniero dalle gambe lunghe”, si troverà coinvolto in una vicenda complessa e misteriosa che, attraversando uno scorcio del secolo scorso, arriverà sino ai giorni nostri. Fra scandali e omicidi, fughe e inseguimenti, ricchezze e povertà, fatti del passato che si intrecciano con quelli del presente. 
Il tutto a fronte di una trama imbandita su due diversi crinali narrativi: il primo rappresentato dal quotidiano, ovvero la casa-pensione Etnea gestita dalla vedova Agata Paternò dove il protagonista è andato ad abitare, la biblioteca dove si è messo a fare ricerche per scrivere una serie di articoli sui cambiamenti tecnologici nei piccoli centri, il Nuovo Caffè del Municipio, la trattoria di Nicola, detto Don Cola, e di sua moglie Anna (con la quale, la cucina s’intende, era stato amore a prima vista) e i luoghi dove abita… Bianca; il secondo legato ai contenuti misteriosi della storia, che si dipana “fra silenzi e omertà, colpi di scena e sorprese elargite poco a poco in un crescendo di pathos, dove ogni nuovo fatto ne innesca un altro che porta alla scoperta di altri segreti su cui indagare”. 
Per non parlare del fatidico “viale dei cancelli” e delle tante piccole tessere di un mosaico che permetteranno di comporre il grande quadro della vita irrequieta e inquieta della gente del posto. Fermo restando, come da note editoriali, che “la sfida di Giacomo Zaga, deus ex machina di una storia che lo sta aspettando da oltre ottant’anni, sarà non solo quella di risolvere un antico enigma che ha offuscato per decenni la vita dei protagonisti, ma di portare alla luce una verità che cambierà per sempre i loro destini”. 
Detto questo spazio al privato di Enrica Mormile, gratificata dagli “inaspettati” complimenti dei lettori. Uno in particolare, ovvero quello che gli è stato rivolto da un amico regista: “Nella vita non si può vivere senza sogni e il tuo libro mi ha fatto sognare. Non smettere quindi di scrivere”. E lei non ha alcuna intenzione di smettere, precisando: “Generalmente mi applico al mattino presto, con i miei animali a farmi compagnia: un cagnolino di nome Marì, una enorme belva di nome Audrey e un gatto chiamato Gatto. Chiaro il riferimento, negli ultimi due casi, alla simpatia che abbiamo nutrito, e ancora nutriamo, per l’attrice Audrey Hepburn”. 
E in fatto di animali c’è anche un ricordo ancora vivo nella memoria di Enrica. Ma andiamo con ordine. “Sono nata a Tripoli il 10 maggio 1949, dove si erano trasferiti i miei nonni, sia materni che paterni. I quali, in Libia, avevano avuto in concessione, come molti altri italiani, lotti di terreni che avevano trasformato in bellissime campagne coltivate a mais, olivi e via dicendo. A sua volta mio padre Umberto si era dedicato all’edilizia, diventando l’imprenditore più importante della città. Ma le cose a un certo punto precipitarono e nell’estate del 1960, quando avevo undici anni, fummo costretti a fare le valige”. 
Successe però che in dogana, “mentre ce la davamo a gambe senza darlo a vedere, le guardie insospettite ci chiedessero (visto che ci conoscevano) come mai ci portavamo dietro i nostri due cani, una mamma con il suo cucciolo. Mentimmo dicendo che nessuno ce li voleva tenere, e che se per caso loro fossero stati interessati a fare i dog sister erano i benvenuti. Così la scampammo…”. 
In seguito “ci saremmo stabiliti a Napoli in quanto avevamo dei parenti, città dove avrei frequentato il liceo classico a una condizione: che una volta ottenuto il diploma avessi potuto frequentare l’Accademia di Belle Arti, in quanto avevo il pallino della scultura. Salvo rendermi conto che modellare la materia non era poi così facile…”. In ogni caso il suo talento, Enrica, lo avrebbe rivolto anche altrove. Come appunto nel disegno e, ovviamente, nella scrittura, sotto l’occhio attento dell’ipercritico marito Peppe Vessicchio (musicista e arrangiatore, direttore d’orchestra e compositore) nonché della figlia Alessia (“Che mi ha sempre sostenuta con la forza della sua dialettica”). 
Alessia che “mi ha reso nonna di Teresa, la quale - a sua volta mamma da un anno della piccola Alice - ha sempre creduto ciecamente in me, pronta a ricordare quando, da piccola, si addormentava cullata dalle storie dell’oca magica Chiacchierina che inventavo per lei”.   
Insomma, una voglia di raccontare di vecchia data. In effetti, “oltre a leggere in continuazione (con un debole dichiarato per Andrea Camilleri, che a suo dire purtroppo non ha mai incontrato), scrivo da vent’anni, ma sinora non mi ero mai decisa a pubblicare, tanto è vero che ho già pronti altri quattro romanzi. Il primo della lista è intitolato Il fantasma del Tribunale, un giallo non giallo ambientato nel palazzo di giustizia di Castel Capuano (Napoli), dove si rifugia un ragazzo per sfuggire a un’accusa ingiusta. E fra quelle mura incontrerà personaggi di ogni tipo, persino un fantasma vero”. Insomma, una storia a prima vista curiosa e intrigante. Aspettiamola quindi, il più presto possibile, sugli scaffali delle librerie…

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