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Un gruppo di eroi oppure una manica di opportunisti alla corte dell'agonizzante despota?

Ben Pastor dà voce a un affresco di ampie dimensioni sul tentativo di uccidere Hitler. Regalando al lettore un Martin Bora in gran forma in abbinata a un senso di latente catastrofe. Ma anche giocando, con l’amaro in bocca, sui brandelli di una quotidianità che ha conosciuto tempi migliori


01/10/2018

di Luigi Sanvito


Un gruppo di eroi votati alla salvezza della Germania a costo della propria vita, oppure una manica di opportunisti compromessi fin dall’inizio col regime nazista e ora in cerca di una nuova verginità agli occhi degli Alleati occidentali e della Russia staliniana? Sono, questi, i due estremi interpretativi che, con varie sfumature, accompagnano da decenni il dibattito sulla congiura del 20 luglio 1944, destinata a uccidere Hitler, decapitare il vertice nazista, fare pace con l’Occidente democratico ed evitare la prevedibile occupazione sovietica di gran parte della Germania. 
Sappiamo tutti come finì quello sfortunato tentativo di putsch, ma, a parte questo, gli studiosi divergono profondamente nel giudizio su Claus Schenk von Stauffenberg (leader della congiura) e compagni. Se in patria Stauffenberg è stato quasi subito glorificato come campione di una Germania antinazista ai tempi del nazismo, altrove la congiura promossa da quel giovane colonnello svevo è stata oggetto di critiche spietate: goffaggine organizzativa, mancanza assoluta di sponde politiche presso gli Alleati, protagonismi fuori controllo, vagheggiamenti di una restaurazione pseudo guglielmina che, in tutta onestà, appartenevano al libro dei sogni. Sicché, per non pochi storici, a partire dall’insigne Hugh Trevor-Roper, il 20 luglio altro non è stato che “una nota a piè di pagina nel grande libro della Seconda guerra mondiale”: conclusione ingenerosa, ma, ahimè, sostanzialmente condivisibile. 
Il fatto è che quando si parla di resistenza “interna” al nazismo, ci si riferisce - tranne rare eccezioni, quali gli studenti della Rosa Bianca o il teologo Dietrich Bonhoeffer - a circoli militar-aristocratici non solo affetti da inguaribile elitismo (con l’ovvia conseguenza di capire ben poco del paese reale, dei suoi umori, delle sue aspettative), ma anche e soprattutto irrimediabilmente compromessi da molti anni col potere hitleriano, e come tali profondamente ambigui (nonché scarsamente credibili) nel loro tardivo risveglio anti-dittatoriale. Al punto che, se vogliamo cercare un personaggio dell’esercito tedesco di onesto, coerente e silente anti-nazismo, dobbiamo rivolgerci non tanto ai libri di storia quanto alla fiction letteraria. 
Ovvero a Martin Bora, il fortunatissimo soldato-detective scaturito dalla penna di Ben Pastor e al centro di una corposa serie di gialli editi da Sellerio; una saga estremamente complessa e articolata cui ora si aggiunge, fresco di stampa, La notte delle stelle cadenti (tit. originale The Night of ShootingStars, pagg. 543, euro 15,00). 
Dato che parliamo anzitutto di un mystery, riguardo alla trama meno si dice e meglio è. In proposito, tuttavia, può essere utile riportare quello che Ben Pastor scriveva, a mo’ di presentazione, mentre era ancora impegnata nella stesura del romanzo: Un funerale di stato nella Berlino del luglio 1944. Perché un anziano medico inviso al regime riceve tali onori? E perché suo nipote, il tenente colonnello Martin Bora, viene richiamato dal fronte italiano per assistervi? È solo l’inizio di una settimana convulsa, che si gioca fra il presidio della polizia criminale, gli alti comandi dell’esercito e l’afosa periferia della capitale. A Bora viene inspiegabilmente ordinato dal potente generale Arthur Nebedi investigare sull’assassinio di un presunto veggente, già star della repubblica di Weimar. Walter Niemeyer, uomo dai molti alias, ha incantato per anni la Germania con le sue mirabolanti profezie. Eppure non è stato capace di prevedere le azioni del suo assassino. O forse sì? 
L’indagine di Bora, affiancato dall’ispettore Florian Grimm, resuscita il mondo rutilante dei cabaret e degli eccessi del primo dopoguerra berlinese. Ma l’ufficiale scopre che c’è ben altro che si nasconde nella città paranoica, dove tutti sospettano di tutti e serpeggiano dicerie su una congiura volta a decapitare la gerarchia nazista. Mentre una contorta rete di intrighi si delinea dietro l’omicidio del Mago di Weimar, la paura dilaga e si susseguono le morti sospette… 
Fin qui la trama gialla, ma, come sempre nella narrativa di Ben Pastor, ne La notte delle stelle cadenti troviamo di più, assai di più. Anzitutto il personaggio-guida, Martin Bora, la cui evoluzione psicologica è giunta ormai a un drastico punto di non ritorno: stanco, disilluso, alle prese col fantasma della dissoluzione finale della Germania in cui è nato e cresciuto (e che pure detesta nei suoi squallidi aspetti di potere), Bora si aggrappa disperatamente a un innato senso di giustizia e a quel poco che gli resta di antichi e recenti affetti personali (la madre, alla quale è unito da un ossidabile legame empatico; una giovane assistente di stato maggiore con la quale, dopo averla cinicamente manipolata, sarà tentato di fare un figlio; un amico-collega dei servizi segreti che cercherà di guardargli le spalle senza darlo a vedere; un ufficiale giapponese con cui stringerà un’amicizia intessuta più di silenzi che di parole). 
Naturalmente tutto questo non basterà ad esorcizzare l’incombere dell’Apocalisse, ma almeno non gli sottrarrà qualche elemento di fragile speranza in un futuro meno tenebroso. 
E accanto alla figura carismatica di Martin Bora, il talento letterario di Ben Pastor dà il meglio di sé nella finissima descrizione di climi, ambienti e caratteri: la Berlino semidistrutta dell’estate del ’44 in cui sopravvive pateticamente qualche ansa di joie de vivre; gli effimeri fasti libertari e libertini della Repubblica di Weimar (rievocati da un giornalista che funge da coscienza morale del romanzo); una miriade di personaggi secondari tratteggiati con secca precisione e partecipe simpatia (impagabile il ritratto di Ida Rüdiger, beffarda parrucchiera delle signore del regime); un senso sospeso, ma pervasivo di catastrofe imminente, all’interno del quale bisogna pur vivere, sforzandosi di salvare qualche brandello di una quotidianità che ha conosciuto tempi migliori. 
Romanzo-affresco di ampie dimensioni, a conti fatti La notte delle stelle cadenti riesce dove molti storici e divulgatori falliscono, rievocando - attraverso il filtro di un’avvincente inchiesta criminale - non solo un mondo e un’epoca sull’orlo dell’oblio, ma anche, o forse soprattutto, il sentimento che a quel mondo e a quell’epoca si accompagnava nel bene e nel male, colto sia nei suoi aspetti feroci che in quelli più imprevedibilmente umani, al punto che persino una brutale ex SA potrà preoccuparsi di cercare tra le macerie della capitale del Reich una confezione di shampoo artigianale per i capelli di sua moglie…

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