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Un omicidio e una condanna a morte a fronte di una "resa dei conti" senza un vero perché

Torna John Grisham con una storia ambientata nel 1946 in Alabama. In scena anche i delitti di Falsterbo di Olséni&Hansen e le indagini di Bacci Pagano di Bruno Morchio


07/01/2019

di Mauro Castelli


Non sbaglia un colpo quel geniaccio di John Grisham, in libreria con l’ennesimo legal thriller di successo, La resa dei conti (Mondadori, pagg. 418, euro 22,00, traduzione di Luca Fusari e Sara Prencipe). La qual cosa non deve stupire in quanto ci troviamo di fronte a uno straordinario collezionista di bestseller (al suo attivo, oltre a 33 romanzi, anche un saggio, una antologia di racconti e sei libri per ragazzi) che sottilmente intriga, cattura e appassiona. Una penna che piace ai lettori, la sua, a fronte di un aspetto da raffinato gentiluomo - alto, elegante e dagli occhi azzurri - che piace tanto alle donne. 
Lui che, sulla scia emulativa di Mark Twain e John Steinbeck (“È stata mia madre ad avviarmi alla lettura”), aveva debuttato nel 1989 con A Time to Kill, Il momento di uccidere nella versione italiana, forte di una tiratura di appena 5.000 copie dopo che questo romanzo era stato rifiutato da diversi editori. Di fatto, ironizza, “mi resi subito conto che scrivere libri era molto più semplice che pubblicarli e soprattutto venderli”. 
Editori pronti peraltro a ricredersi quando, due stagioni dopo, pubblicò Il socio, un lavoro che si propose negli States come il settimo romanzo più venduto di quell'anno. E da allora in poi non si sarebbe più fermato. A fronte di traduzioni in 44 lingue e un venduto arrivato a cifre stratosferiche (si parla di trecento milioni di copie). 
Per la cronaca, John Grisham (oltre che scrittore, anche sceneggiatore, produttore, attore per gioco nel film Mickey e doppiatore non accreditato per la Tv in A Painted House) è nato a Jonesboro, in Arkansas, l’8 febbraio 1955, secondo di cinque fratelli, da una modesta famiglia del Sud: il padre, per tirare avanti, lavorava infatti nei campi di cotone nonché come operaio edile. Una famiglia che, dopo diversi trasferimenti, si sarebbe accasata nella piccola città di Southaven, nel Mississippi, dove il giovanotto si sarebbe laureato in legge nel 1981. La qual cosa lo avrebbe portato a esercitare la professione di avvocato per quasi un decennio. Abbinando peraltro l’attività forense a quella politica dalla parte dei democratici, che lo vide eletto per due mandati alla Camera dei rappresentanti del Mississippi. 
Tuttavia, sono parole sue, “non fu un’esperienza esaltante, tanto che non lasciai traccia del mio passaggio se non nelle impronte digitali al Campidoglio di Jackson. In quanto buona parte del tempo la trascorrevo attorno alle macchinette del caffè o alle fontanelle dell’acqua per ascoltare gli aneddoti e i divertenti racconti dei colleghi che provenivano da ogni angolo dello Stato, abituati a inventarsi di tutto”. 
E fu appunto in quel contesto che “sentii la storia di due uomini importanti che abitavano in una cittadina del Mississippi negli anni Trenta, uno dei quali uccise l’altro per motivi insondabili, senza mai dare spiegazioni del suo gesto. Lo condannarono a morte, e lui rifiutò l’offerta del governatore di commutargli la pena se ne avesse spiegato i motivi. Ma non lo fece e il giorno dopo venne impiccato sul prato del tribunale. È stato così che per scrivere La resa dei conti ho rubato quella storia che, ancora oggi, non so se fosse vera o soltanto inventata”. 
A tenere la scena, siamo nel 1946 nel Mississippi, è Pete Banning, cittadino modello di Clanton, reduce di guerra pluridecorato, patriarca di una nota famiglia locale proprietaria di campi di cotone, amato padre di famiglia e fedele membro della locale comunità metodista, che in una fresca giornata di ottobre si alza presto, sale in macchina e si dirige verso la chiesa. Entra nello studio del pastore, il suo amico reverendo Dexter Bell, e con calma e determinazione gli spara uccidendolo. 
Da quel momento, l’unica cosa che Pete ripete a tutti, familiari, avvocati, uomini di giustizia, è “non ho niente da dire”. Qualunque sia stato il motivo del suo inconcepibile gesto non verrà mai svelato. Pete non ha paura della morte e viene giustiziato portando il suo segreto nella tomba, lasciando incredula l’intera comunità. Ma perché mai l’avrà fatto? Un interrogativo che si anniderà a lungo fra le pagine di questo romanzo, nel quale Grisham accompagna il lettore in un lungo viaggio alla scoperta della verità. Un viaggio che si dipana dagli Stati del Sud alla giungla delle Filippine durante la guerra degli americani contro i giapponesi, sino ad arrivare, passando da un claustrofobico manicomio pieno di segreti, all’aula del tribunale dove il suo avvocato difensore cerca invano di salvarlo (senza la sua collaborazione), mostrando gli effetti che può avere a lungo termine un crimine terribile e inspiegabile. 
Insomma, un’altra prova d’autore per John Grisham, portata avanti all’insegna di una sua radicata convinzione: “Sono stato avvocato, ma non ho mai amato i giudici, i pubblici ministeri, i direttori delle prigioni e l’intero sistema giudiziario americano”. Una ragione più che sufficiente per abbandonare la professione una volta raggiunta la tranquillità economica come scrittore, forte di una lunga serie di successi, fra i quali ricordiamo Il rapporto Pelican, Il cliente, Il partner, La convocazione, L’ultimo giurato e Il ricatto. Lavori che in una decina e passa di casi sono stati anche travasati - con successo, nemmeno a ricordarlo - sul grande schermo.

Proseguiamo. Con colpevole ritardo - ma per leggere un buon libro non ci sono limiti di tempo - suggeriamo l’acquisto de L’uomo con il binocolo (Bompiani, pagg. 376, euro 16,00, traduzione di Carmen Giorgetti Cima), un romanzo scritto a quattro mani dagli svedesi Christina Olséni e Micke Hansen (in arte Olséni&Hansen) che si rifà al filone dei “delitti di Falsterbo”, l’affascinante penisola dove Christina, nata nel 1968 a Malmö, è cresciuta. 
Lei che, forte di una laurea in Economia internazionale conseguita presso l’Università di Lund, ha lavorato per molti anni nel settore delle telecomunicazioni, con trasferte anche in Giappone, mentre oggi si propone come un’apprezzata imprenditrice. Oltre ad aver trovato una seconda vita nel campo della narrativa in abbinata ad Hansen, nato nel 1966 a Lund, con un passato da sceneggiatore (Doris & Knäckebröderna) e un presente a Falsterbonäset, dove vive e lavora nel mondo della scuola. Lui pronto a sostenere che umorismo e scrittura sono sempre stati la sua passione. 
Un binomio entrato in scena nel 2015 quando - dopo essersi conosciuti per caso in un circolo tennistico - hanno iniziato a dare voce a una serie di romanzi che combinano “la passione per i gialli investigativi di lei con lo stile umoristico di lui”. Risultato? Una lettura piacevole e leggera, che si dipana fra la commedia e un ricercato contesto di piccoli misteri. E che, all’insegna del sorriso, prende le distanze dal corposo filone della narrativa che arriva dal Grande Freddo, spesso segnata - come già accennato su queste stesse colonne in occasione delle recensione de La pallina assassina - da ombrosi paesaggi, personaggi sfuggenti, trame cupe e misteriose. 
A reggere le luci della ribalta nella storia che si rifà a L’uomo con il binocolo sono una serie di personaggi intriganti quanto ben caratterizzati. Così si va da Egon Hjort, uno scapolone ultraottantenne con la passione per gli abiti sartoriali e per il golf, a suo nipote Fredrik, uno stimato procuratore messo alle corde da un imprevisto divorzio che l’ha costretto a un lungo congedo per malattia; dal migliore amico di Egon sin dai tempi della scuola, Ragnar Persson, alla quarantenne quanto irrequieta poliziotta Lisa Stark; dall’allegro bricoleur Mårten Lind a Elisabeth Ljung, settantanove primavere ben portate, che ama vestire di rosso ciliegia; dall’ultracentenaria Vera Ljung, una enciclopedia  vivente dei tempi andati, all’ultranovantenne Waldemarsson, che esercita ancora la professione medica nel suo ambulatorio. 
Ferma restando un’altra lunga lista di arzilli vecchietti, messi in scena per rallegrare le pagine di una storia “frutto unicamente della fantasia degli autori”, i quali - per migliorare i marchingegni narrativi - si “sono presi la libertà di ritoccare lo stato reale delle cose”. Il tutto a fronte di un incipit curiosamente quanto spiritosamente crudele: Johan Ekblad atterrò dopo un breve volo del tutto fuori programma nell’erba umida di rugiada ai piedi della torre d’osservazione. Una fortuna che fosse già morto, perché altrimenti avrebbe provato un dolore terribile. Anche se non si può certo parlare di fortuna. Quel giorno infatti Johan Ekblad aveva programmi ben diversi che morire... 
E per quanto riguarda la trama? Siamo a settembre e Johan Ekblad, uomo di successo e appassionato birdwatcher, si appresta ad affrontare una giornata che promette soddisfazioni. Quella mattina però, come riportato nell’incipit, precipiterà dalla torre di avvistamento dopo che qualcuno gli ha sparato. L’abituale calma piatta della stazione di polizia di Skanor viene ovviamente turbata da questo delitto nonché dalla scoperta di un secondo cadavere nella brughiera. Mårten e Lisa, l’improbabile coppia di poliziotti che si occupano del caso, cercano di condurre le indagini al meglio delle loro possibilità, ma la comunità è in subbuglio e gli arzilli ottantenni Egon e Ragnar non possono fare a meno di metterci lo zampino. Il tutto a fronte di una ricerca della verità condita da amenità di circostanza: “Bingo canoro, tiro al piccione, un nudista danese e un pizzico di romanticismo”. 

Ultimo, ma non ultimo in quanto a piacevolezza narrativa, Bruno Morchio, sugli scaffali con Uno sporco lavoro (Garzanti, pagg. 204, euro 17,60), l’ennesima avventura del suo protagonista principe, il detective dei carruggi genovesi Giovanni Battista Bacci Pagano: “un personaggio ironico e disilluso, inquieto e malinconico, che ama Mozart, il buon vino, la buona tavola e le belle donne; che viaggia su una Vespa color amaranto; che sta sempre dalla parte dei perdenti perché figlio di un operaio comunista”. 
Connotazioni, queste, che si rifanno più che al passato alla maturità del nostro investigatore, in quanto l’autore questa volta lo rimette in pista, andando a ritroso negli anni, quand’era ancora un giovanotto di belle speranze, ai tempi della sua prima indagine. Forse “perché tutti abbiamo un passato, ma non per tutti il loro passato è avvolto nel mistero, segnato da intrecci da risolvere e donne da salvare”. 
Ma veniamo alla sinossi. Basta una parola al telefono, a Bacci Pagano, per riconoscere Maria Samperi, anche se non la vede da trent’anni. Basta un attimo per essere catapultato nei ricordi, riaprendo antiche ferite. Come quando, prima di conoscerla, era finito in prigione per scontare una pena a suo dire ingiusta per attività terroristica. Lui che manifestava, più per farsi grande che per altro, con tanto di pistola in tasca. Poi alcuni anni in giro per il mondo, un matrimonio mal riuscito e la decisione di mettere a frutto il suo intuito lavorando come investigatore privato. 
Ironia della sorte - siamo a metà degli anni Ottanta - il primo caso lo trova a pochi chilometri da casa, in una splendida villa sulla Riviera di Levante (“Tengo a precisare che si tratta della ex Villa Pirelli di Pieve Ligure, anche se mi sono preso delle non trascurabili licenze”). Il suo compito? Quello di proteggere per un breve periodo la potente famiglia dell’ingegner Silvano Rissi, un manager dell’industria di Stato. Un compito peraltro ben remunerato e per di più appagato - e qui veniamo al dunque - dalla vista della sbarazzina quanto maliziosa baby-sitter Maria (una splendida ragazza di vent’anni, capelli neri e ricci, occhi verdi velati di tristezza, carnagione chiara, un corpo minuto ma ben proporzionato). 
Ma l’atmosfera in villa è tutt’altro che serena: i rapporti tra Silvano e l’affascinante moglie Adriana sono tesi e, nella rada prospiciente la spiaggia privata della residenza, si staglia la sagoma di una lussuosa quanto misteriosa imbarcazione. Al fiuto di Bacci non sfugge che c’è qualcosa di strano, anche se è distratto dal profumo inebriante della bella e giovane Maria. Per di più non ha prove. In ogni caso si rende conto che dietro quel semplice incarico da guardaspalle c’è dell’altro. 
E quando subisce l’aggressione di un uomo armato e le attività a bordo del misterioso yacht si fanno sempre più frenetiche Bacci ha la conferma che non può più fidarsi di nessuno. È il momento di affrontare Rissi a viso aperto e cercare di carpire il mistero che si nasconde dietro gli occhi, fieri ma sempre velati di tristezza, di Adriana. Sta di fatto che quello che sembrava un lavoro facile e senza rischi si trasforma in una corsa all’inferno, fra i loschi traffici di un’Italia che, dietro le luci sfavillanti del benessere economico, svela al mondo il suo animo corrotto e criminale. 
Sarà così che il nostro Bacci Pagano rischierà la vita per salvare i suoi datori di lavoro, oltre a incontrare per la prima volta il mitico Pertusiello, ispettore della squadra mobile di Genova… 
Che dire: una storia che fila via liscia come l’olio, che cattura e intriga all’insegna della semplicità, che si rifà a personaggi ben costruiti e di un certo peso. 
E per quanto riguarda il privato di Bruno Morchio? Ricordiamo che è nato a Genova il 6 agosto 1954, città dove vive con i tre figli e la moglie Arianna (colei che, avendo vissuto sotto la Lanterna anche negli anni Ottanta, gli “ha risparmiato - in questo suo ultimo libro - possibili cantonate”). Genova, si diceva, dove ha peraltro lavorato come psicologo e psicoterapeuta. Lui che si era laureato in Lettere moderne per poi iscriversi a Psicologia in quel di Padova e che, terminati gli studi, si era dedicato alla professione in un consultorio familiare pubblico, ma con un occhio già rivolto alla narrativa. Tanto che nel 1999 avrebbe scritto il suo primo romanzo, Maccaia, proposto senza successo a diversi editori. 
Sarebbe stato per contro il rimpianto Marco Frilli, ideatore della Fratelli Frilli di Genova, a pubblicarglielo. Un arrivo sugli scaffali seguito a ruota da La crêuza degli ulivi e soprattutto da Bacci Pagano. Una storia da carruggi, un noir benedetto dal successo (mille copie iniziali e diverse ristampe al seguito) e “interpretato” da un investigatore che in seguito avrebbe rimesso in pista in altre undici storie. 
Storie che, in abbinata ad altre, si sarebbero guadagnate - repetita iuvant - diversi riconoscimenti, come il Premio Azzeccagarbugli al romanzo poliziesco con Rossoamaro; l’inserimento fra i finalisti del Bancarella con Il profumo delle bugie (un lavoro che non appartiene al genere noir, in quanto racconta le vicende di una famiglia alto-borghese che nel giro di due settimane, a ridosso del Natale, vive la propria tragicomica consunzione); il successo nel Premio Lomellina in Giallo con Lo spaventapasseri; la finale dello Scerbanenco con Fragili verità
Che altro? Una penna che riesce a catturare l’attenzione del lettore anche quando dà voce ad articoli di psicologia e psicanalisi, che non rappresentano certo tematiche adatte a tutti. Lui che - come accennato - non si è limitato a raccontare Bacci Pagani, ma ha dato alle stampe anche molto altro. Ad esempio Il testamento del Greco, una spy story in cui compare il personaggio di Alessandro Kostas, figlio di un ex agente dei Servizi segreti (detto appunto il Greco). Evidenziando, anche in questo caso, la sua abilità nell’indagare - essendo del mestiere - fra le pieghe dell’animo umano. 
E che dire del più recente Un piede in due scarpe edito da Rizzoli? Una garbata storia tinta di nero (nata dalla discussione intorno a una tavola imbandita con gli amici Michele Rossi, Stefano Izzo e Stefano Tettamanti), incentrata su una nuova coppia di investigatori, il commissario Diego Ingravallo e lo psicologo Paolo Luzi. Una coppia che il lettore si aspetta di incontrare ancora.

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