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Un giovane spacciatore paranoico, una poliziotta al suo primo caso importante, una battaglia esistenziale e morale

Torna sugli scaffali, a quattordici anni di distanza, Rosa elettrica, un romanzo ancora attualissimo firmato dall’eclettico Giampaolo Simi. Un lavoro peraltro incentrato su un interrogativo: vale davvero la pena rischiare la vita per salvare quella di un delinquente?


29/03/2021

di MASSIMO MISTERO


Una penna che graffia e intriga allo stesso tempo, oltre a indurre alla riflessione, quella di Giampolo Simi, nato a Viareggio il 10 settembre 1965, cittadina dove tuttora vive e dove ha frequentato il liceo classico Carducci per poi iscriversi (“Sbagliando”) alla facoltà di Scienze politiche in quel di Pisa. Ma la frequenza - come ebbe a raccontarci alcuni anni fa - ebbe vita breve, in quanto iniziò a lavorare, impaginando e correggendo bozze, in una piccola casa editrice. Ovvero “la rimpianta Baroni, con la quale pubblicai nel 1996 il mio primo libro, Il buio sotto la candela, stampato in mille copie e incentrato, a livello di eresia in termini di memoria, sulla Linea Gotica e le relative stragi”.  
D’altra parte la scrittura ha sempre fatto parte del suo Dna. Non a caso aveva iniziato a darsi da fare prestissimo. Addirittura quando aveva appena quattro anni (“Sì, proprio a quattro anni”), dando voce a un raccontino giallo di 25 righe “per mia madre Mirte, utilizzando la Olivetti di mio nonno. In realtà il momento dell’impegno sarebbe arrivato soltanto alla fine del liceo giocando sul fantastico e sull’horror, a quei tempi una specie di narrativa clandestina che sarebbe diventata popolare negli anni Novanta”. 
Una passione, quella per la penna, ovviamente supportata dal piacere della lettura, con un debole dichiarato per i romanzi “di Georges Simenon (orfani di Maigret), ma anche per Jean Patrick Manchette (un autore potente quanto fuori dal coro), oltre che per Antonio Franchini, Francesco Biamonti e Luciano Bianciardi, gli irrequieti che hanno portato l’italiano al di fuori della retorica”. Ferma restando una passione allargata al giornalismo e alla sceneggiatura. 
Un passo indietro. A contribuire al suo ingresso nella narrativa gialla sarebbe stata - repetita iuvant - il suo rapporto con il Gruppo dei 13 di Bologna, un coagulo di scrittori che, sotto la spinta di Loriano Macchiavelli, “praticavano” il genere poliziesco. E non si trattava di un gioco, visto che a tenere la scena erano autori del calibro di Carlo Lucarelli, Marcello Fois, Danila Comastri Montanari, Pino Cacucci, Sandro Toni, Gian Piero Rigosi e, soprattutto, “Luigi Bernardi, un uomo al quale devo davvero molto”. 
Sullo slancio di questa esperienza Giampaolo Simi avrebbe fra l’altro pubblicato, per i tipi della Einaudi, Il corpo dell’inglese e la nostra riproposta (Rosa elettrica, appunto), nonché La notte alle mie spalle (e|o editore). Quindi nel 2015, con Cosa resta di noi (Premio Scerbanenco, che lo aveva visto finalista anche con Direttissimi altrove e Tutto o Nulla), sarebbe entrato a far parte della scuderia Sellerio, con la quale avrebbe dato alle stampe, tanto per citare, La ragazza sbagliata (premio letterario Chianti 2018), Come una famiglia e I giorni del giudizio
Ma veniamo ai contenuti di Rosa elettrica, dove incontriamo la trentenne Rosa alle prese con il suo primo incarico importante in polizia. Una donna peraltro dai risvolti familiari non proprio ideali, a cominciare dal padre rovinato da un’e­spe­rien­za in campo biologico e qua­si im­paz­zi­to. Rosa, si diceva. Una lau­rean­da fuori corso in Fi­lo­so­fia che ha molti spa­si­man­ti, nes­sun amo­re e che vive in una man­sar­da. La quale - dopo un anno e mez­zo di vo­lan­te, uno di stra­da­le in quel di Casale Mon­fer­ra­to e sei mesi di cor­so - si trova a doversi confrontare con un giovane de­lin­quen­te, paranoico, co­cai­no­ma­ne e vio­len­to. 
Lei che da piccola credeva di avere dei superpoteri (in realtà a metterglielo in testa era stato suo fratello Diego), ma il caso che le è stato affidato sembra fatto apposta per smentirla. In altre parole dovrà proteggere Daniele Mastronero, detto Cocìss, uno strafottente giovanotto di appena 18 anni - lunghi ca­pel­li neri, ci­ca­tri­ci sot­to gli oc­chi, nonché anal­fa­be­ta dislessico - che però si propone come un feroce capozona di due piazze di spaccio di eroina, cocaina, crack e bottigliette a prezzi popolari (piazze forti di una decina di soldati, pusher, vedette e sentinelle). 
Appena arrestato, Cocíss decide di collaborare e viene inserito in un programma di protezione. Per questo dovrà essere trasferito (con Rosa nel ruolo di sorella) in una località segreta, ovvero in un’ab­ba­zia be­ne­det­ti­na “trasformata” in una co­mu­ni­tà di recupe­ro. Anche perché le sue preziose informazioni sulla sanguinosa faida che vede contrapposti due clan della zona consentiranno una massiccia operazione di arresti (non a caso il commissario capo D’Intrò ha messo a punto un piano ambizioso per sgominare questo collaudato sistema di potere criminale). Tuttavia non tutto filerà via liscio, perché a tramare nell’ombra non c’è solo la criminalità organizzata... 
In effetti nel programma di protezione del ragazzo si sono aperte falle inquietanti. Rosa si troverà così alle prese con un labirinto di sospetti e presentimenti, a fronte di un buco nero dagli inquietanti risvolti e dai molti interrogativi. Ad esempio: chi è davvero Cocìss? E chi lo vuole morto? Un buco nero che la costringerà a chiedersi quale sia davvero il suo dovere e se vale la pena di rischiare la vita per questo giovane delinquente. Oltre tutto non avrà molto tempo per decidere. 
Il giudizio? Un canovaccio di piacevole lettura che ha un suo perché, sorretto da un linguaggio forte, scandito da frasi brevi, ficcanti, mai banali che inducono alla riflessione. A fronte di una storia che, scritta più di quattordici anni fa, conserva ancora la freschezza dell’attualità. Come dire, i tempi cambiano ma la musica invece no. 
E qui potremmo finirla. In realtà ci piace riportare qualche altra nota catturata durante la citata intervista a questo talentuoso scrittore, il quale si propone cordiale e disponibile soltanto se preso per il verso giusto, in ogni caso disposto ad arrabbiarsi di brutto “soltanto sui campi di calcio” (ha infatti dato del suo giocando nella nazionale italiana scrittori). Lui pronto a dichiarare grande interesse per i libri di Georges Simenon (“Meglio se orfani di Maigret”) in abbinata a quelli di Jean Patrick Manchette, fermo restando il dovuto tributo ad Antonio Franchini, Francesco Biamonti e Luciano Bianciardi, “le irrequiete penne che - a suo dire - hanno portato l’italiano al di fuori della retorica”. 
E ancora: lui che suona la chitarra nei “Flying Circus”, band così chiamata in onore dei Monty Python e del loro eterogeneo repertorio pop e rock; lui pronto a criticare il fatto che la pandemia e la relativa crisi economica abbiano inciso, e non poco, su scuole, musei e biblioteche; lui che spesso andava in vacanza in Irlanda, anche se la sua meta preferita era Berlino, una città dove gli sarebbe piaciuto vivere; lui che si dice orgoglioso di essere tradotto in Germania e soprattutto in Francia; lui che - covid permettendo - approfitta delle attese nelle stazioni ferroviarie per scrivere, complice il suo pendolarismo Viareggio-Roma e viceversa, che gli consente la limatura di “certi passaggi complicati” dei suoi lavori. 
Che peraltro non sono solo gialli, in quanto strada facendo si è proposto come soggettista e sceneggiatore di serie televisive di successo come Ris, Ris Roma e Crimini, nonché autore della fiction Nero a metà interpretata da Claudio Amendola e diretta da Marco Pontecorvo. Inoltre, a quattro mani con Wilma Labate, ha firmato il soggetto del documentario Arrivederci Saigon, presentato nel 2018 alla 75ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Così come lo scorso anno si è divertito a dare voce, con l’attrice Piera Degli Esposti, a L’estate di Piera.

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