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Un omicidio nel mare di Ostia, burrascosi segreti familiari, una indagine complicata

Giancarlo De Cataldo ci ripropone Manrico Spinori, il suo riuscito Pm melomane. A seguire un omaggio al rimpianto Luigi Bernardi e una divagazione illustrata firmata da Stephen King


21/12/2020

di MAURO CASTELLI


Giancarlo De Cataldo, un nome una garanzia. Un numero uno nella vita nel ruolo di giudice di Corte d’Assisi in quel di Roma, ma anche un autore dalla scrittura raffinata e colta, intrigante e complessa, capace di mischiare dubbi, emozioni e colpi di scena all’insegna di storie mai banali. Di fatto uno dei pochissimi autori italiani ad aver vinto il Prix du Polar Européen, oltre che una penna tradotta in diversi Paesi, capace di inanellare una lunga serie di romanzi di successo di variegata estrazione. 
Lui che aveva debuttando nel 1989 con Nero come il cuore, seguito da alcuni lavori passati quasi inosservati, per poi approdare nel 2000 alla Einaudi con Teneri assassini e quindi fare il botto due anni dopo con Romanzo criminale, un successo internazionale incentrato sulle vicende della banda romana della Magliana attiva negli anni Settanta. Un lavoro vincitore del Premio Scerbanenco, approdato sul grande schermo con l’omonimo film diretto da Michele Placido (dove lo stesso De Cataldo interpretava il magistrato che leggeva la sentenza) e che ha dato la stura a una apprezzata serie televisiva firmata da Stefano Sollima. 
Di fatto un prolifico autore, De Cataldo, con apprezzati romanzi che vanno da Nelle mani giuste a Onora il padre, da Quarto comandamento a Il padre e lo straniero, da La forma della paura alla Trilogia criminale, da I Traditori (ambientato nel Risorgimento italiano) a Io sono il Libanese, da In giustizia a Il combattente, da Nell’ombra e nella luce (un giallo storico del 2014 ambientato nella Torino a cavallo fra il 1846 e il 1848) a L’agente del caos, da Alba NeraNero come il cuore, da Quasi per caso al recente Io sono il castigo
Un giallo, quest’ultimo, che lo aveva visto mettere in scena il magistrato Manrico Spinori della Rocca che ora, a distanza di sette mesi, torna sugli scaffali da protagonista in Un cuore sleale (Einaudi, pagg. 246, euro 17,00). Questa volta alle prese con un caso misterioso, “un autentico giallo della camera chiusa”. 
Di fatto un personaggio, come aveva tenuto a precisare l’autore in prima battuta, che ci terrà compagnia in diverse altre storie. In altre parole “un pubblico ministero in servizio a Roma, melomane incallito, capace di risolvere anche i casi più complessi ascoltando le opere liriche. Perché non esiste esperienza umana che il melodramma non abbia già raccontato. Delitto incluso”. 
Manrico Spinori, si diceva, Rick per gli amici, un tipo eccentrico di mezza età, alto e affascinante, sicuro e disinvolto, supportato da una bellezza classica e da tratti fini. Di fatto un gentiluomo - la cui madre è peraltro affetta da ludopatia - di antiche origini nobiliari che ama correre dietro alle gonnelle, ma che nel suo mestiere (risulta infatti lungimirante e capace di non perdere mai la calma) si propone alla stregua di un numero uno. Che in questa sua seconda volta ritroviamo in scena, oppresso dalla solitudine, in una Roma fredda e umida: una condizione “troppo malinconica anche per un appassionato di musica come lui”, ma ideale per concentrarsi su uno strano delitto. 
Come da sinossi, quando il mare di Ostia restituisce il cadavere di Ademaro Proietti - palazzinaro di successo e personaggio di rilievo negli equilibri politico-economici della Capitale - la prima ipotesi è che l’uomo sia annegato in seguito a una disgrazia, cadendo dal suo gigantesco yacht durante una gita con i figli e il genero. Eppure c’è qualcosa che non torna, “un piccolo indizio che potrebbe richiedere per l’episodio una spiegazione diversa”. 
Le cose stanno davvero così, oppure è Manrico a essersi fissato? Si è forse lasciato suggestionare dall’abitudine a pensar male dell’impulsiva ispettora Cianchetti Deborah, il più recente acquisto della sua squadra investigativa sulla quale nessuno avrebbe scommesso una lira? Cianchetti, che ha rimpiazzato il fido maresciallo Scognamiglio (quello degli slabbrati quadernacci di appunti), passato troppo presto a miglior vita, e che sa come tenere a bada i… mosconi di turno. 
Sta di fatto che stavolta nemmeno l’opera lirica, che da sempre ispira il nostro Pm nella soluzione dei casi, sembra volergli venire in soccorso. L’unica certezza è che la famiglia del morto ha più di un segreto da nascondere. Del resto, e lui lo sa bene, quale famiglia non ne ha? 
Che dire: un canovaccio ben orchestrato, ricco di personaggi tratteggiati a dovere (come volpe argentata, ovvero il procuratore capo Gaspare Melchiorre, o Bruno, il macellaio comunista e romanista con bancone delle carni nel mercato coperto di via Catania, maestro di romanità del protagonista), a fronte di una storia ben raccontata e mai banale. Sorretta da capoversi brevi che ne agevolano la lettura, ma anche a fronte di scorci narrativi di livello. 
Come quello riportato in seconda di copertina: “Manrico aspirò un odore composto, che sapeva di salmastro, alghe corrotte, catrame, acido fenico e pioggia. L’odore del porto. Amava quell’odore. Gli ricordava l’infanzia. Le gite in barca. Le ore passate a rosolarsi al sole. E l’adolescenza. Il turbamento delle prime forme femminili intraviste fra passerelle, arenili e cabine. Certe compagne dai capelli fini, il loro timido incedere su gambe troppo lunghe, troppo sottili. La sua curiosità assillante: dove andranno a finire quelle benedette gambe? Ma stava divagando. Era scomparso un uomo”. 
Per la cronaca - repetita iuvant - ricordiamo che Giancarlo De Cataldo è nato a Taranto il 7 febbraio 1956, anche se dal 1974 (“Anno in cui mi iscrissi alla facoltà di Giurisprudenza per volere di papà, visto che non mi voleva professore come lui”) vive e lavora sotto il Cupolone, dividendo il suo tempo fra magistratura e scrittura, attività, quest’ultima che lo ha portato a dare voce a una trentina di romanzi, un paio di testi teatrali e numerose sceneggiature, oltre che a collaborare con diverse testate giornalistiche. 
Un “maestro” con la passione per il sigaro toscano e la pallavolo, che si professa figlio di Balzac (“Un autore che mio padre, insegnante di francese, mi obbligava a leggere quand’ero ancora un bambino”), che è sposato da una vita con Tiziana (“Amare una donna per decenni ci vuole un lavoro di fino, è quasi una forma d’arte”, ironizza), dalla quale ha avuto un figlio. Del quale va orgoglioso, visto che sa suonare diversi strumenti e si dà da fare come cantautore. A fronte del nome d’arte di Gabriele Deca. 


Proseguiamo dando merito alla Rizzoli di aver rieditato Atlante freddo. Trilogia criminale (pagg. 332, euro 18,50), un lavoro che ci regala tre chicche narrative firmate dal rimpianto Luigi Bernardi, morto a soli sessant’anni il 16 ottobre 2013. Una trilogia che torna in libreria a diciassette anni dall’uscita di Vittima facile e a quattordici dalla sua pubblicazione in volume unico (arricchito quindi da Crepe e da L’intruso). 
Bernardi, si diceva. Editore dal fiuto eccezionale (ha fondato case di un certo peso, oltre ad aver diretto riviste che hanno fatto la storia del fumetto e del poliziesco in Italia), acuto osservatore della cultura di massa e ispiratore del “nuovo poliziesco italiano”, ma anche sceneggiatore, traduttore, saggista e critico. Al quale, per carattere, “le battaglie non interessavano”, anche se poi di battaglie vincenti ne ha portate avanti parecchie. 
Un numero uno che nei primi anni Novanta aveva iniziato ad analizzare sotto una diversa angolatura il noir italiano e internazionale. Così, oltre ad aver proposto autori destinati al successo (come Marcello Fois, Carlo Lucarelli, Stefano Massaron e Nicoletta Vallorani), avrebbe fatto tradurre, e quindi conoscere, romanzi di un certo peso firmati da Didier Daeninckx, Paco Ignacio Taibo I, Paco Ignacio Taibo II, Léo Malet e Jean-Patrick Manchette (questi ultimi considerati i suoi due numi tutelari). 
Lui acuto esploratore della cultura di massa che, per non farsi mancare nulla, aveva dato vita a laboratori di scrittura creativa sia di base che avanzati, oltre a farsi carico di una solida conoscenza del mondo del crimine attingendo per quattro anni (dal 1999 al 2003) da tutte le notizie di nera pubblicate, anche a livello locale, dalla stampa nostrana. 
Detto questo, spazio alla citata Trilogia criminale incentrata su una ragazza di nome Chiara, che è cresciuta dalla parte sbagliata e può quindi contare solo sul crimine per imparare a vivere. 
“Chiara è magrissima, ha un’aria buffa, calza degli zoccoli e porta lunghi capelli scuri che contrastano col suo nome. Cammina piano e stringe un libro al petto. Ogni tanto le sembra di incepparsi mentre i pensieri scorrono fuori sincrono. Per diventare adulta ha solo la scuola della strada e le lezioni che le impartirà un destino beffardo”. Da Bari a Torino, passando per Bologna, la trilogia Atlante freddo è un racconto di formazione in nero, un giro d’Italia da Sud-Est a Nord-Ovest scandito da fughe rocambolesche, incontri sorprendenti e perdite che fanno malissimo. 
In questo contesto dai risvolti pericolosi Chiara “viene coinvolta nel piano di Vincenzino, che invece cammina disordinato, il quale per scalare le gerarchie criminali è pronto a tutto: anche a rapire la figlia di un boss. E a Bologna la ragazza dovrà sopravvivere a una notte di sangue che travolgerà le esistenze di un gruppo di venditori ambulanti al soldo di uno sfruttatore senza scrupoli. Mentre a Torino si troverà in mezzo a un regolamento di conti tra alcuni reduci della lotta armata e Abdellah, il ras che controlla il racket di phonecenter per immigrati…”. 
In buona sostanza la bravura di Bernardi - come sottolineato in una ricca prefazione firmata da Tommaso De Lorenzis - è stata quella di riuscire a farsi carico di sconfitti senza speranza, di outsider della malavita, di immigrati taglieggiati, di quella umanità ai margini che popola le zone ombrose delle città. Dimostrandosi capace di “raccontare l’Italia di fine anni Novanta tracciando la mappa del Paese come se fosse il referto di un’autopsia, il crudo esame di un corpo ormai gelido”. Fermo restando che al termine della corsa “l’unica vittoria possibile non sarà quella di arrivare primi al traguardo, bensì di rimanere in piedi”. 


Da ultimo quello che non ti aspetti. Una divagazione firmata da Stehen King (da più di quarant’anni considerato il re del brivido, con un venduto da 500 milioni di copie: una penna capace di ispirare registi del calibro di Stanley Kubrick, Drian De Palma, Rob Reiner e Frank Darabont) e illustrata da Dana Juan, pittrice e scultrice spagnola che ha esposto le sue opere in mezzo mondo, oltre ad aver regalato la sua creatività a svariate copertine di testate e libri importanti (come quelli di Isabel Allende e di diversi classici della letteratura internazionale). 
Stiamo parlando de L’uomo vestito di nero (Sperling & Kupfer, pagg. 124, euro 15,90, traduzione di Silvia Fornasiero), una storia breve vincitrice del World Fantasy Award e dell’O. Henry Award nel 1996 (“In realtà non la ritenevo un granché, e questa è la prova che gli scrittori sono spesso i peggiori giudici del loro lavoro”). Una storia che l’autore ha voluto abbinare a quello che lui ritiene uno dei dieci migliori racconti americani: Il giovane signor Brown firmato da Nathaniel Hawthorne
Ma di cosa parla L’uomo vestito di nero, già incluso nella raccolta Tutto è fatidico? Di Gary, un uomo molto anziano, che sente il suo corpo sgretolarsi come un castello di sabbia lambito dalle onde; che sente una fitta nebbia avvolgere i ricordi di oggi e di ieri. Eppure, un episodio del suo passato più lontano gli brilla nitido nella memoria, come una stella oscura nelle costellazioni dell’infanzia: il pomeriggio di mezza estate in cui, quando aveva nove anni, si addentrò nel bosco per andare a pescare al torrente e incontrò un uomo tutto vestito di nero. Uno sconosciuto dagli occhi di fuoco. 
I tratti di quel volto spaventoso e le parole terribili che uscirono da quella bocca, terrorizzandolo, avrebbero tormentato Gary per tutta la vita, come un lungo incubo. E proprio adesso sente l’urgenza di mettere nero su bianco ogni dettaglio. Nella speranza che la scrittura lo liberi da quell’ossessione. E per esorcizzare la paura di incontrarlo di nuovo, ora che si sente prossimo alla fine. 
Un lavoro che, stando a quanto ha tenuto a millantare Stephen King (o almeno così viene da pensare conoscendo il personaggio), è nato da una conversazione con un amico il quale gli aveva detto che suo nonno era convinto di aver incontrato il Diavolo in un bosco, un tipaccio che aveva, come accennato, gli occhi rosso fuoco e per di più puzzava di zolfo. “Il nonno del mio amico si era detto convinto che il Diavolo lo avrebbe ucciso se si fosse accorto che aveva capito chi era. Quindi aveva fatto del suo meglio per conversare tranquillamente con lui finché non era riuscito ad allontanarsi. Ecco, da quella storia si sarebbe sviluppato il mio racconto, anche se, devo ammettere, non fu tanto facile scriverlo. Per di più, una volta finito, mi sembrava piatto e banale”. Ma evidentemente non per gli altri…

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