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Un misterioso "cold case" e l'unità della polizia delle renne indaga

Il francese Olivier Truc, di stanza a Stoccolma, torna a parlare dei sami. E dei loro problemi. Mirino puntato anche su Emma Piazza e Mariel Sandrolini


12/03/2018

di Mauro Castelli


Una penna che spiazza alla stregua delle storie che racconta, puntando su un quotidiano lontano anni luce dal nostro. Fatto di silenzi, sentimenti soffocati e voci che si alzano da un contesto che si rapporta con le speranze, sempre più affievolite, dei figli della tundra. Perché con la penna il giornalista francese Olivier Truc - nato a Dax il 22 novembre 1964, ma da ventiquattro anni di stanza a Stoccolma in quanto corrispondente di Le Monde e Le Point per la Scandinavia - ci sa davvero fare. Impregnando le sue righe di creatività e innovazione, dolore e rivendicazioni sociali. Qualità che ha saputo dirottare anche nella realizzazione di alcuni documentari televisivi come Les Bâtards du Reich, La Dernière Plongée (assieme a Frédéric Vassort) e Police des rennes
E per quanto riguarda la narrativa? Il suo debutto risale al 2006 con L’Imposteur, vita romanzata di un suo connazionale scampato agli orrori dei Gulag, anche se il punto di partenza del suo successo risulta legato alla pubblicazione, nel 2012, de L’ultimo lappone, un lavoro nel quale racconta le avventure di un poliziotto sami. Per la cronaca i sami sono gli abitanti autoctoni della Lapponia norvegese, da sempre in conflitto con il popolo svedese che negli anni ha occupato la loro zona di confine e di vita, costringendoli a diventare una minoranza. 
E lo fa a fronte di storie - che per certi versi richiamano il robusto filone narrativo proveniente dal Grande Freddo - ambientate nel paesino di Kautokeino, nell’estremo nord della Norvegia, là dove i confini verso Svezia e Finlandia sfumano nella tundra sferzata dal vento e alle prese con gelo e neve per gran parte dell’anno. Ed è appunto qui che Klemet Nango guida l’unità della polizia delle renne, cercando di tenere sotto controllo un lembo di terra in preda a profondi contrasti sociali. 
Ferma restando una precisazione dello stesso Truc: “Ho sentito parlare per la prima volta della polizia delle renne nel 1999, in occasione di un reportage su un tribunale sami. E a raccontarmi di loro era stato un professore universitario norvegese. Tuttavia sarebbe stato soltanto cinque anni dopo che avrei iniziato a lavorare su questa squadra per una serie di reportage che mi erano stati commissionati da Libération, per poi dare voce a un documentario di 55 minuti a beneficio di France 5”. Questa polizia - è bene precisarlo - esiste davvero e, “all’epoca delle mie prime inchieste, aveva il suo quartier generale ad Alta, in Norvegia. Anche se nei miei libri, per esigenze narrative, ho deciso di estenderne le competenze alla regione svedese e a quella finlandese della Lapponia, spostandone la sede a Kiruna, in Svezia. E da allora la storia è andata avanti e non è mai stata una storia solitaria”. 
Klemet Nango, si diceva, prima guida della pattuglia P9, appunto l’unità della polizia delle renne, supportato dalla giovane recluta Nina Nansen, unico agente donna della regione. Il suo ruolo? Quello di tenere sotto controllo un lembo di terra nel quale profondi contrasti contrappongono cristiani laestadiani, norvegesi nazionalisti e sami indipendentisti. Di fatto un protagonista, anzi due, entrati subito nelle corde del lettore, tanto è vero che Truc li ha già riproposti altre due volte: nel 2014 ne Lo stretto del lupo e, due anni dopo, ne La Montagna rossa (pagg. 496, euro 18,50, traduzione di Raffaella Fontana), un lavoro anche in questo caso edito da Marsilio e da poco arrivato nelle nostre librerie. 
A tenere banco, nel canovaccio di questo romanzo, le tensioni pronte a sfociare in conflitti fra allevatori di diversa estrazione. Allevatori che si contendono - in un contesto di solitudine e disagio, dove il sole si rifà vivo dopo 40 giorni di buio l’11 gennaio - quelle poche zone di pascolo indispensabili alla sopravvivenza. In ogni caso la trama di questo libro si dipana quando il lungo inverno è alle porte fra i pascoli di renne all’ombra della Montagna rossa. Il tempo è virato al brutto e continua a piovere da giorni, mentre gli allevatori del clan Balva devono completare la soppressione annuale del bestiame, prima che la tundra si copra di ghiaccio e di neve, e parallelamente difendere dinanzi alla Corte suprema il diritto alla terra dei sami contro le rivendicazioni dei proprietari dei boschi. 
“Ma il rinvenimento di uno scheletro umano senza cranio cambia le carte in tavola, costringendo il capo dei Balva, Petrus Eriksson, a contattare la polizia per l’identificazione. Ma non si tratta di un’indagine di routine quella affidata a Klemet Nango e Nina Nansen: i primi rilievi mostrano infatti che le ossa risalgono al diciassettesimo secolo, e se appartenessero a un uomo sami potrebbero essere la prova di una presenza ancestrale del suo popolo nella regione. Un popolo sempre più emarginato e condannato all’estinzione, vilipeso dal razzismo e ridotto a elemento di folklore, senza memoria né futuro. Un popolo il cui destino ricorda quello delle vittime dei nazionalismi novecenteschi, ma anche quello dei rifugiati di oggi, nomadi per necessità alla ricerca di una vita migliore”. 
A Nango e Nansen “spetta quindi il compito di immergersi negli archivi di storici e antropologi, nelle collezioni di antiquari e musei, per illuminare i meandri di una storia di odio e sopraffazione che le istituzioni svedesi tendono a minimizzare se non addirittura a cancellare. Tra misuratori di crani e ladri di vestigia aborigene, massaggiatrici thailandesi e ambigue giocatrici di bingo, nel cuore di montagne incantate e foreste senza fine, la pattuglia P9 dovrà scoprire quindi la verità e allo stesso tempo restituire dignità alla gente della tundra, dalla cui vita in armonia con la flora e la fauna del Grande Nord il nostro presente miope ha tutto da imparare”. 
Nella cornice di una mai sopita guerra etnica i nostri due poliziotti si metteranno pertanto a scavare nel passato di questa terra martoriata, ma anche nella mente e nelle tradizioni del suo popolo. Sin quando imboccheranno la “pista giusta che li condurrà proprio in bocca all’assassino all’insegna di una vendetta che ha radici antiche”.

Di poco sangue e molte inquietanti vicende familiari si nutre invece L’isola che brucia (Rizzoli, pagg. 316, euro 19,00), romanzo d’esordio della trentenne Emma Piazza - è infatti nata a Pavia nel 1988 da mamma italiana e papà corso - i cui diritti sono già stati venduti in Germania Francia e Svezia. A conferma di una buona vena narrativa, portata avanti all’insegna di una scrittura pronta ad addentrarsi, per vie traverse, in una tematica che cattura e induce alla riflessione. Il tutto a fronte di una ambientazione che, per come l’autrice è riuscita a tratteggiarla, c’è da ritenere conosca bene. Ovvero la Corsica, dove “la macchia è piena di cadaveri e dei loro segreti”. 
Ferma restando una considerazione: “Nessuno può scappare dalle proprie origini, anche quando a minacciarti sono le stesse persone che a ragion veduta dovrebbero proteggerti...”. Considerazione che peraltro si rapporta con un inquietante interrogativo: riuscirà la nostra protagonista, che si chiama Thérèse, a salvare la propria vita e quella del suo futuro figlio (il piccolo intruso, come lo chiama lei), dribblando le intenzioni di chi la vuole ingabbiare? 
Già, Thérèse. Una trentenne tormentata e inquieta, che ha rotto con il fidanzato, per poi scoprire di lì a poco di essere rimasta incinta proprio nel momento più sbagliato della sua vita. Per questo decide di trasferirsi a Lisbona, una città che per lei rappresenta il distacco da tutto quanto. A spezzare il suo isolamento riceverà però una telefonata dalla zia Louise, la quale la invita a recarsi nel suo paesino d’origine, Cap Code in Corsica, dove l’anziana nonna ha intenzione di lasciarle in eredità una casa. E appunto in tale ottica è necessaria la sua presenza per formalizzare l’atto. Come dire di no? Tanto più che in Corsica vive ancora il padre, anche se con lui ha rotto i ponti da un pezzo (“È solo un’assenza inquietante che non ha mai smesso di farle paura”). 
Eccola quindi arrivare nell’isola e trovarsi, in men che non si dica, imbrigliata in un contesto violento, aspro e ostile, dove la gente sembra farsi i fatti propri quando invece ama spiare, catalogare, criticare da dietro le persiane chiuse. Ma soprattutto - visto che da queste parti vige la legge del sangue - deve a tamburo battente confrontarsi con l’omicidio della nonna buttata giù da una scogliera (“Il corpo riverso sulla roccia in maniera innaturale, gli occhi vuoti che la fissano”) da parte di un qualcuno che non ha mancato di far sparire anche certi documenti… Ma chi è l’assassino e in che modo si rapporta con la storia della sua famiglia, costellata di segreti che nessuno vuole rivelare? Thérèse vuole scoprirlo. Perché questa è la sua vita, queste sono le sue origini (“Non posso più continuare a evitarle, proprio ora che mi stanno chiamando. E se c’è qualcosa che devo sapere, sono certa che sia nascosta in quella casa”). 
Detto questo il giudizio, che si propone a corrente alternata. Nel senso che la macchina narrativa inizialmente fatica a ingranare la marcia giusta, salvo poi proporsi vincente a partire dall’arrivo in Corsica di Thérèse, voce narrante del canovaccio insieme a quella dell’amico William. Sarà a questo punto che l’autrice riuscirà a regalare credibilità alla vicenda, giocando sulla furbizia dei dettagli da dare in pasto al lettore perché inizi a trarne le prime quanto parziali deduzioni. 
E questo è quanto, salvo ricordare che Emma Piazza, una penna prestata anche alla critica, attualmente risiede a Barcellona dove lavora come assistente per un’agenzia di scouting letterario con sede a Parigi.

L’ultimo suggerimento per gli acquisti è legato alla penna di una vecchia conoscenza dei lettori di questa rubrica: quella della bolognese Mariel Sandrolini, arrivata sugli scaffali con il settimo episodio delle indagini seguite dal commissario Mario Marra, un investigatore dai tratti umani e dalle grandi intuizioni, accattivante quanto bonario, in forza alla Mobile del capoluogo emiliano. Insomma, una brava persona che questa volta dovrà vedersela con un’inchiesta (benché sia stato rimosso dalle indagini) che purtroppo lo riguarda da molto, molto vicino. In quanto a essere indagata è sua moglie Clelia. 
Ma di cosa si nutre la trama di Delitto in libreria (Golem Edizioni, pagg. 250, euro 11,90), un lavoro che trasuda attenzione (“A farmi da guida -annota l’autrice - è stata il funzionario della Polizia di Stato, comandante Anna Grazia Fersini”) per le procedure investigative e processuali? Di un delitto, ovviamente. Quello di una scrittrice di noir a stelle e strisce, Tessa Mackenzie, nata nel Kansas ma che, dopo la laurea conseguita presso la Johns Hopkins, aveva deciso di accasarsi in pianta stabile a Bologna. In questo spinta da una brutta vicenda familiare. 
E sotto le due torri la incontriamo in tutta la sua variegata personalità: scrittrice di successo e apprezzata dai critici, padrona felice di un cane, ma anche donna detestata dalla malavita cittadina. Tanto è vero che, proprio dopo aver presentato il suo ultimo libro, viene fatta fuori in maniera efferata. A prima vista il delitto sembra rifarsi alle sue prese di posizione contro i delinquenti e gli spacciatori che inquinano quella che, dopo vent’anni di permanenza, considera la sua città. Non per niente negli ultimi tempi era stata oggetto di minacce, insulti nonché di una aggressione notturna nell’androne del palazzo dove abitava. 
Ma guarda caso, come accennato, a essere accusata del delitto è però la compagna del commissario Marra. Il quale, pur estromesso dalle indagini come già annotato, risulta intenzionato a scagionarla. Rendendosi ben presto conto che nel passato della scrittrice potrebbero nascondersi altri segreti. Pista che seguirà mentre si darà da fare per battagliare contro la “Confraternita”, un’organizzazione di stampo massonico che coinvolge nomi noti della Bologna che conta, nonché responsabile del rapimento di un giovane (Michele Ricci). Un contesto che, strada facendo, si arricchirà peraltro di un nuovo omicidio. 
Che dire: anche quest’ultimo libro della Sandrolini risulta parzialmente legato a quelli precedenti e si rapporta, sia pure con qualche peccato veniale al seguito, a una storia di buona lettura. Storia condita di personaggi di piacevole impatto, anche se in alcuni casi avrebbero meritato una più attenta caratterizzazione. E per quanto riguarda l’ambientazione? Davvero intrigante. “Bologna è infatti una città, per chi la vive in prima persona, pronta a offrire spunti e atmosfere a non finire”. 
Concluse le note sul libro, qualche nota sull’autrice: una signora non più giovanissima con una buona dose di nipoti al seguito, che lavora ai suoi romanzi a sera inoltrata (a volte facendo l’alba), spesso accompagnata dal sottofondo di musica classica. Approfittando, a suo dire, del tempo a disposizione che si ha nella Terza età. In altre parole “tramutando, davanti a una pagina bianca, i pensieri in parole, in sentimenti, in emozioni. Perché scrivere è un supporto alla vita, una linfa per la mente”. 
Che altro su Mariel Sandrolini? Una bolognese doc cresciuta in collegio, da dove ne era uscita con un diploma magistrale e uno in pianoforte; una penna precoce che aveva iniziato a sei anni a scrivere su pezzetti di carta delle rime e che in prima media (“La fantasia certo non mi mancava e tuttora non mi manca. Tutto il resto sarebbe seguito a ruota”) aveva vinto un premio nazionale con un tema svolto in classe. Un riconoscimento che, strada facendo, sarebbe stato seguito da numerosi altri, a conferma della sua bravura narrativa. Quella stessa che ci accompagna sulle strade del crimine e che ha messo al servizio del commissario Marra, già in scena - come accennato - sette volte, a partire da Le prime indagini di Marra e da La chiusa del Battiferro. Una serie peraltro abbinata anche ad altri romanzi e libri per ragazzi.

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