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Un giovane abusato e un complesso percorso di condivisione

A sfidare l’omertà dell’Israele più ortodosso, nel film-documentario M, è la francese Yolande Zauberman, sempre in prima fila nell’impegno sociale


29/10/2018

di Niccolò Gangi


“Mi hanno detto che durante un rapporto sessuale è opportuno che ognuno pensi al suo rabbino”. E ancora: “Due ragazze possono generare un figlio? Risposta: No, perché non hanno genitali”. Infine: “Dopo il matrimonio posso baciare mia moglie?”. Queste e altre simili considerazioni condividono tra loro gli haredi di Bnei Brak, ebrei ultra-ortodossi protagonisti di M, quando si trovano a parlare a gruppetti. Solo se c’è una però particolare confidenza. A Bnei Brak, piccola cittadina a est di Tel Aviv, il sesso in ogni sua forma - ma anche ogni tipo di affettività fisica, il rapporto figli-genitori, moglie-marito - è vissuto come un tabù dai “timorati di Dio” (traduzione dell’ebraico di haredi) che formano la comunità. 
M segue il ritorno nella sua città natale di Menahem Lang, noto fin da ragazzo per la gentilezza, la diligenza nel seguire la dottrina e una voce d’oro che lo faceva risaltare nei canti liturgici. Menahem lascia Tel Aviv, in cui si è trasferito da qualche anno, e torna a Bnei Brak per affrontare i motivi che l’hanno spinto ad andarsene e per riconciliarsi con un passato da cui è stato segnato inevitabilmente: durante gli anni della sua educazione tre diversi rabbini hanno abusato di lui. 
L’esempio di Menahem apre la porta di un mondo proibito e altri giovani uomini si uniscono a lui in percorso di condivisione che, scontrandosi con l’omertà silenziosa a cui costringono la vergogna e il buon vivere sociale, vuole portare al ricordo, all’accettazione e al superamento del trauma. 
Altre violenze da parte di rabbini, genitori che disconoscono un figlio violato, due fratelli che abusano del minore mentre quello finge di dormire… A Bnei Brak ovunque vige la regola del silenzio, nelle scuole, nei templi, tra le pareti della propria stessa casa. Le vittime tacciono, spaventate dallo spettro di un circolo vizioso che da sempre trasforma gli stuprati in stupratori. Menahem Lang racconta la sua storia per spezzare il circolo. 
Grazie a questo lavoro, Yolande Zauberman si è aggiudicata il Premio della Giuria al settantunesimo Festival del Cinema di Locarno. Non è una novità per la regista francese, che ha già partecipato ed è stata premiata in numerosi concorsi (Cannes, Mosca, Venezia) presentando opere sempre coraggiose per la scelta di temi scomodi in momenti delicati. 
È evidente come i premi non siano il fine ultimo della produzione della Zauberman, che dal primo all’ultimo lavoro dimostra ogni volta quanta importanza abbia l’impegno sociale nella sua concezione di cinema. A titolo d’esempio: Classified People, primo documentario della regista, realizzato nel 1987, racconta l’apartheid in Sudafrica quando ancora Mandela era in prigione. Would You Have Sex With an Arab?, invece, ultimo lavoro prima di M, indaga i rapporti tra le varie etnie che abitano in Israele: la regista si sposta in vari luoghi di Tel Aviv e chiede di volta in volta, a seconda dell’intervistato, “faresti sesso con un arabo/a?” o “faresti sesso con un ebreo/a?”
M è un documentario senza filtri e, proprio in virtù di questo suo parlare crudo, riesce a trattare in modo diretto ed efficace un tema per cui è sempre costante il rischio di sconfinare nella retorica semplicistica di giusto/sbagliato, uomini/bestie, bene/male. Menahem Lang e gli uomini che si uniscono a lui per condividere la propria esperienza parlano con assoluta libertà, dando forma, frase dopo frase, a concetti sinceri, sconnessi e, a volte, anche difficili da ascoltare. 
Menahem stesso, quando parla dei rabbini che hanno abusato di lui, non nega il rapporto controverso che lo legava ai suoi carnefici. Non cerca di giustificarli, però racconta di non aver mai ricevuto affetto dai suoi genitori, che avrebbe dato tutto pur di ricevere un bacio o un abbraccio. A differenza dei suoi, il rabbino lo toccava. “It wasn’t a good touch - dice Menahem, consapevole di parlare di un contatto insano, malato -. It wasn’t a good love. Eppure, in qualche modo, da quel contatto sentiva di ricevere un affetto che gli mancava in maniera atroce. Se sono mai stato innamorato di lui? - si chiede a un certo punto -. Non lo so. 
M però è anche divergenza di opinioni: l’esperienza che per Menahem è stata dolore ma insieme compensazione perversa di un affetto mai ricevuto, per altri è stata qualcosa di completamente diverso. Ogni “personaggio” del documentario racconta la sua propria singolarissima storia - c’è chi ha fatto finta di dormire perché non voleva far sapere allo stupratore di essere consapevole, chi ha pestato a sangue tutti quelli che hanno abusato di lui una volta cresciuto - confrontandosi con gli altri senz’ansia di imporre una propria opinione o paura di venire giudicato. La pluralità di tante voci, a tratti dissonanti, parla allo spettatore meglio di un discorso ben confezionato e rende chiaro come casi del tipo di Bnei Brak non possano essere trattati come fenomeni di massa, da risolvere con qualche meccanismo automatico della psicologia o con un’indagine sociologica, ma siano un insieme di storie particolari che richiedono ognuna una propria “cura” particolare. 
E ancora: M è anche un modo per le vittime di superare ciò che è accaduto loro. In una scena Menahem è disteso sul letto, sul punto di addormentarsi, quando guarda in camera. È accesa, forse per caso. Menahem parla sbiascicando le parole come chi è cosciente solo in parte: se è stato licenziato dal lavoro – dice – non è perché è stato violentato, se ha divorziato non è perché è stato violentato, ma quando la gente scopre cosa gli è successo, il modo in cui lo guarda… sono quegli sguardi che bruciano più di ogni altra cosa. La gente in realtà non lo ascolta e questo è il suo modo per far sentire davvero la sua voce. 
In buona sostanza questo lavoro, al tempo stesso, è denuncia e inchiesta, come afferma la regista stessa. Le parole di Zauberman, che cita Kafka, sono un manifesto migliore di qualsiasi immagine: “Sono tra gli uomini con un coltello per ferirli; sono tra gli uomini con un coltello per proteggerli. Questo film è il mio coltello”.

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