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Un inverno di sangue per il commissario Carlo De Vincenzi

Luca Crovi rimette in pista, con successo, il brillante poliziotto uscito dalla penna del rimpianto Augusto De Angelis. Giocando con i ricordi, la nostalgia dei tempi andati, le angosce di un mondo sulla via del tramonto. Spiegando ai nostri lettori il perché di questa scelta. E non solo…


17/02/2020

di Mauro Castelli


Si può riesumare un personaggio che nei tempi andati aveva tenuto banco in quindici romanzi, tutti ambientati negli anni Trenta e dedicati al commissario Carlo De Vincenzi, in forza alla Squadra mobile di piazza San Fedele a Milano, ovvero l’indimenticato poliziotto uscito dalla penna del rimpianto Augusto De Angelis? Un protagonista, come ebbe a definirlo Oreste del Buono, “umanissimo come Maigret, romantico come Marlowe, intellettuale come Philo Vance, eppure caparbiamente italiano”. 
Ovvio che il rischio di farsi del male - narrativamente parlando - sia evidente. Per contro Luca Crovi, il re delle presentazioni (“Arrivo a farne più di un centinaio all’anno”) che per sua natura è avvezzo alle sfide, ci ha provato due volte uscendone in entrambi i casi indenne. Semmai dimostrando che per lui - istrionico “signore in giallo dell’editoria” e non solo - niente è impossibile. 
Un “ritorno” legato alla buona accoglienza con la quale nel 2018 era stato accolto L’ombra del campione, una brillante commedia noir imbastita sulle magie pedatorie di Giuseppe Meazza, l’eroe dell’Ambrosiana (in seguito diventata Inter). E di Peppìn, nel suo libro, a occuparsene è appunto De Vincenzi, un uomo che legge Platone e che va pazzo per la cassoeula, pronto a scavare fra le pieghe della malavita meneghina del 1928 e, non bastasse, fra i misteri che aleggiano intorno alla vita del grande campione (“E dire che io di calcio non ne capisco nulla e a San Siro ci vado solo per i concerti”). 
De Vincenzi che ora torna in sella, anche in questo caso per i tipi della Rizzoli, con L’ultima canzone del Naviglio (pagg. 236, euro 18,50), un titolo poetico voluto dall’autore per una storia che risale al gennaio 1929, ancora una volta ambientata a Milano, questa volta alle prese con un “inverno di freddo e di sangue”, oltre che con il pugno di ferro della milizia fascista che si abbatte feroce sui cambiamenti. 
Una città che vede il moltiplicarsi della auto per le strade all’insegna del “profumo di benzina”, che vede i vicoli cedere il posto ai boulevard e il Naviglio interno sottomettersi alle coperture in pietra (“Si tratta di una specie di ballata in tre tempi - tiene infatti a precisare l’autore - sulla sua chiusura”). Ma non tutti piegano il capo. Alla Scala, ad esempio, il maestro Arturo Toscanini si rifiuta di eseguire gli inni al re e al duce convinto di dover suonare ben altra musica. E anche nei vecchi quartieri i “bravi ragazzi” della mala rispondono alle camice nere. A sua volta, in questura, il commissario Carlo De Vincenzi non si lascia ingannare da chi vorrebbe depistarlo. 
Cosa succede è presto detto. Una donna viene trovata cadavere (“E questa è l’unica bugia narrativa”) davanti alla Colonna del Diavolo, vicino alla basilica di Sant’Ambrogio, e il caso rischia di compromettere alcuni membri del Partito. La successiva morte di un barcaiolo, che sta trasportando un ultimo carico di carta verso il Tombon de San Marc, prima dell’interramento del Naviglio, sembra a tutti un incidente. Ma non a De Vincenzi, e nemmeno ai malnatt della ligéra che della gran Milan ne conoscono l’anima e la lingua segreta. 
Insomma, un mondo che qualcuno sta cercando di avviare verso il tramonto, anche se a reggere il cerino della speranza è una umanità sana, capace di affrontare le avversità con coraggio, peraltro sapendo sbeffeggiare il potere con una risata. Il tutto ben amalgamato con i fatti di cronaca (le chiacchiere su Pietro Bordino, il Diavolo Rosso, e le polemiche sull’autodromo, tanto per dirne un paio) nonché supportato da intriganti locuzioni dialettali. 
Ferma restando la descrizione schietta quanto intrigante dei ladruncoli e delle mezze tacche malavitose, appunto i citati malnatt che bucavano le gomme perché erano troppo grandi per rubarsele e che era anche difficile rivendere. Gente di piccolo cabotaggio sempre pronta a farsi una michetta ripiena di salame con un bicer de latt. Insomma, atmosfere dei tempi andati che riempiono il cuore. E che suscitano, ammettiamolo, nostalgia. 
Con una curiosità al seguito. “In realtà nella prima parte di questo mio libro avevo inserito anche il personaggio di Giovanni Danzi, l’autore della famosa O mia bela Madunina, per poi rendermi conto di averlo sacrificato. Ragion per cui l’ho estrapolato per farlo protagonista della mia terza storia - in corso di scrittura - con ancora protagonista il commissario De Vincenzi. Dove regalerò notizie anche inedite su questo musicista, che da piccolo aveva tirato una cartella in testa alla maestra facendosi cacciare da tutte le scuole del Regno. Salvo poi scoprirsi talentuoso pianista. Non a caso, quand’era ancora un ragazzino, aveva rimpiazzato un maestro di piano che si era ammalato e la gente faceva la coda davanti al cinema dove si esibiva…”. 
Per la cronaca Luca Crovi - un torrente in piena in fatto di parole, all’apparenza estroverso ma a suo dire in realtà timido - è nato a Milano il 24 gennaio 1968, città dove ha frequentato il liceo (mettendosi di traverso anche con il suo preside) per poi laurearsi in Filosofia con specializzazione in Storia antica presso l’Università Cattolica. E sotto la Madonnina tuttora vive con la moglie Adelaide e i quattro figli Daniele (16 anni), i gemelli Alice e Matteo (13) e Federica (11). 
Lui che aveva iniziato a lavorare per le case editrici Camunia e Garzanti (“Per la quale vendevo enciclopedie”), sin quando incontrai Tiziano Sclavi che mi volle alla Sergio Bonelli per occuparmi della collana Almanacchi. “Era il 1993 e da lì non mi sarei più mosso, salvo cambiare ruolo”. Così oggi, ad esempio, “mi occupo delle serie del commissario Ricciardi, uscito dalla penna di Maurizio de Giovanni, e di Deadwood Dick”. 
Lui che ha saputo allargare i suoi orizzonti alla carta stampata (“Ma non mi sono mai voluto iscrivere all’Ordine dei giornalisti”), proponendosi come critico musicale di livello. “La mia passione per la musica è infatti nota, per la disperazione di mia moglie che si deve confrontare con una casa invasa da cinquemila dischi e ventimila Cd, per non parlare dei libri. Tanto che una parte di quelli “ereditati” da papà, circa cinquemila, li ho regalati alla biblioteca Panizzi di Bologna”. 
Che altro? Un uomo caratterialmente paziente (“Ma quando sbotto riesco a dare il peggio di me stesso”); che si pavoneggia per certi complimenti che gli vengono fatti (“Hai la voce giusta per raccontare storie”); portatore di una scrittura scarna, “a metà strada fra quelle di Cesare Marchi e di Paolo Valera”, nonché di un debole dichiarato per Giorgio Scerbanenco, “benché io venga dalla saggistica”; dotato di una parlantina inarrestabile, mai banale, che ti cattura e intontisce al tempo stesso; appassionato di cinema horror, di avventura e dall’immaginario forte (“Non certo lavori alla Nanni Moretti o alla Woody Hallen”, per intenderci). 
E ancora: lui più che si dimostra soddisfatto nel parlarti, con dovizia di particolari, delle origini della sua famiglia (emiliana quella paterna e lombarda quella materna, anche se i suoi genitori arrivavano da Pordenone e Aviano); lui pronto a ricordare i suoi trascorsi giovanili in una squadra di pallavolo, ferma restando la passione per il nuoto (“In piscina pensavo e scrivevo sott’acqua, così come a volte scrivo mentalmente mentre cammino”). 
E per quanto riguarda il suo ambito narrativo? Dopo essersi dedicato allo studio delle origini e degli sviluppi della narrativa poliziesca in Italia - pubblicando nel 2000 il saggio Delitti di carta nostra. Una storia del giallo italiano e, nel 2001, l’antologia del brivido (curata assieme al musicista Franz Campi) L’assassino è il chitarrista - nel 2002 avrebbe realizzato la monografia Tutti i colori del giallo, divenuta l’anno successivo una trasmissione per Radio2. 
Nel suo carnet annotiamo inoltre due altri lavori di successo, Noir. Istruzioni per l’uso (una raccolta di interviste esclusive ai grandi della narrativa mondiale, con i quali si è incontrato e a volte anche scontrato) nonché Giallo di rigore. Per non parlare del suo impegno nello sceneggiare storie a fumetti facendo riferimento a testi di Massimo Carlotto, Carlo Lucarelli, Andrea G. Pincket e Joe R. Lansdale. 
Penne fra le sue preferite insieme a quelle di Jeffery Deaver (“Uno che non se la tira, al contrario di James Ellroy, capace di metterti in imbarazzo con quel suo fare da rock star, anche se al terzo incontro mi aveva offerto… un caffè”), Andrea Camilleri, Arturo Pérez-Reverte e Luis Sepulveda. Ma la lista non si ferma certo qui, visto che è un gran divoratore di libri (“Ne leggo almeno tre a settimana, applicandomi fra le 7 e le 8 del mattino, nella pausa pranzo e dopo le 23. Questo per quanto riguarda i libri su carta, mentre per quelli digitali quando capita”). 
Lui scopritore di talenti, come nel caso di Matteo Strukul, delle Sorelle Martignoni e del trio Besola-Ferrari-Gallone (“Mi si confà il ruolo del suggeritore”), fermo restando l’occhio di riguardo avuto per Lorenzo Beccati, braccio destro di Andrea Ricci a Striscia la Notizia, trasmissione che lo vede come prima guida degli autori nonché voce del Gabibbo.  
Insomma, un personaggio che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo Luca Crovi. Che sa farsi in quattro, e molto di più, allungando le sue giornate all’infinito. Peraltro proponendosi alla stregua di un camaleontico figlio d’arte: suo padre Raffaele era infatti un raffinato scrittore, giornalista, poeta, critico letterario, autore televisivo, sceneggiatore, editore e docente. 
Ed era stato proprio quel padre a prima vista ingombrante a prenderlo per mano, “senza mai darlo a vedere”, per introdurlo nel suo mondo a cinque stelle. “Lasciandomi peraltro incantare, quando avevo soltanto quattro anni, dalla lettura de L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson, che guarda caso mi vede in questi giorni tradurre l’introduzione della versione originale per la casa editrice Oligo. Poi, a seguire, avrei giocato a rimpiattino con i racconti di Edgar Allan Poe e le avventure di Emilio Salgari…”. 
Già, la magia di un grande padre che rivive nei ricordi di Luca: “Da piccolo lo chiamavo Babacarta, perché era perennemente circondato da montagne di fogli e di libri, da dove vedevo sbucare soltanto gli occhiali e i suoi capelli a spazzola. Capelli che Umberto Eco paragonava a quelli di un mungitore sardo”. Di fatto un raffinato l’intellettuale “che mi era complice nelle letture e nel suggerirmi storie; che giocava a scopone sui Navigli con Elio Vittorini del quale era stato assistente alla Einaudi; che aveva per amici scrittori come Alberto Moravia e Liala, la sciura che mi regalava confetti rosa. Mentre uno dei suoi primi scrittori pubblicati, quando aveva fondato la casa editrice Camunia, era stato un certo Andrea Vitali…”.  Talis pater, talis filius verrebbe da dire.

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