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Un ultimo, inquietante messaggio: c'è una cosa importante di cui ti devo parlare

Torna col botto Mary Higgins Clark, regina della suspense. Da non perdere anche un legal thriller di John Fairfax e una divertente rievocazione di Bernard Cornwell


20/05/2019

di Mauro Castelli


Sono i numeri a parlare per Mary (Theresa Eleanor) Higgins Clark, l’ironica regina della suspense da centinaia di milioni di copie vendute in mezzo mondo, 80 milioni delle quali commercializzate nel solo 2007 negli Stati Uniti (un record senza precedenti), a fronte di una quarantina di romanzi scritti da solista, sei libri dedicati ai ragazzi, quattro antologie di racconti, un memoir, per non parlare dei cinque lavori firmati a quattro mani con la figlia Carol e i due con Alafair Burke. Buona parte dei quali sbarcati sugli scaffali delle librerie italiane per i tipi della Sperling & Kupfer, che ha da poco dato alle stampe L’ultimo ballo (pagg. 304, euro 19,90, traduzione di Annalisa Garavaglia). 
Un lavoro scritto lo scorso anno all’insegna dell’arguzia e dell’ironia, doti peraltro rare in una autrice che sta veleggiando verso i 92 anni, essendo nata a New York il 24 dicembre 1927 da immigrati irlandesi, e che oggi vive a Saddle River, nel New Jersey, con il terzo marito John Conheeney (“Un uomo straordinario che da oltre vent’anni mi dà retta quando sono disperata e sostengo che il libro che sto scrivendo non funziona”). 
Insomma, un parterre narrativo di prim’ordine che, in abbinata a due adattamenti cinematografici e quattordici trasposizioni sul piccolo schermo, l’hanno resa ricchissima, benché lei tenga a precisare che “viaggiare in prima classe a spese degli altri risulta sempre la scelta migliore”. Forse memore - repetita iuvant - di quando, in gioventù, era stata costretta a fare di tutto. Complice un’infanzia particolarmente difficile, a partire da quando a soli dieci anni, tornando a casa da messa, aveva trovato morto il padre. Così la madre, per tirare avanti, era stata costretta ad affittare le stanze dei figli ad alcuni anziani. Non bastasse, sei mesi dopo il fratello maggiore aveva perso un piede per via di una grave osteomielite, salvandosi per miracolo. 
Logico quindi che, per aiutare la famiglia, la futura scrittrice fosse costretta a lavorare dapprima come centralinista in un hotel e poi come baby-sitter. Non bastasse, un altro fratello avrebbe perso la vita, durante la guerra, per un attacco di meningite, la qual cosa avrebbe quanto meno garantito una pensione di sopravvivenza alla madre. A quel punto la Higgins si sarebbe potuta diplomare, per poi venire assunta come segretaria nel reparto creativo della divisione pubblicitaria della Remington-Rand e quindi come hostess dalla Pan American Airlines. 
Nel 1949 la nostra Mary sposò Warren Clark (cognome che da allora avrebbe abbinato al suo), la qual cosa le consentì di lasciare il lavoro per iscriversi a un corso di scrittura creativa presso la New York University. Salvo ritrovarsi vedova a 37 anni con cinque figli piccoli da mantenere: Marilyn, Warren Jr, Patty, Dave (che da qualche tempo lavora con lei nelle varie fasi della scrittura dei suoi libri) e la citata Carol. La qual cosa la costrinse, sono parole sue, a scrivere giorno e notte. Senza peraltro incassare grosse soddisfazioni. Insomma, una carriera in salita, sin quando finì per imboccare la strada giusta puntando sulla narrativa gialla. 
Un lungo quanto doveroso preambolo, questo, per arrivare ai contenuti de L’ultimo ballo, un graffiante affresco dei misteri che tengono banco in una città di provincia, disposta a tutto pur di proteggerli. Cosa succede è presto detto, partendo da uno strano quanto misterioso messaggio: “C’è una cosa molto importante di cui ti devo parlare quando arrivi a casa!!!”. A riceverlo è Aline Dowling; a inviarglielo la sorella Kerry, una diciottenne che peraltro non vede da quasi tre anni. Ma Aline non potrà mai chiederle che cosa intendesse con quella specie di accorato appello, perché la ragazza verrà uccisa quella notte stessa. E in maniera brutale. Qualcuno l’ha infatti colpita alla testa con una mazza da golf facendola cadere nella piscina di casa. E proprio lì che Aline e i suoi genitori la ritroveranno senza vita. 
Delle indagini viene incaricato il brillante ispettore Michael Wilson che, con l'aiuto e la complicità di Aline, cercherà di risolvere il caso con tutte le sue forze. I sospetti si concentrano subito su Alan, il fidanzato di Kerry, con il quale la ragazza aveva litigato la sera stessa dell'omicidio. Ma tutto è più complicato di quel che sembra: non ci sono impronte sull'arma del delitto e nessuno pare aver notato niente di strano. 
Nessuno tranne Jamie Chapman, il ventenne vicino di casa dei Dowling affetto da ritardo mentale. Jamie, dalla finestra di camera sua, ha infatti visto tutto. Tuttavia eccolo rimuginare: Non dirò a nessuno che sono andato a nuotare con Kenny. Non dirò a nessuno del Grande Uomo che l’ha colpita con una mazza da golf e che l’ha spinta in piscina. Perché questo è un segreto. Tuttavia… 


A questo punto diamo voce a un misterioso autore, John Fairfax, dietro al quale si nasconderebbe - secondo evasive note editoriali - un noto scrittore inglese con un passato vissuto fra cause e tribunali. E potrebbe anche rispondere al vero visto che il canovaccio de L’avvocato colpevole (Piemme, pagg. 380, euro 19,00, traduzione di Alfredo Colitto) è imbastito, costruito e sviluppato all’insegna della credibilità legale. Fermo restando che ci troviamo a confrontarci con un thriller di robusta leggibilità, in corso di traduzione in diversi Paesi e in predicato di diventare una serie televisiva. 
Per la cronaca L’avvocato colpevole è il primo libro della serie “Benson & de Vere”, pubblicato due anni fa nel Regno Unito sotto il titolo di Summary Justice, riscuotendo subito l’apprezzamento sia della critica che del pubblico. Complice un protagonista superbo, l’avvocato William Benson appunto, in bilico fra un passato zeppo di guai e un presente di rivincita. Un personaggio al quale è facile affezionarsi proprio perché si nutre di imperfezioni e dubbi. Capace in men che non si dica di far dimenticare quella discutibile condanna per omicidio che ancora gli pesa alla stregua di un macigno. Lui che ora torna in tribunale dall’altra parte della barricata, ben sapendo che la legge può sbagliare visto quanto gli era successo. Conscio peraltro di dover affrontare un percorso accidentato, dove le certezze si sciolgono come neve al sole, dove i dubbi si accavallano sul crinale che separa la colpevolezza dall’innocenza. 
Il tutto guidato con sorprendente maestria dalla penna di Fairfax, a fronte di una bravura che qualcuno ha voluto accostare a quella del grande John Grisham. E non è un complimento da poco. Anche perché il canovaccio, che si sviluppa fra passato e presente, fra il buio della colpa e la luce del riscatto, cattura e intriga, in un continuo rincorrersi di colpi di scena. 
La storia si rifà a un prologo datato 23 luglio 1999, quando nell’aula Uno del Tribunale Old Bailey di Londra, il ventenne William Benson viene riconosciuto colpevole di un omicidio. E il dispositivo della sentenza chiarisce i perché e i percome. Logico quindi che il giovane William, che quell’omicidio in realtà non l’ha commesso, si domandi come possa la giustizia commettere un simile errore. E per far sì che non si ripeta, in carcere deciderà di studiare legge. Quella stessa legge che gli ha rovinato la vita. 
Sta di fatto che nel giro di dieci anni, dopo essersi laureato, verrà scarcerato. Guarda caso per aver confessato, al fine di ottenere uno sconto di pena, quel crimine del quale, come detto, non si era macchiato. Anche se per tutti - potrebbe essere diversamente? - era, è e resterà un assassino. Un reo confesso che ora recita la parte dell’avvocato, conscio che non saranno in molti a sceglierlo per essere difesi. 
Fortuna vuole che ci sia una persona che non gli volta le spalle. Si chiama Tess de Vere ed era stagista dello studio legale che anni prima aveva difeso Benson, nonché l’unica a credere nella sua innocenza. E adesso, avvocatessa in carriera, torna a fidarsi di lui. Ecco quindi che, secondo logica narrativa, William e Tess difenderanno una donna accusata dell’omicidio dell’amante, una donna che sembra condannata in partenza (proprio com’era successo a William). Si tratta di un caso che sin dall’inizio calamita l’attenzione dei giornalisti e la curiosità del pubblico, con William e Tess impegnati a far trionfare quella giustizia in cui, nonostante tutto, vogliono ancora credere. 
Che dire: una vicenda per certi aspetti verosimile (di processi sbagliati se ne contano a bizzeffe), supportata da dettagli legali accurati, da un personaggio con le carte in regola per diventare una figura di successo, in quanto dotato non solo di grande intuito, ma anche della capacità di farsi carico delle altrui azioni, consapevole che non sempre la verità è quella che viene sbandierata. 


Proseguiamo. Fresco di stampa arriva nelle nostre librerie, per i tipi della Longanesi e la traduzione di Donatella Cerutti Pini, La congiura dei fratelli Shakespeare (pagg. 428, euro 22,00), un lavoro che - come lascia intendere il titolo - si addentra, con cognizione di causa, nella Londra shakespeariana. A firmarlo l’inglese Bernard Cornwell, che si è imposto a livello internazionale grazie alla saga incentrata su Richard Sharpe (delle 24 storie sette sono state pubblicate in Italia dalla Longanesi, e precisamente: I fucilieri di Sharpe, La sfida della tigre, Assalto alla fortezza, L’eroe di Trafalgar, Sharpe all’attacco, Le aquile di Sharpe e L’ultimo baluardo), saga dalla quale la televisione britannica ha tratto una serie di film con l’attore Sean Bean nel ruolo di protagonista. 
Per la cronaca Cornwell, nato a Londra il 23 febbraio 1944, venne adottato nell’Essex dalla famiglia Wiggins e soltanto dopo la morte del padre adottivo avrebbe cambiato il suo cognome in Cornwell, ovvero quello della madre naturale. Dopo essersi laureato, si sarebbe dedicato all’insegnamento, non prima di aver tentato diverse volte di arruolarsi nelle forze armate britanniche, venendone respinto a causa di una forte miopia. Che altro? Strada facendo avrebbe trascorso lunghi anni nella redazione della Bbc, per poi dedicarsi a tempo pieno alla narrativa. Divertendosi a scrivere anche moderne avventure di mare, una quadrilogia dedicata alla ricerca del Graal, gli undici affascinanti libri della The Saxon Stories, la trilogia di Excalibur e altri romanzi di un certo spessore (complessivamente è sbarcato sugli scaffali una settantina di volte). 
Una penna peraltro benedetta da testate di peso, come il Washington Post (“Cornwell è probabilmente il più grande scrittore di romanzi storico-avventurosi di oggi”), quanto mai abile nel regalare credibilità alle sue trame, nel dare respiro a personaggi che lasciano il segno, nell’affascinare con le sue ben ricostruite e intriganti atmosfere dei tempi andati. Frutto di un robusto lavoro di studio e approfondimento. 
Ad esempio, e siamo al nostro caso, regalando ai lettori una nota storica di una dozzina di pagine dove ricostruisce il periodo, si addentra su quel che di straordinario accadde negli ultimi anni del Sedicesimo secolo, dà voce in maniera credibile alle ambientazioni e alle figure che ruotavano attorno al mondo del teatro. Oltre a regalare curiosità su William Shakespeare, un tipo che la mosca al naso non se la faceva mancare: “Il Bardo fu realmente convocato dai magistrati del Surrey per rispondere a un’accusa di violazione dell’ordine pubblico, a fronte di una richiesta di comparizione che, a quei tempi, si proponeva alla stregua di una specie di arresto”. 
Detto questo spazio alla sinossi de La congiura dei fratelli Shakespeare, un lavoro che risale a due anni fa e dove a tenere la scena - in un’epoca tanto pericolosa quanto affascinante - sono due fratelli avvolti dal mistero e dalla leggenda sullo sfondo della nascita del teatro moderno. Ed è appunto in questo contesto (siamo nel cuore dell’Inghilterra elisabettiana) che “Richard Shakespeare sogna una carriera brillante all’interno del mondo teatrale londinese, mondo dominato dal fratello maggiore William”. 
Richard, si diceva, un attore squattrinato che sopravvive solamente grazie al suo bel viso, alla lingua tagliente e, guarda caso, anche a piccoli furti. Il quale, dopo essersi a poco a poco allontanato dal fratello (la cui fama cresce sempre di più) “è fortemente tentato di abbandonare la fedeltà alla famiglia. Così quando un manoscritto dal valore inestimabile sparisce, i sospetti ricadono su di lui. Costretto a un rischioso doppio gioco che minaccia di rovinare non solo la sua carriera e l’eventuale ricchezza futura, ma anche quella dei suoi colleghi, Richard dovrà affidarsi a tutto ciò che ha imparato sugli spalti dei teatri più frequentati e nei vicoli meno battuti della città. E, per evitare il patibolo, dovrà ricorrere a tutta la sua astuzia...”.
In sintesi: un romanzo supportato da una scrittura piacevolmente accattivante, imbastito su una intrigante storia che si dipana da un prologo tagliente come la lama di un rasoio: “La morte mi ha colpito dopo che la pendola nel corridoio aveva battuto nove rintocchi… Li ho contati. Nove rintocchi. Subito dopo l’assassino mi ha colpito. E io ho cessato di vivere”.  

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