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Un monastero nel cuore di Barcellona, un macabro ritrovamento e una strana maledizione

Dalla penna dello spagnolo Daniel Sánchez Pardos un appassionante romanzo storico, ricco di graffianti angolature e avventurosi brividi


25/06/2018

di Valentina Zirpoli


Di romanzi storici è ricca la narrativa di settore, fermo restando che dare voce ai tempi andati come si conviene non è da tutti. In quanto è necessario attingere da ricerche accurate. In altre parole è necessario un lavoro di documentazione che comporta tempi lunghi, perché soltanto l’approfondimento accurato porta a regalare credibilità a una storia: sia in termini di ambientazione che di caratterizzazione dei personaggi. E se è vero che la fantasia ha un ruolo portante in una storia, è altrettanto vero che il lettore si rende conto, consciamente o inconsciamente, di quanto valga la capacità di imbastire una vicenda basata sulla concretezza e, quindi, con il supporto dell’analisi e dello studio dei fatti. 
Una dote che certo non difetta a Daniel Sánchez Pardos, nato a Barcellona il 5 gennaio 1979, città dove si è laureato in filologia ispanica e traduzione letteraria. Lui autore di racconti, premiati in diversi concorsi letterari, che aveva debuttato nel 2010 con il romanzo El cuarteto de Whitechapel con il quale aveva vinto il premio “La Tormenta en un Vaso” riservato al miglior autore esordiente. Ma soprattutto Sánchez Pardos si è regalato credibilità con Il segreto di Gaudí (pubblicato in Italia due anni fa da Corbaccio), un lavoro che ha conquistato gli editori e il pubblico di mezzo mondo: non a caso è stato venduto in ventisette Paesi, oltre ad aver scalato in Spagna la classifica dei libri più venduti. 
E ora eccolo di nuovo sui nostri scaffali, sempre per i tipi della Corbaccio, con La dama di Barcellona (pagg. 430, euro18,60, traduzione di Claudia Marseguerra), un appassionante romanzo ambientato nel 1854 dentro le misteriose mura di Barcellona, luogo deputato ai fantasmi e ai simulacri. Un’avventura da brividi che si nutre di personaggi credibili quanto intriganti, messi in scena con una maestria per certi versi unica. 
Barcellona, si diceva. Una città “soffocata dalla paura e da un’incombente epidemia di colera” che, come se non bastasse, si propone come il palcoscenico di una serie di morti misteriose. Più in particolare, “quando il cadavere di una fanciulla viene ritrovato in fondo al pozzo di un monastero, da tempo immemore al centro di oscure leggende, il terrore non può che fomentare l’immaginazione popolare”. È pertanto necessario, per placare animi e paure, risolvere sia questo caso che diversi altri, in tutta fretta. Perché gli abitanti sembrano essere stati contagiati da un passato che ritorna e che potrebbe riproporsi una infinità di volte nel futuro. “Senza tregua né variazione, sino alla fine dei tempi”. 
Questo gravoso compito viene affidato a Octavio Reigosa, ispettore del Corpo di vigilanza, chiamato a indagare appunto “sui crimini che sconvolgono la città e sugli assurdi miracoli che l’anziano vescovo Riera si ostina a leggere come altrettanti segni dei tempi”. Il tutto supportato da un altro interrogativo: “Cosa si nasconde dietro l’estrema segretezza della clinica psichiatrica Neothermas, diretta dal dottor Carrera? A dipanare questo folle intrico di sacro e profano interverrà Andreu Palafox, giovane chirurgo con un passato torbido, affiancato dalla conturbante scrittrice Teresa Urbach e dalla sua ingegnosa e giovane governante”. Fermo restando che Palafox ha un dono, o forse una maledizione: “abitare il tempo sacro…”.

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