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Un mostro sbattuto in galera. E la vita degli altri non sarà più la stessa

La sorprendente prima volta dell’americana Joann Chaney. A seguire una commedia nera di Corrado De Rosa e una chicca di Gian Mauro Costa


09/04/2018

di Mauro Castelli


Una prima volta - tradotta in diversi Paesi - ricca di mestiere e di furbizie narrative, a fronte di una inaspettata originalità che inquieta e al tempo stesso elettrizza il lettore. In altre parole un thriller mozzafiato, duro quanto basta. Se poi a firmarlo è stata una gran bella donna (sposata e con figli, tanto per mettere le cose in chiaro) la cosa non guasta. Semmai ne arricchisce le aspettative. Il suo nome? Joann Chaney, che vive in Colorado con la famiglia e che ha dato voce a un semplice interrogativo (Conosci davvero i tuoi vicini?) in un romanzo basato sull’inganno e che si nutre di protagonisti imperfetti e, appunto per questo, più credibili. 
Di fatto Le cose che non sai (Piemme, pagg. 400, euro 19,00, traduzione di Stefano Bortolussi) ricorda - come è stato fatto notare - il Jeffery Deaver de Il collezionista di ossa, pur rifacendosi, sia pure lontanamente, a Stephen King. Un autore per il quale la Chaney ha un debole dichiarato in abbinata alle penne di Sarah Pinborough e Jane Harper, senza trascurare i suoi “ritorni di fiamma” per Daphne du Maurier e Ira Levin. 
In buona sostanza la storia che ci viene proposta in questo libro inizia dove generalmente le altre finiscono. Ovvero con il mostro finito dietro le sbarre. Ma da quel momento in poi la vita di tutti gli altri non sarà più la stessa. Insomma, un canovaccio dal taglio cinematografico, con tanto di protagonisti già ipotizzati dalla stessa interessata: Stacy Kaech nella parte di Jacky Seever, Sissy Specek nei panni di Gloria Seever, Christopher Meloni in quelli del detective Paul Hoskins, Patrick Kilpatrik in quelli di Ralph Loren e Robin Tunney in quelli di Sammie Peterson. 
Joann Chaney, si diceva, pronta a sbandierare i suoi quindici anni di matrimonio con un uomo che di lei ne sa più dei suoi genitori e che di quello che scrive non legge molto, anche se in compenso la ascolta sempre. Sicura peraltro di aver affondato il bisturi su uno spazio bianco (“Il matrimonio è un territorio segreto nella mappa della società”) nonché disposta a dirsi convinta che sono “le persone a noi più vicine quelle che ti possono creare i maggiori problemi”. 
Lei pronta a ironizzare sul fatto di aver raccontato storie assurde ai suoi figli, peraltro sicura che non abbiano creduto nemmeno a una delle parole uscite dalla sua bocca; lei novella regina del brivido disposta ad ammettere le sue paure per i ragni e per gli incidenti stradali; lei che si dice condizionata da una storia letta quand’era ancora bambina, che raccontava dell’amore malato di un uomo per la donna alla quale stava restaurando la casa. E in tale ottica aveva costruito un tunnel per poterla spiare. Da qui l’idea che nessuno possa ritenersi al sicuro nemmeno fra le mura domestiche e che le cose non sono mai quelle che sembrano... 
Detto questo spazio alla sinossi di Le cose che non sai. “Jacky Seever, rispettato ristoratore di Denver, non ha ucciso sua moglie Gloria, né il detective che l’ha inchiodato, Hoskins, né la giornalista che ha seguito il suo caso, Sammie. No, non ha tolto loro la vita; ma di certo gliela ha rovinata. Gloria lo amava: ma quando un discreto numero di cadaveri viene ritrovato nel suo garage, è sorpresa e sconvolta. Il mondo, però, la condanna lo stesso: come poteva aver mantenuto la promessa fatta al marito di non andare mai a curiosare in quel posto? Il detective Hoskins, a sua volta, dopo aver risolto il caso, scopre di non aver chiarito le cose che lo riguardano, e continua a essere ossessionato da Seever”. 
A questo punto la storia imbocca una seconda direzione. Hoskins viene spostato ai cold cases e Sammie - la reporter che per prima ha raccontato la storia di Seever, legando inestricabilmente a quello scoop la sua carriera -  per qualche strana ragione ora vende cosmetici in un centro commerciale nella periferia cittadina. Tutto questo mentre il killer è in galera a guardarsi lo spettacolo. “Così, quando una nuova serie di omicidi - molto simili a quelli che lui aveva commesso - scuote la città, Gloria, Sammie e Hoskins hanno l’occasione di ricominciare da capo. E di dimostrare a se stessi che sono in grado di riprendere in mano le loro vite, invece che lasciarle in quelle di un assassino”. 
A questo punto - parlato del presente - uno sguardo al futuro, nel senso che Joann Chaney sta già lavorando al suo secondo romanzo. A suo dire ambientato in un contesto analogo a quello - si tratta della storia di un matrimonio finito male - che tiene banco ne Le cose che non sai. Un thriller nel quale torneranno peraltro in scena alcuni dei suoi personaggi. “Ma non lo chiamerei un sequel”, tiene comunque a precisare. E altro non dice. 

Spazio, a questo punto, alla narrativa made in Italy. Dando voce a uno psichiatra salernitano di 43 anni, Corrado De Rosa, che nel campo dei misteri e delle deviazioni mentali ha, per formazione e lavoro, le mani in pasta. Un eclettico personaggio che strada facendo ha firmato diversi saggi scientifici e divulgativi (I medici della camorra, Mafia da legare, La mente nera, Nella mente di un jihadista, preceduti da Strozzateci tutti, La giusta parte e Novantadue. L’anno che cambiò l’Italia) e che ha anche dato sfogo, ne L’allenatore sul divano, alla sua grande passione per il calcio (“Sono un accanito tifoso della Salernitana sin da quando giocava in serie D. E vorrei tanto che mia figlia seguisse questa strada, in quanto il benessere passa per il tifo. Ma si tratta di un’impresa difficile. Fosse stata un maschio…”). 
E ancora: lui che non manca di esternare grande affetto per la sua città: “Salerno ha fatto dell’urbanizzazione un simbolo di ricrescita, è stata capofila in Campania nella raccolta dei rifiuti e rappresenta un buon compromesso per viverci. Una città che comunque propone una bellezza di forma e un’inquietudine di sostanza”; lui che confessa la sua paura per i cani piccoli, fobia peraltro trasmessa al protagonista del suo ultimo libro, oltre ad ammettere - complice il suo lavoro all’ospedale di Solofra e al fatto di essersi occupato, per conto dell’autorità giudiziaria, di camorra, infiltrazioni mafiose al Nord ed eversione nera - che la psichiatria non è una branca di certezze. Fermo restando che “il diritto alla difesa di chiunque è sacro”. 
E proprio attingendo dalla sua professione De Rosa ha dato voce, per i tipi della Rizzoli, a L’uomo che dorme (pagg. 276, euro 17,00), una commedia nera dai toni consolatori, amari quanto scanzonati (“Ritengo sia importante non prendersi troppo sul serio, anche perché l’ironia può fare da sponda ai dubbi ma non alle certezze”). Un lavoro imbastito su un protagonista, lo scaramantico Antonio Costanza, alle prese con una duplicità caratteriale che si dipana fra affetti e debolezze, fra vita privata e vita professionale. 
Già, Antonio Costanza, un uomo che da un po’ di tempo ha preso la vita contromano: non per scelta e nemmeno per ostinazione. Forse perché non si sente adeguato nei suoi diversi ruoli: quelli di psichiatra, di padre, figlio e marito. Parimenti l’ispettore Andrea Cantillo, ottimo professionista e suo coetaneo, non ha ancora trovato la sua strada. In altre parole due personaggi simbolo degli uomini irrisolti di mezza età. E proprio l’insicurezza, ha tenuto a precisare l’autore, “è uno dei temi che volevo affrontare, a fronte di un romanzo ambientato negli anni della crisi economica e a fronte di una vicenda criminale scivolosa”. 
Antonio, si diceva, che ha quarant’anni ed è vittima “di un’indolenza che niente riesce a scalfire. Neppure i brutali omicidi di due prostitute, peraltro non più giovani. E questo non sarebbe troppo grave se Antonio fosse solo Antonio. Invece è anche il dottor Costanza, psichiatra e consulente del Tribunale per i crimini violenti. Uno che se la deve vedere con disadattati cronici, finti pazzi e bastardi veri”. 
Così, quando l’ombra di un serial killer si allunga su Salerno, “città sospesa tra vecchi sapori di provincia e vanità da metropoli sul mare”, Antonio fa l’impossibile per non rimanerne coinvolto. “Vagamente sociopatico e teneramente narcisista, se ne resta ripiegato in un guscio di piccole fobie, appresso alle scelte dell’ex compagna e a un rapporto complicato con il figlio. La sveglia però sta suonando, tanto più che di mezzo ci si mette una giornalista dal sorriso favoloso, Laura Santamaria. A questo punto il sonno della svogliatezza sembra finito e al dottor Costanza toccherà sondare la mente omicida di uomini che odiano le donne, trascinato in un caso in cui la Legge sembra incapace di fare giustizia”.

A riconfermarsi vincente sulla scena narrativa è anche il siciliano Gian Mauro Costa, nato a Palermo dove tuttora vive e lavora. Laureato in Filosofia, aveva abbracciato la carriera giornalistica nella redazione de L’Ora - occupandosi di cronaca nera e giudiziaria, spettacoli e cultura - per poi accasarsi nel 1992 nella sede Rai della sua città, dove fra l’altro è stato conduttore del Giornale Radio regionale. Ha inoltre collaborato per anni a Linus, è stato corrispondente del quotidiano Il Manifesto, nonché dell’agenzia Adn-Kronos e dell'emittente di Stato tedesca Wdr-Radio Colonia
Che altro? È stato condirettore della rivista di racconti e letture Margini, ha realizzato reportage giornalistici e documentari radiofonici e televisivi, oltre naturalmente a scrivere libri. Per Sellerio ha infatti pubblicato i romanzi Yesterday, Il libro di legno e Festa di piazza (entrambi finalisti del Premio Scerbanenco), L’ultima scommessa e cinque racconti lunghi apparsi in altrettante antologie (Natale in giallo, Capodanno in giallo, Ferragosto in giallo, Carnevale in giallo, La scuola in giallo, Il calcio in giallo, Un anno in giallo). 
E ora eccolo nuovamente sugli scaffali, sempre per i tipi della Sellerio, con Stella o croce (pagg. 244, euro 14,00), un lavoro di fantasia che comunque si rifà a un fatto reale: l’omicidio di una parruccaia a Palermo. “Ma le analogie - parola d’autore - si fermano qui, in quanto anche i personaggi, le ricostruzioni e gli ambienti sono immaginari”. Fermo restando una indubbia capacità nel dare voce a protagonisti credibili, tipici eroi del nostro quotidiano ai quali “non si darebbe un soldo di credito”, ma che poi si rivelano figure di spessore, dotate di una grande umanità in abbinata a una raffinata intelligenza resa vigile dalle difficoltà. Come nel caso della giovane poliziotta Angela Mazzola, una donna intuitiva, curiosa e sicura di sé, bella quanto solerte, sempre pronta a confrontarsi con un territorio difficile come quello che si dipana sotto il Monte Pellegrino (in pratica il suo, visto che è originaria di Borgo Nuovo, uno dei quartieri periferici più disastrati della città, ed è figlia di un addetto a un panificio rionale). Anche se il suo in realtà non è un debutto vero e proprio, in quanto questa figura era già apparsa lo scorso anno nel racconto Il divo di Ballarò, all’interno della citata antologia Un anno in giallo
Ed è appunto il caso a farla imbattere nell’omicidio rimasto irrisolto di una signora, brava quanto gentile con la sua eterogenea clientela, sempre pronta a venire incontro alle piccole o grandi problematiche di chiunque con le sue parrucche d’artista. Ma chi la poteva volere morta, visto che non aveva un nemico al mondo? Impossibile solo a pensarlo. Eppure viene trovata, brutalmente assassinata, nel suo negozio in una strada del centro di Palermo. La polizia indaga, ma senza cavarne un ragno dal buco. Sarà invece Angela, incuriosita da quanto le ha raccontato un’amica, a decidere - pur non essendo una “inflessibile paladina della giustizia” - di volerci vedere chiaro e ad avviare nel suo tempo libero un’indagine privata, “approssimativa quanto clandestina”. Che seguirà con caparbietà fino a venirne a capo dopo essere rimasta colpita da “una polvere di indizi sfuggiti a inquirenti distratti”. 
Il giudizio? Una storia che graffia, raccontata con il piglio del narratore esperto e che si legge che è un piacere. A fronte di un linguaggio crudo che però non infastidisce, semmai regala veridicità al contesto; un linguaggio peraltro condito di riflessioni che affondano nei sentimenti e nel privato dei protagonisti. 

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