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Un omicidio alla Sorbona e una cospirazione all’ombra del processo ai templari. Il detective di turno? Un certo… Dante Alighieri

Complice la brillante e colta penna di Giulio Leoni torna sugli scaffali, per la sua settima indagine, il nostro sommo poeta. “Un uomo intuitivo, sagace, attratto dalle belle donne e dalla politica, oltre che portatore di un incredibile spessore umano”


25/11/2019

di Mauro Castelli


Un nome e una accertata garanzia nel campo della narrativa: quello di Giulio Leoni, nato a Roma il 12 agosto 1951, città dove si è laureato in Lettere moderne con una tesi sui linguaggi della poesia visiva e dove negli anni Ottanta (dopo aver lavorato a saggi e testi creativi per alcune importanti pubblicazioni di settore) aveva fondato e diretto la rivista trimestrale Symbola, dedicata all’analisi sperimentale della poesia e della letteratura. Comunque niente paura, cari lettori, in quanto stiamo per parlare di una sua ben diversa angolatura propositiva. 
Sì, perché il nostro autore - sposato con Anna e padre di Flavio e Riccarda - ha infatti raggiunto fama internazionale grazie alla serie di romanzi dedicati alle avventure di Dante Alighieri, tradotte in una trentina di Paesi. Persino in lingua etiope, coreana e cinese, anche se le maggiori soddisfazioni, tiene a precisare, gli sono state riservate dal francese e dall’inglese d’oltre Manica. Storie peraltro benedette da lusinghiere critiche livello internazionali. 
Un ambito narrativo quest’ultimo (“La buona scrittura - tiene a precisare - è figlia di primo letto della lettura”) che risulta allargato, come da note editoriali, anche verso “la storia del secolo scorso, soprattutto nei suoi aspetti meno conosciuti e controversi. Elementi che trasporta spesso nei suoi romanzi, dove anche le trame più sorprendenti si sviluppano su uno sfondo ricostruito con precisione, in cui personaggi reali e finzione narrativa si intrecciano, dando vita a un teatro delle ombre enigmatico e affascinante”. 
Leoni, si diceva, che torna in libreria con una nuova avventura (la settima, se non andiamo errati) dedicata a Dante Alighieri dal titolo I delitti dei nove cieli (Nord, pagg. 372, euro 18,00), riuscendo ancora una volta a regalare credibilità e spessore a un personaggio messo in pista all’insegna di una intrigante cultura. In altre parole miscelando delitti e misteri, arte e conoscenza, ma anche giocando a rimpiattino con il Male che, da che mondo è mondo, è sempre stato presente nella nostra vita.  
Il tutto a fronte di avventure in bilico, ci mancherebbe, sul crinale che separa la realtà dalla fantasia, ma sorrette da una ragionata coerenza. Tanto da far dichiarare all’autore: “Le mie non sono parodie, ma un omaggio al sommo poeta, all’uomo del quale troppo spesso vengono messi in ombra gli aspetti politici, comportamentali e di grande investigatore”. 
Una figura, quella di Dante, alla quale “volevo rendere giustizia in quanto - ha avuto modo di precisarci qualche tempo fa - ben lontana dallo stereotipo che ci avevano inculato a scuola. Una figura che aveva tutte le caratteristiche di un autentico eroe da romanzo giallo: la sagacia, la logica, il dinamismo, l’intuizione, la passione morale e politica, la profonda conoscenza della natura umana e del male. Oltre che una forte attrazione per le belle donne. Il tutto supportato dalla cultura del coraggio e, se vogliamo, anche da una buona dose di cattiveria. In altre parole non ne ho voluto celebrare il genio, che sarebbe stata una banalità, ma l’incredibile spessore umano”. 
Detto questo spazio alla trama de I delitti dei nove cieli, un lavoro che parte da un assaggio dell’inverno fiorentino del 1305 per poi accasarsi nell’ottobre del 1307 (dopo una puntata in quel di Pisa) a Parigi. E qui il nostro sommo poeta si troverà alle prese con un omicidio alla Sorbona, una cospirazione ordita all’ombra del processo ai templari e un mistero che soltanto lui può svelare. E lo deve fare in un momento particolarmente difficile della sua vita. 
Dante Alighieri, frustrato dal mancato riconoscimento delle sue qualità intellettuali, si è infatti messo in viaggio verso la capitale francese, intenzionato a conseguire il baccellierato alla facoltà delle Arti, con la speranza di aprirsi così la strada verso una cattedra universitaria. Ma già lungo il cammino sarà testimone di eventi inquietanti e, una volta giunto in città, si renderà subito conto che le strade di Parigi non sono meno pericolose di quelle della sua Firenze, soprattutto per le tensioni legate agli arresti dei membri dell’Ordine del Tempio decretati da re Filippo. 
E anche la Sorbona “è percorsa da un’aspra e sotterranea contesa tra i sostenitori del sistema geocentrico e gli ambigui novatores, che si rifanno invece alla controversa teoria eliocentrica. Una disputa non soltanto dottrinale, come dimostra la morte di uno stimato astronomo di origine italiana, il cui cadavere viene rinvenuto proprio in un’aula dell’università. Il giorno successivo Dante viene avvicinato da due giovani della corporazione degli studenti italiani, che gli chiedono di indagare su quello che, a loro giudizio, solo in apparenza è stato un suicidio. Se l’istinto gli suggerisce di non fidarsi e di rinunciare, il poeta non può resistere alla sfida di sciogliere l’enigma e portare la luce della verità lì dove imperano le tenebre”. 
Sarà così che, in una Parigi infestata di insidie, delinquenza, lotte di potere e templari in incognito, Dante dovrà muoversi “con estrema cautela verso il cuore di un labirinto di indizi che cela sia il colpevole sia il movente del delitto. Perché dietro i calcoli celesti forse si nasconde un calcolo ben più terreno e sanguinoso. E un’entità occulta sembra seguire passo dopo passo le sue indagini...”. 
In sintesi: per gli amanti di questo particolare genere storico una chicca da non perdere. Di piacevole lettura, oltre che sorretta da ambientazioni e connotazioni di primo livello. Come peraltro ci ha abituato da tempo la intrigante abilità narrativa di Giulio Leoni.  
Detto questo, e rifacendoci a una recente intervista, torniamo ad addentrarci nel privato di questo eclettico personaggio, fra l’altro portatore di una vecchia passione per la magia e la prestidigitazione (“Sono membro della società statunitense dei maghi”), che pratica però soltanto dietro (insistente) sollecitazione degli amici. Un autore nato sotto il segno del leone e come tale, a suo dire, “ottimista e vanaglorioso, insopportabile e irruento, fantasioso e creativo, oltre che contraddittorio. Fortuna vuole che queste caratteristiche vengano mitigate dai gemelli, il mio più pacato ascendente”. 
Lui irrefrenabile collezionista di libri (“Ne possiedo ventimila”), ma anche di manifesti e di giocattoli d’epoca del ramo spaziale; lui con un debole dichiarato per i grandi autori del Novecento, come Proust, Nice e Kafka, oltre che per i nobili portavoce della narrativa gialla, come Raymond Chandler ed Eric Ambler. Fermo restando l’apprezzamento “per l’amico di lunga data Sandrone Dazieri”. 
E ancora: lui che il pallino per la scrittura se lo portava dietro sin dai tempi del liceo partendo “dalla poesia contemporanea e sperimentale”. Con diversificazioni allargate ai giovani, ai quali strada facendo ha regalato tre libri. “Anche se - tiene a precisare - riuscire a entrare nelle loro lunghezze d’onda risulta dannatamente complicato”. 
Che altro nel percorso narrativo di questa raffinata penna, i cui interessi hanno abbracciato per tre volte la saggistica, lo studio delle avanguardie artistiche e l’interesse che lo lega alla storia dell’illusionismo e delle pop-culture degli anni Cinquanta e Sessanta? Ad esempio la serie di racconti brevi battezzata M-Files, che riprende lo stile della più famosa saga americana X-Files, incentrata su eventi misteriosi ambientati negli anni Trenta in Italia. Dove ha peraltro tirato in ballo personaggi famosi come Guglielmo Marconi e Primo Carnera. Per non parlare dei tre mistery imbastiti sull’architetto Cesare Marni, prima ufficiale nella Grande Guerra, poi legionario fiumano e infine detective. 
Altra tematica cara a Giulio Leoni è quella legata all’avventura, alla fantascienza e all’horror sotto lo pseudonimo di J.P. Rylan (leggi il ciclo di Anharra, composto da Il trono della follia, Il santuario delle tenebre e L’eredità di sangue), nom de plume nato per esigenze editoriali. “In quell’anno (era il 2006) stavano infatti uscendo tre miei libri e mi venne consigliato di firmarne uno con uno pseudonimo”. E fu così sino al 2009 quando, nel corso di un dibattito sulla fantascienza, “decisi di uscire allo scoperto”.

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