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Un gradito ritorno in libreria, “Due di due” di Andrea De Carlo, in una accattivante edizione speciale

La storia - illustrata per l’occasione dall’autore - conserva tutta la freschezza narrativa della prima volta, che risale peraltro a trent’anni fa. A fronte di un racconto che si addentra fra le vite di due amici i quali, dopo essersi nutriti di Sessantotto (ovvero un comune desiderio di libertà e un certo disprezzo per il mondo che li circonda), finiscono per prendere strade diverse 


04/11/2019

di Valentina Zirpoli


Repetita iuvant. Nel senso che un bel libro è sempre un bel libro. Lo sanno bene i lettori, che non mancheranno di apprezzare il ritorno sugli scaffali di Due di due (pagg. 504, euro 20,00), un lavoro - scritto da Andrea De Carlo - che era stato dato alle stampe per la prima volta nel 1989 da Mondadori, quindi ripreso da Bompiani nel 2009 e ora riproposto da La nave di Teseo in una accattivante edizione speciale, arricchita da alcuni disegni realizzati per l’occasione dallo stesso autore: “Non con l’intenzione di illustrare specifiche scene, ma di rappresentare situazioni, luoghi, persone, animali, oggetti che mi venivano in mente”. 
Si tratta di “una storia che - come tiene a precisare De Carlo
in una nota autografa - ha incontrato molti più lettori di quanti ne avessi immaginato mentre lo scrivevo. E ancora ne incontra. Inoltre non smette di colpirmi che tante persone abbiano ritrovato, e ritrovino, parti di se stesse nel mio libro. Ed è a loro che dedico questa edizione, con l’augurio che non smettano mai di guardare il mondo con lo stesso spirito critico e irrequieto dei miei due protagonisti”. 
In effetti questo romanzo racconta la storia di due ragazzi, Mario (la timida voce narrante) e Guido Laremi, che vivono il Sessantotto sui banchi del ginnasio e risultano uniti da un comune desiderio di libertà e da un certo disprezzo verso il mondo che li circonda (tipico del periodo). 
Caratterialmente all’opposto, Mario proviene da una famiglia borghese, risulta incapace di prendere decisioni e si fa trascinare dalla vita e dall’amico. Diventando quasi succube della personalità di Guido, anche se strada facendo dimostrerà una personalità più costruttiva di quella che ci si sarebbe aspettata. A sua volta Guido, giovane carismatico quanto ribelle, mostra un forte disprezzo contro l’ipocrisia e la corruzione morale della sua epoca. Ma a conti fatti non risulta capace di costruirsi una vita e una relazione stabile. Finirà così per girare il mondo vivendo di lavori saltuari. E quando tornerà in Italia morirà, dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo, in un incidente stradale. 
Ovviamente per Mario la sua fine risulterà devastante. Perché sarà “la perdita della sua metà complementare, del carattere inventivo e irrequieto che rendeva possibile la sua tranquilla, produttiva esistenza”. Inoltre, con la sua scomparsa, si chiuderà un’epoca di immaginazione, di conflitti oltre ch e di creatività. Insomma, niente sarà più come prima. La qual cosa porterà Mario a una inaspettata quanto violenta azione: quella di incendiare la casa in cui l’amico avrebbe dovuto vivere, per poi smantellarne quello che ne rimane. 
Un passo indietro, e siamo ancora alle prime fasi della storia, quando cioè i due amici entreranno per un breve periodo in un gruppo anarchico. E sebbene il comportamento di Guido, caratterizzato da una certa tendenza alla provocazione e all’assecondare la sua emotività, susciti qualche perplessità nell’amico, quest'ultimo lo appoggerà sempre, anche se all’insegna di ragionate autocritiche, sentendosi peraltro “incapace di fuoriuscire dagli schemi di quella vita borghese nella quale si sente ingabbiato”. 
Ovviamente la vicenda si rifà anche ai sentimenti. A un certo punto, secondo logica narrativa, entrambi si innamoreranno: Guido di Nina, una ragazza milanese d’alto bordo, con la quale vivrà un rapporto lungo e tormentato a causa delle differenze sociali; Mario, invece, inizierà una storia con Roberta, conosciuta nel circolo anarchico. E vivrà questo rapporto all’insegna della passione, sin quando si trasformerà (lui svogliato anche se bravo studente di Filosofia, lei impiegata in una azienda di pubblicità) in una soffocante routine. Così verrà rimpiazzata da Martina. Il tutto inframmezzato da viaggi e nuovi innamoramenti. 
Di fatto in cinquecento pagine di cose ne succederanno parecchie. Ma ci fermiamo qui. Fermo restando il suggerimento al lettore di continuare a seguire le avventure dei nostri due protagonisti. Anche perché sarà una lettura piacevole quanto gratificante. Giocata su figure, lo ripetiamo, “dai caratteri opposti, ma complementari e simbiotici”. A fronte di una “amicizia straordinaria, raccontata dall’adolescenza all’età adulta, attraverso i dubbi, le scelte, le possibilità contrastanti che ognuno si trova di fronte nel corso della vita”. In buona sostanza un “classico contemporaneo, condiviso da sempre nuove generazioni di lettori”. 
Detto del libro, spazio all’autore, riprendendo il quadro nato da una approfondita intervista di qualche tempo fa. Andrea De Carlo è nato a Milano l’11 dicembre 1952 da madre piemontese e padre genovese (a sua volta figlio di un siciliano e di una cilena). “Papà era un (noto) architetto, mamma una traduttrice dall’inglese. Ed è stato merito loro se mi sono appassionato alla lettura sin da piccolo, visto che la casa era zeppa di libri, ma senza il televisore. Una specie di sofferenza, in quanto mi isolava dai compagni quando parlavano delle trasmissioni più seguite”. 
Sta di fatto che in quel contesto “mi sarei innamorato di autori come Flaubert o i grandi russi dell’Ottocento, senza trascurare saggi storici e biografie. Iniziando a scrivere quand’ero ancora un ragazzino, per poi fare il salto di qualità quando mia madre, per il mio diciottesimo compleanno, mi regalò una portatile, una storica Lettera 22 di colore rosso che purtroppo mi è stata rubata, con la quale mi sarei sbizzarrito a buttare giù appunti, racconti, lettere, ma anche due interi romanzi mai pubblicati (in quanto considerati esercizi di ricerca e formazione, che ho ancora nel cassetto, ma onestamente di scarsa qualità) e, infine, i miei primi due lavori pubblicati. Insomma, sarebbe stata quella macchina per scrivere a fare la differenza”. 
A partire da un successo consolidato, Treno di panna, “che avevo inviato a diversi editori ricevendone un’unica risposta, peraltro negativa: quella di Natalia Ginzburg della Einaudi. Fortuna volle che Italo Calvino (un uomo di poche parole, per certi versi enigmatico) non fosse dello stesso avviso. Calvino che una settimana dopo mi scrisse assicurandomi invece il suo appoggio alla pubblicazione”. 
Che altro? La frequenza, all’ombra della Madonnina, del liceo classico al Berchet (guarda caso protagonista dei primi capitoli di Due di due), quindi una laurea in Lettere moderne. E a Milano, pur in un contesto di insofferenza, avrebbe visto maturare il suo percorso di formazione anche al di fuori degli studi. 
Ad esempio, durante l’ultimo anno di liceo, avrebbe iniziato a occuparsi di fotografia come secondo assistente (“Non pagato”) di “quel genio di Oliviero Toscani”. Ma sarebbero stati soprattutto i suoi trascorsi all’estero a completarne la formazione. Ad esempio i lunghi periodi vissuti negli Stati Uniti (dove, oltre a insegnare italiano, avrebbe fatto anche il “il cameriere in un ristorante”), ma pure in Australia dividendosi fra Sidney, Melbourne e il Queensland. Per poi puntare sul Centro e il Sud America, nonché su diverse città europee. 
Tornato in Italia, avrebbe diviso il suo tempo fra Milano, Roma e la campagna delle Marche. Sin quando, nel 1981, Einaudi non gli pubblicò il citato Treno di panna, scritto in inglese con il titolo Cream Train, supportato da una prefazione di peso: quella appunto di Italo Calvino. Un successo internazionale che anni dopo sarebbe approdato sul grande schermo per la regia dello stesso De Carlo, con l’interpretazione di Sergio Rubini. 
A quel punto la sua strada di scrittore sarebbe risultata tutta in discesa, a fronte di 19 romanzi tradotti in 26 Paesi e di un venduto a sei zeri. Lui che aveva beneficiato anche degli apprezzamenti di Federico Fellini, che ricorda con queste parole: “Mi venne presentato in occasione del Premio Comisso, che avevo vinto e del quale la moglie Giulietta Masina era la madrina. Successivamente lo tornai a incontrare a Roma mentre stava preparando il soggetto del film E la nave va e mi chiese se volevo fargli da assistente. Fu così che lavorai con lui per circa un anno”. Un’esperienza costruttiva quanto intrigante (in seguito allargata anche a una collaborazione con Michelangelo Antonioni) che si sarebbe tradotta nella realizzazione del cortometraggio Le facce di Fellini, incentrato sul rapporto tra il grande regista e i suoi attori. 
E questo è tutto. Anzi, no. Va infatti ricordata la passione di De Carlo per la musica (blues e rock), nata quando aveva dodici o tredici anni, ma che ancora oggi lo intriga e lo diverte. Tanto da aver inciso, con alcuni amici, due Cd basati su musiche da lui stesso composte. Passione peraltro travasata in uno dei protagonisti di Due di due. Ovvero Mario, che suona la chitarra “pur non sapendo leggere le note e non avendo nemmeno un grande orecchio”.

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